Una mattina Nora si svegliò in preda a uno stato di malessere. Provò a girarsi su un fianco, ma aveva male e ci rinunciò. Un dolore abominevole pungeva sopra il braccio, forse era rotto, perché non riusciva a muoverlo. L’occhio destro non si era aperto, teneva in bocca un sapore di sangue e merda. Nora sputò a terra e considerò che fosse tutto un brutto sogno. Provò ad alzarsi ma avvertì una fitta alla schiena, ricordò che proprio alla schiena aveva colpito la donna con un bastone. Allora capì e si mise a urlare.
Dalla cucina dove stava bevendo il caffè, il marito sentì le urla e corse in camera da letto. La moglie si dimenava, strillava, scalciava. Che ti succede?, domandò, ma lei non sapeva dirlo. Il marito, incapace di capire, disse che ci voleva un medico e corse a chiamare il dottore che abitava al terzo piano. Cinque minuti dopo il medico la stava visitando.
Dall’esterno Nora non aveva niente di diverso, era la stessa donna di sempre. Lei sosteneva di avere l’occhio destro chiuso, ma l’occhio era aperto. Il medico volle controllare la schiena, alzò la maglia del pigiama ma non vide segni sopra il corpo. Apparentemente Nora era sana. Il dottore le fece un’iniezione calmante e se ne andò.
Un’ora dopo sembrò che il peggio fosse passato. Nora si sentiva meglio, poteva camminare, andò al bagno per guardarsi allo specchio. In effetti non aveva nulla che non andasse: la stessa faccia di tutti i giorni, gli occhi più stanchi, e i capelli sudati. Che sciocca sono stata ad agitarmi, pensò, deve essere una suggestione e nulla più. Decise di fare come se niente fosse, si lavò la faccia e sotto la doccia canticchiò una canzone della sua infanzia. Anche se il marito la scoraggiava dall’andare al lavoro, lei non ne volle sapere. Indossò la divisa, si coprì la testa con un cappello e uscì. Alla fermata del tram, oltre la siepe di verde malto, vide un bellissimo uccello bianco che depositava merda sul terriccio urbano.
Nora arrivò al centro di detenzione La Rosa quando erano ormai passate le dieci. Già sul tram aveva avvertito una piccola fitta alla schiena e l’aveva ignorata. Quando però avanzò oltre il primo corridoio all’entrata del centro, una seconda fitta la colpì al fegato e l’occhio destro si chiuse una seconda volta. Era avvilita, ma provò a ignorare la vertigine e l’assenza di logica della faccenda. Attraversò il secondo corridoio, dove stavano le celle, salutò il guardiano e si rifugiò nell’ufficio riservato ai gendarmi. Il suo lavoro era usurante, da un po’ di tempo si stancava facilmente. Gli ordini dei superiori si erano fatti impellenti, nel nuovo regime le trasgressioni erano all’ordine del giorno, i sovversivi sempre più numerosi. Nora quasi non capiva più perché faceva quello che faceva. Era una puntina di ferro in un sistema che funzionava a memoria. Le portavano le donne nella stanza sette, a lei toccava farle parlare, poteva usare svariate forme di coercizione che le nuove leggi consentivano, allora estrapolava segreti, informazioni, dati, aveva dimostrato talento per quel compito, e i superiori erano soddisfatti per come sapeva arrivare a fondo. Anche davanti all’insulsa notte adiacente al sangue Nora non mostrava un’ombra di tentennamento.
Molte donne non se le ricordava più, dimenticate come anelli d’abaco su filari d’uva rossa, la faccia di quella però se la ricordava. Era una faccia liscia, decisa; quando uscì dalla stanza sette era una faccia sfregiata. Nora aveva passato due lunghe sedute in compagnia della donna, ore e ore di interrogatorio, la donna non aveva mai detto una parola, era rimasta zitta e intraducibile. Solo per il dolore, la donna non era riuscita a trattenere versi di sofferenza, quando veniva colpita si sbrigliava, ma per tutto il tempo aveva resistito con dignità. Aveva sputato un dente, si era defecata nelle mutande, in perfetto silenzio. Che fine avesse fatto la donna Nora non lo sapeva, quando finiva il lavoro non si faceva domande, si metteva gli straordinari in tasca e tornava a casa con un pacco di caramelle per il figlio. Adesso però si sentiva addosso ogni colpo che le aveva inferto. Non aveva dubbi che si trattasse di una suggestione ma non sapeva come frenarla.
