Scimmie bergamasche

Al termine di ogni cerimonia alzava le braccia al cielo e chiudeva la funzione ricordando a tutti che, nonostante avesse girato mezzo globo durante gli anni di seminario, non c’era suono migliore al mondo delle campane del campanile di Curno, di quei rintocchi divini che sapevano sempre di casa, la nostra.
Ma di cose il don Guido ne diceva tante, molte delle quali erano cazzate inventate di sana pianta per accattivarsi il popolo e tante altre non è che fossero roba buona e giusta come ci si aspetterebbe da un prete. Una messa sì e una no attaccava le ragazzine africane che battevano in pieno giorno lungo lo stradone provinciale Ponte San Pietro-Bonate; fosse stato per lui avremmo dovuto metterle al rogo tutte quelle tentatrici negre perché, se Dio ti fa bruciare all’inferno quando stai di là, non vedeva un valido motivo per non farlo anche noi di qua anticipando di qualche annetto quello che l’Altissimo avrebbe comunque fatto da lì a poco.
Il pubblico gli dava ragione su tutto supportando in religioso mutismo le uscite del salesiano, di quel funzionario di Cristo che aveva il tacito via libera per poter odiare praticamente tutti i paesi del mondo perché tanto lui amava Curno, contava solo questo per la fauna nostrana.
Il salesiano sfondava una porta aperta facendo il razzista coi bergamaschi, in questo posto strambo in cui vige unicamente il culto di casa propria, di quelle abitazioni costruite sulle spalle di ragazzi che presa la terza media vanno dritti in cantiere o in fabbrica. Lavorare subito, sposarsi presto, fare figli in fretta e trascorrere dai quattordici ai sessant’anni nella stessa azienda, tanto ciò che conta è lavorare, poco importa il tipo di attività, sarà uno schifo in ogni caso, però va fatto, e va fatto bene, e va fatto il prima possibile, perché prima si inizia e prima si finisce, forse. Sì alla fatica e no al progresso, work in regress totale in cui al bisogno di soldi è meglio trovare un secondo impiego improvvisandosi imbianchino la domenica mattina piuttosto che fare la carriera e diventare la troietta aziendale. Tanto vale accontentarsi del proprio stipendio e bon, perché alla fine non conta quanto prendi ma quanto spendi; dunque pronti e via con una vita all’insegna dell’isolamento e del cattivo gusto, esistenza fatta di stenti per soddisfare unicamente i bisogni naturali e necessari. Vivere come se si fosse in bancarotta da generazioni ma con ottocentomila euro di patrimonio risparmiato a forza di tirare la cinghia, stringere sempre dove possibile, chiudere il portafogli evitando qualsiasi spesa, perché ogni santa spesa è sbagliata per definizione, sempre e comunque. Tirchieria ereditaria che allontana dall’altro e avvicina inevitabilmente a Dio, cioè alla Chiesa, cioè all’unico posto al mondo gratis in cui depurare le pene della propria vita andata a male e sfogare in silenzio la rabbia di quello che fu e che avrebbe potuto essere ma che non è stato, e che mai sarà.
Le facce dei vecchi aborigeni comatosi seduti in prima fila alla messa delle sei esprimevano proprio questo: l’estremo disappunto delle loro vite bergamasche buttate nel cesso.
Anche se avevo solo dodici anni, io la loro fine la percepivo tutta, in ginocchio sull’altare e spalla a spalla con il don Guido li vedevo bene quei volti drogati di Dio. Era stato a tavola, in uno dei pranzi a scrocco a casa nostra che il prete aveva convinto i miei genitori a farmi diventare un chierichetto. Neanche a dirlo e quella gnucca di mia madre mi spedì sotto l’ala del pastore per subirmi il corso accelerato direttamente con il maestro.
A dire il vero l’addestramento fu sciolto e per nulla impegnativo, io non dovevo far altro che stare in canonica seduto sulla panchetta di legno a due posti e guardare negli occhi il Gesù bambino ritratto nel quadro appeso sull’immensa parete. Il difficile era tenere lo sguardo fisso su quegli occhietti azzurri mentre il don Guido, inginocchiato a terra, provava a fare uscire il latte dal pisello, “che il latte dal pisello esce fuori solo dai bambini che se lo meritano, mica da tutti eh. E tu, tu sei un bravo bambino?”. Io annuivo, eccome se annuivo, eppure il latte non usciva quasi mai, forse perché più che una pippa il salesiano si limitava a risvoltinarmi il prepuzio con due dita scuotendo delicatamente il pistolino alla base o, forse, usciva poco o niente perché era troppo presto per mungere quella mammella acerba.
Ogni tanto diventava audace, si piegava in basso e dava qualche annusata. Non sono mai riuscito a vedere con chiarezza cosa stesse facendo là sotto avendo lo sguardo incollato a quello del bambin Gesù, eppure riuscivo a percepire quasi tutto, sentivo il suo alito contro la cotenna dei testicoli, respiri afosi che a volte s’intensificavano e altre smettevano di colpo non appena il don captava un qualsiasi rumore sospetto avvicinarsi anche solo vagamente alla stanza.
Un’estate aveva invitato alcuni chierichetti, non tutti ma solo i ninfetti più meritevoli, a trascorrere una nottata al camposcuola a Solto Collina, un aspro paesello da qualche parte in montagna dove si tenne la gita premio a base di preghiere e prepuzi.
Io ero uno speciale, ma non ero che uno speciale tra gli speciali; infatti, quando a notte fonda si intrufolò nella stanza lo stesso trattamento toccò a tutti. Passo felpato, ginocchia alte e spalle basse, il don Guido si inoltrava nel buio della camerata armato di torcia e voglia di cazzo, poi si avvicinava cauto ai lettini e, uno a uno, puntava il fascio accecante dritto negli occhi di noi appisolati per controllare se stessimo dormendo o abbacinare chi eventualmente si fosse svegliato mentre l’altra mano ravanava dentro le mutande.
Quella sera al camposcuola, prima della palpata notturna collettiva, aveva avuto la faccia tosta di farci una predica sulle colpe carnali, perché da lì a poco saremmo diventati grandi e avremmo dovuto stare lontano dalla via del peccato, via che lui aveva identificato come la strada provinciale direzione Ponte San Pietro, nota a tutti come la Briantea.

