Muffa

Mia madre prepara i panini, quelli al latte piccoli e tondi. Li chiama bocconcini, e a me non viene da associare il nome a un cibo svelto, ma a labbra strette che tirano catene di baci. Sono seduta scomoda di fronte a lei, al tavolo del salotto, col busto inclinato di lato, una gamba che piomba dritta al pavimento senza arrivarci mai, l’altra sotto al sedere. La maestra Franca mi brontola se lo faccio a scuola, una volta l’ha scritto sul mio diario e la parola scomposta mi ha fatto sentire un numero che invece di crescere diventa piccolissimo.

Tutto questo daffare per niente, dice mia madre, e ha il tono fermo dei rimproveri trattenuti per finta per sé, che filano invece dritti a bersaglio con un taglio netto.

È un novembre con una febbre secca fuori stagione. Mia madre tiene ancora le finestre aperte ‒ così l’aria circola nelle stanze gonfie di mobili da poco, asciuga le pareti provate da giornate dense di colla ‒, e la gabbia dei canarini può continuare a stare sul davanzale. I miei non li lasciano mai senza un osso di seppia, lo incastrano a fatica tra le sbarre di un ferro che ha fatto il suo tempo ed è rugato di ruggine. Mi domando da dove arrivi, quell’osso bianco ‒ che osso non sembra ‒ ché a tavola di seppie mi pare di non averne mai viste. Il pesce fresco non si compra con gli spiccioli, dice certe volte mia madre, mentre raschia le fughe annerite tra le mattonelle, o mentre pulisce la gabbia sfilando il foglio di giornale messo sul fondo.

Sono intenta a cercare di allentare le trecce che mi tirano sulla nuca, e nel frattempo conto i panini mentre mia madre li taglia nel mezzo con il coltello a lama liscia, lo stesso che mio padre passa con l’acciaino prima di affettare il prosciutto comprato a pezzi. Ecco, sono dieci, il doppio del numero degli invitati al mio compleanno, me compresa; il numero esatto degli anni che compio. La guardo creare alternanze colori/sapori lattuga verde/maschio; tonno rosa/femmina; pomodoro rosso/maschio ‒ poi chiuderli, premendo col palmo come si saggia la resistenza di un materasso a molle, rincalzando con l’indice gli spigoli che fuoriescono. Infine, li infilza nel mezzo con gli stuzzicadenti a bandierina e li dispone su un piatto.

Prendimi il sale, dice mia madre, mentre con una spalla prova a scansare un ciuffo sfuggito alla pinza, che le balla sulla punta del naso. Certe volte lo lascia fare fino a che non ha terminato le faccende, anche quando a me dice Vai di là, sennò fai le impronte sul bagnato, e allora io metto diversi passi svogliati fra me e quello stupido ricciolo, e li allungo per arrivare alla mia camera, stretta e senza fiato come un tunnel sotto la ferrovia, con i lati piccoli opposti occupati dalla finestra e dalla porta. E resto lì, seduta sul letto, spalle al muro, mani nelle mani, a fissare il fuori, fino a che il cielo del terzo piano, rotto solo dalla ciminiera quasi nera di fumo, si macchia di tremule chiazze scure. Il medico ha detto che gli occhi sono buoni, è solo il liquido sul fondo che è vischioso e con la luce si fa notare.

La figlia del geometra l’hai invitata?, mi domanda mia madre. Io schiocco la lingua sul palato, una sola volta, lo faccio quando non ho coraggio di dire no.

Come mai? Tu a casa sua ci vai, cos’è? Ti vergogni?, insiste lei. Il cuore mi dà una spallata prepotente contro il petto, abbasso la testa per nascondere il soqquadro e per controllare che non si sia aperta una breccia nella carne. Scorro con gli occhi la lunghezza del tavolo, conto uno, due, tre, quattro posti per lato e uno, due a capotavola. Ho già deciso che io mi siederò a metà di un lato, le mie compagne di scuola le farò sedere tutte davanti a me, una accanto all’altra, a riempire l’altro lato del tavolo, con le spalle rivolte alla parete occupata in parte dall’armadio.

Basta con quelle dita, ti arruffi tutta e poi tocca rifarle, dice mia madre, e io smetto di grattarmi la cute ma sotto i polpastrelli, che vanno alla cieca, sento già dei ciuffi di capelli separati dall’intreccio. Provo a sistemarli riunendoli alla massa disciplinata, mi pare che funzioni, come quando raccolgo boccate di riso al burro nel tovagliolo, e senza farmi vedere le nascondo per sempre nel secchio della spazzatura, sotto le bucce della mela.

Il sale. Ti muovi?, dice mia madre, senza perdere d’occhio i panini già farciti, anche se sta parlando con me. Sembra abbia una gran fretta di arrivare alla fine di questa faccenda del rinfresco per il mio compleanno, come se le stesse stretta addosso e alla gola, come se per muovere il respiro avesse bisogno del sale e dell’olio che io continuo a non portarle. Il fatto è che il suo tono sbrigativo è lo stesso della buonanotte che ogni sera lancia nella mia camera, appena dopo aver spento l’interruttore della luce e appena prima di uscire dalla stanza a passi lesti. E a me viene sempre da restare sospesa ad aspettare un suo movimento inverso, anche solo di occhi, a dirmi che non sono trasparente.