Decise di passare dal dottor Tambasco, nella stanza trentaquattro, per farsi visitare. Tambasco non aveva un gran lavoro da sbrigare, di solito firmava una pila di certificati medici fasulli e poi andava al suo studio privato, dall’altra parte della città. Anche quella mattina Tambasco era poco indaffarato e quando Nora bussò, lui la accolse subito con una cortesia di circostanza. Tambasco la fece stendere sul lettino e la toccò sui punti che lei sosteneva facessero male: a ogni pressione delle mani sul corpo Nora emetteva un lamento acuto come un topo. Tambasco infilò la mano dappertutto, Nora se ne sentì turbata, ma si lasciò visitare per intera.
È mai capitato ad altri quello che sta capitando a me?, domandò Nora.
Il dottore strinse le spalle, era la prima volta che si trovava di fronte a un caso simile – certamente una persuasione dettata da un forte stress, un malessere venuto da circostanze ignote, disse.
Soffre di nausea?, chiese.
No, disse Nora.
Tambasco le domandò come andassero le cose a casa. Nora sospirò, e si lamentò del marito e del figlio che disordinavano ogni stanza.
Non c’è da preoccuparsi, la rassicurò Tambasco, è colpa dello stress, ghignò e le prescrisse delle pillole da prendere nel caso il dolore si andasse intensificando. Ecco qua, disse passandole una stecca di pillole omaggio. Nora ne ingoiò una e provò a calmarsi.
A pranzo già si sentiva meglio, sfiatata di dolori e dèmoni. Mangiava patate e cicorie in mensa senza nulla soffrire. Si sentiva sicura con le pillole in tasca, pregò il suo dio che la salvasse, si raccomandò alla scienza e alla religione. Poi si versò in gola un bicchiere di acqua fresca e decise che la sera sarebbe andata al cinema a distrarsi. Non era sano trascinarsi un incubo nella realtà, se lo voleva dimenticare.
Riattraversando il corridoio Nora sentì però un calcio picchiarla contro la pancia, così lancinante che dovette accasciarsi a terra per respirare. Il guardiano le corse accanto, sospettava una congestione, le alzò le gambe in aria nel tentativo di rianimarla, poi credendo fosse un infarto provò la via del massaggio cardiaco, e lanciò un allarme radio.
Nora si disarticolava a terra incapace di comprendere, terrorizzata dalle ombre. Pregò il guardiano di prendere le pillole che aveva nella tasca e ficcargliene una in gola. Solo dopo averne ingoiate un paio Nora si rianimò. Il guardiano si assicurò che stesse bene e ritirò l’allarme radio.
Se era grave, eravamo fottuti, scherzò. Lei sorrise appena, lo ringraziò per averla soccorsa e andò a chiudersi nell’ufficio.
Aspettò un’ora per assicurarsi che non accadesse più nulla. Un’ora a fissare il muro bianco e la foto d’epoca di un palazzo. Quando si sentì sicura Nora uscì dalla stanza e camminò avanti e indietro tra i corridoi, per mettersi alla prova.
Alle cinque del pomeriggio Nora credeva di essere riuscita a vincere la suggestione. Ripensò al cinema, e sorrise. La vita che continua. Un pacco di caramelle per il figlio. Sulla strada del ritorno si sentiva riconciliata alla vita. Eccolo là, il migliore dei mondi possibili illuminare la strada. Solo quando aprì la porta di casa la suggestione tornò. Un forte colpo alle spalle la schiacciò a terra: Nora urlò disperata. La schiena bruciava, le ossa urticavano, il corpo era tutto un crampo estenuante. Una sferzata le batteva sul nervo sciatico. Non si poteva muovere. Si trascinò strisciando oltre l’ingresso di casa, chiamò il marito, il figlio, ma nessuno rispose. La casa era vuota. Era ormai allo stremo della resistenza fisica e piangeva e latrava. Ancora dal pavimento dove stava sdraiata Nora si scavò le tasche con una mano e tirò fuori le pillole. Restò ferma a respirare finché l’affanno non le svanì dalla gola. Appena si sentì poco meglio non ci pensò due volte. Corse in camera da letto, appese una corda al soffitto e si lasciò affogare. La trovò il figlio, bianca come un lenzuolo che strilla al sole.

Mi è piaciuto davvero molto. complimenti all’ autrice