La sirena delle due suona dissipando l’immagine mentale del Don Guido e sancendo la fine del turno. Metto in stand-by la macchina, sulla lavagnetta segno il lavorato della giornata (circa duecento tubi filettati), esco dall’officina, prendo la navetta autostradale e dopo a piedi fino al parcheggio dove mi aspetta quel catorcio di auto.
Apro la portiera della Clio, crollo sfinito sul sedile e metto subito in moto il motore spanato che s’avvia con fatica, la cinghia di distribuzione sfrigola facendo sentire tutti i suoi duecentomila e rotti chilometri senza essere mai stata sostituita, infine accendo una sigaretta e parto verso casa.
Percorsi alcuni stradoni e un paio di rotonde mi ritrovo sulla Briantea e le vedo, dopo tanti anni quei quattro gorilla con il rossetto – chiodo fisso del frate salesiano – sono sempre lì a bordo strada a ballinare intorno ai secchi ribaltati e a salutare ogni veicolo in marcia.
Ovviamente non sono più le stesse, ma quelle scimmie bergamasche si somigliano tutte, forse il don Guido le odiava tanto temendo che un giorno o l’altro gli avrebbero rovinato la piazza portandogli via il suo tesoro più grande: noi.
In effetti aveva ragione ad avere paura, perché qualche annetto dopo la nottata al camposcuola, un insignificante mercoledì pomeriggio di settembre la tribù di zoccole ci sverginò tutti assieme, uno dietro l’altro, allontanandoci dai banchi del cattolicesimo e avvicinandoci a quelli della fessa in svendita.
Diminuisco la velocità per osservarle meglio, hanno ancora le stesse facce di dieci anni fa: volti animaleschi, sguardi taglienti, denti gialli e bocche gonfie come bambole da strada. Rallento sino a fermarmi, attivo le quattro frecce e parcheggio la Clio sotto il cavalcavia, proprio dove nascondemmo le biciclette da ragazzi.
Quella volta eravamo in tre, io, Mattia, Luca – le promesse nascenti arruolate nel braccio salesiano – e, decisi a perdere la verginità prima dell’inizio delle scuole superiori, lasciammo le mountain bike tra i cespugli e raggiungemmo spediti il clan delle zulù. Era l’ultima estate insieme e lo sapevamo, io sarei andato al Quarenghi – primo gradino verso quel diploma fallimentare che mi avrebbe portato poi a lavorare in officina come operaio specializzato – Mattia all’ITIS e Luca, bocciato in seconda media, subito in cantiere con lo zio. Anche se il destino ci avrebbe diviso mettendoci su strade diverse, quell’ultima estate volevamo tutti la stessa cosa: diventare uomini.
Raggiunto il gruppo di macachi parlò Luca, consegnò i soldi e la negra più grassa ci fece cenno di seguirla.
Io avrei preferito una donna tutta mia e invece mi toccava infilarmi dentro a un coso immondo di secondo cazzo, questo obbrobrio negro lontanissimo dall’essere femmina che si era appena schiacciato una zanzara sulla coscia e che si stava pulendo il sangue viscido su dei boxer attillati – pantaloncini che fungevano anche da mutande extra large.
Capelli rasati a zero, bicipiti da muratora, glutei alla Hulk Hogan, l’unica cosa di femminile che l’ominide aveva era il rossetto rosa shocking mezzo sbavato per la marea di soffoconi sparati a chissà chi nel corso della giornata. L’idea che Mamma Africa avesse potuto sbocchinare chiunque, persino mio padre prima di noi, mi fece irrigidire, ma la speranza che il mio vecchio avesse già la figa di mia madre da scopare – vulva materna che in confronto a quella discarica umana pareva il Santo Graal – mi tranquillizzava.
Poi l’esemplare borbottò qualcosa di incomprensibile che nessuno capì: evidentemente durante gli anni di prostituzione, ridotto al minimo lo scambio umano e smettendo persino di parlare tra loro, intorno a quei secchi ribaltati improvvisati a sedie e ai falò di giornali le negre non solo non avevano imparato una parola di italiano, ma avevano persino disappreso il loro dialetto mao mao.
La donna ergaster afferrò svogliatamente la bicicletta di Luca incastrata tra i cespugli, la sollevò da terra e la adagiò sul cavalletto, si girò dandoci la schiena e si appoggiò con il busto al canotto della mountain bike, si abbassò quei pantamutande e fece un cenno con la mano indicando il sedere come a dire di sbrigarci.
Armati di tanto coraggio e nessuna protezione prima se la fece Luca, poi Mattia, entrambi scaricarono spruzzi di sperma in quella cloaca africana, infine, con cuore impavido provai pure io a piazzarglielo dentro, ma nulla da fare, non mi stava dritto.
Lo scimpanzè, scocciatissimo, afferrò il mio coso, lo sbatté sulla sella della bicicletta di Luca e ci si sedette sopra schiacciandomelo tra le sue chiappe d’ebano e l’imbottitura del sellino. Quella fu la mia prima scopata: sverginato da una sella e dal deretano di una negra lercio di zanzare e farcito dalla semenza dei miei migliori amici.
Non mi andò duro, rimase solo un poco barzotto e non riuscii nemmeno a venire – agli altri non lo dissi però – e durante la penosa scopata, se così si può chiamare, ripensai al don Guido e al mio pisello tra le sue dita. In fondo era stato meglio lui, lui che quei pomeriggi in canonica aveva dimostrato ben più grazia e pazienza rispetto alla gorilla che mi stava saltellando sulla cappella cianotica.