Allora?, dice, e nemmeno adesso mi guarda. Si volta verso la vetrina che le sta di spalle, abbassa la schiena in una curva morbida, e tira fuori dallo scomparto in basso un vassoio di vetro blu, con una scriminatura che parte dal centro. Mio padre le dice sempre di buttare piatti e bicchieri che si stanno rompendo, lo fa con un tono da preghiera, come se continuando a vederli temesse di frantumarsi insieme a loro; lei invece li ripassa tante volte con l’asciughino pulito, li liscia ben bene mentre lo sfida occhi su occhi, e li ripone di nuovo nello stesso ripiano.

Io mi muovo a rallentatore come i gol che mio padre guarda in tv, la domenica pomeriggio. La gamba su cui ero seduta si è riempita di pallini di piombo al posto della carne e dei muscoli. C’è chi le compra già fatte, dice spesso mio padre, mentre versa la polvere da sparo luccicante sul fondo del bossolo, con un misurino che sembra una paletta della Barbie; poi mi passa la cartuccia e io la riempio con i piombini, fino al punto che mi ha insegnato lui. Mentre lo faccio, non penso mai a cosa andranno a fare la polvere e il piombo quando aprirà la caccia, cerco solo di essere precisa, di non restare indietro, e aspetto in premio il sorriso di mio padre.

Finalmente!, dice mia madre appena spunto in salotto, eppure è scocciata, come se adesso il sale e l’olio non le bastassero più, e da me volesse dell’altro.

I canarini non si sono ancora sentiti, se non per un ticchettio lieve del becco contro l’osso o uno sfarfallio rapido d’ali, così il silenzio si è preso tutto lo spazio del salotto, ritmato solo dall’andare dell’orologio da parete e dalle domande di mia madre. Fino a che ‒ dal nulla ‒ un gorgheggio spicca il volo ed esce dalla gabbia. Sembra una risata lunga e fresca, di quando si libera un respiro profondo durante la corsa, o quando fai la pipì trattenuta. A me viene da sorridere, come quando a fine febbraio sento arrivare la primavera del mare; invece, mia madre aggrotta le sopracciglia a significare che non comprende qualcosa che ha iniziato ad accadere col primo trillo.

Guarda se hanno l’acqua e dagli un po’ di mangime. Pensaci tu, lo vedi che ho da fare?, dice, e riempie una scodella con le patatine e una più piccola con i semi di zucca, e le dispone al centro della tavola.

Io vado a prendere il sacchetto di mangime riposto sotto l’acquaio in cucina, e procedo a passo svelto verso la finestra del salotto, ripassando nella mente i gesti che dovrò fare all’arrivo delle mie compagne di scuola perché tutto fili liscio. Clarissa è la più curiosa, dovrò farla sedere prima delle altre. Simona ha gli occhi piccoli dietro le lenti spesse, vede male anche la lavagna a scuola: potrò farla sedere per ultima.

Che ti prende?, chiede mia madre, notando che mi sono fermata di sasso, appena ho visto la disposizione sulla tavola dei piatti e dei bicchieri di plastica, fatta da lei mentre ero in cucina, tutta diversa da come la vorrei. Lei continua a piegare a triangolo i tovaglioli di una carta festosa scelta da me, si volta dietro seguendo lo stesso mio filo che conduce al punto esatto in cui la parete interna incontra il muro esterno, straziata da una banda scura e densa. Il nero che la impiastra è lo stesso di sempre, si spande fin dietro il mobile e lungo il soffitto in una fascia dai confini incerti. Eppure, nel giorno del mio decimo compleanno, per me non è un imbratto di muffa sul muro, ma uno di quei corpi celesti che si mangiano tutto. È per via dell’esposizione a nord, dice mio padre, preoccupato, eppure non copre quello scempio nemmeno con la bella stagione. Ci dà dei punti in più, nella graduatoria per la casa popolare, spiega a mia madre che ribatte sempre Ci farai ammalare tutti quanti.

Dillo a tuo padre, di imbiancare!, sbotta mia madre e le parole a bocca stretta si sovrappongono al suono del campanello. Il sacchetto mi cade di mano, a piombo, i semi si spargono a punteggiare le mattonelle. Mia madre urla Raccogli, svelta!, e corre alla porta.

Sento le voci delle mie compagne di scuola, Buongiorno, stanno dicendo a mia madre, che risponde Venite, vi sta aspettando in salotto.

Raccolgo i semi passando il palmo di taglio sulle mattonelle fredde, neppure mi volto a guardare le mie compagne di scuola che stanno prendendo posto faccia a faccia con la mia vergogna. Non saluti?, dice mia madre. Finisci veloce con quel mangime e vieni a tavola, mi ordina, senza pazienza.

Mi avvicino alla finestra, fingo che nella stanza sia rimasto solo questo novembre matto di caldo, nient’altro, neppure io. Apro in punta di dita la porticina della gabbia, i cardellini si spostano nell’angolo opposto, riempio la vaschetta di semi, bene fino all’orlo. Quando mi hanno insegnato a farlo, si sono raccomandati di richiudere svelta la porticina. Io tolgo la mano in fretta. Lascio libero lo spazio. I cardellini spiccano in aria. Già non li vedo più.

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