Dopo quel pomeriggio, avendole viste da vicino, insieme alla grossa dose di disprezzo verso me stesso per essermi ridotto così in basso, capii che il don Guido non aveva tutti i torti a voler bruciare quei cosi, che donne non erano di certo, e forse nemmeno esseri umani.
Tolgo le quattro frecce, controllo lo specchietto retrovisore – non c’è nessuna macchina in lontananza, né dietro e né avanti – faccio inversione di marcia, abbasso il finestrino e allungo il braccio per attirare l’attenzione delle negre. Una di loro coglie il cenno e lo ricambia sporgendosi a bordo strada, mi fa segno di seguirla e io mi avvicino lentamente con il motore al minimo dei giri.
La ragazzotta cammina per una ventina di metri allontanandosi dalle altre, poi svolta in una stradina sterrata secondaria e sgambetta un altro po’ sino a che siamo soli lontano da tutti, invisibili nella campagna bergamasca. La puttana si ferma di fronte a un albero di betulla, si gira verso di me – ancora a bordo della macchina – e mi sorride, ha lo stesso taglio di capelli rasato e una faccia simile a quella scimmia che mi martoriò la cappella contro il sellino di Luca, e allora io prend…

2 Replies to “Scimmie bergamasche“

  1. Lo scritto mi ha rapito allegramente.. Sia la sostanza del testo, molto originale rispetto alle mie letture, sia la forma, sono state davvero coinvolgenti. L’autore utilizza una dialettica semplice, ma molto fluida e corretta. Il testo è ricco di espressioni non comuni e non scontate, il che rende la lettura piacevole ed intrigante fino all’ultimo. Credo che questo autore ci riserverà delle ottime sorprese..

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *