La fronte gocciola, non posso alzare la testa al sole di mezzogiorno e i rumori guardandomi i piedi sono onde del mare, urla di bambini, urla di adulti, dialetti, formulari di ambulanti, palloni e altri giochi, cani che abbaiano, fischi, navi in lontananza, uccelli, la testa mi brucia e porto le mani alle orecchie mentre a pochi passi una donna cammina in vestaglia bianca e ombrello nero. Tutti guardano lei e l’ombrello, io mi sono calmato, mi chiedo che ci faccio qui, in mezzo a tutto ciò che non sopporto, lei mi è passata davanti lasciandomi tranquillo, mi stendo sull’asciugamano, mezz’ora di sole e vado via.
Attraversata la spiaggia sotto la maglietta sento il sale pungermi la pelle e il disagio mi fa sentire un freddo, tremo in direzione auto, “non ti piace il mare”: seduta sul muretto ombrello aperto a una mano e cono gelato a fragola all’altra mi invita a ripararmi accanto a lei, “stai tremando, vieni qui”, e io che non ho manco vent’anni e sono vergine e timido e angosciato a pochi centimetri dalla donna tremo di più. È più grande di almeno dieci anni e mi dice di essere Caterina, io ho l’ansia e le dico di essere Arturo. Sorride dalle labbra che sono tanta carne rossa con del rosa di gelato, gli occhi sono neri, i capelli sono lunghi tinti di rosso sulla vestaglia, è senza costume, così magra da sapersi nascondere, arrossisco e lei sorride di più e poggia la mano sulla mia coscia nuda, “stai calmo” mi dice, “sono solo una donna, guarda quante ce ne sono” mi dice, non so rispondere, non so nemmeno pensare, lei butta il resto del gelato e mi chiede se ho l’auto e di darle un passaggio. Io non posso dirle di no, sono un maschio. Mi afferra la mano e io le indico dove andare.
In auto non dico niente, penso al mio sudore, al mio odore, al mio silenzio, ed è tutto sbagliato. Lei guarda dal finestrino il bordo strada, le persone, i colori, poi dopo un po’ chiude gli occhi dicendo “anch’io odio il sole”. Apro bocca solo per chiederle informazioni. Sono fortunato, la destinazione è vicina.
Quando ci fermiamo le auguro una buona giornata ma lei non mi ascolta, mi dice dove parcheggiare e mi dice di accompagnarla. Entriamo in albergo, fa freddo dentro e non c’è nessuno. “Sono tutti fuori, puoi stare tranquillo” mi dice, e mi accorgo che ha capito tutto e si sta divertendo.
La camera è vuota, piccola, troppo piccola, i componenti bianchi, le lenzuola del letto a una piazza sono bianche, il sole non entra e Caterina mi dice che posso sedermi solo lì, non c’è altro posto. Intanto lei nascosta dall’anta dell’armadio si cambia e quando chiude ha una vestaglia nera da cui emergono un collo esile e bianchissimo, polsi piccoli e bianchissimi, caviglie esili e bianchissime, io non guardo troppo anzi abbasso la testa e respiro a fatica. “Ti faccio così paura, Arturo?” e ride come le ragazzine che si prendono gioco dei ragazzini. Mi ricordo che tutte hanno riso di me, del mio naso da maiale, del mio continuo arrossire, della mia voce esitante da femmina, del mio corpo gracile, debole, senza peli, “non pensarci troppo” mi dice Caterina accanto a me, ma io sento il contatto della sua coscia sulla mia, sento il suo odore che non è forte, che è un manto d’erba e fiori sotto un sole leggero, primaverile, sento e risento la sua voce decisa, leggermente maschile ma tanto musicale, modulata su tempi giusti nel bel mezzo del tanto silenzio. Chiudo gli occhi e sono su di lei, li riapro e lei è su di me.
Mi sta violando? Sarebbe bello quanto è bello immaginarsi aggrediti da una donna più grande e più sicura e abbandonarsi all’aggressione, lasciar fare; sento qualcosa al collo e subito la vedo rialzarsi, i denti rossi che spuntano tra le labbra rosse ancora più rosse. “Ti ho subito voluto mordere, Arturo” mi dice e io sento freddo e sudo freddo e vedo bianco anche lei in vestaglia nera, così crollo.
La sera apro gli occhi e Caterina mi porge un bicchiere d’acqua. Sono abbastanza intontito dal chiederle perché l’abbia fatto. Mordermi, intendo. Lei mette su una faccia sfacciatamente pensosa e mi chiede “non ti è piaciuto?”, io mi chiedo perché dovesse piacermi un morso ma le rispondo che mi è piaciuto e la guardo come si guarda una persona dell’altro sesso che in un qualsiasi modo ha saputo toccarci a fondo. Apre un po’ la vestaglia sul lato del seno e io all’accenno di piccoli globi chiari mi faccio paonazzo. “Ti sei ripreso subito” dice. È scorretta. La detesto. “Mi piace il tuo buffo naso” dice e io la detesto di più. “Non piace a nessuno, è come me” dico. Lei ride e dice che non so guardare, “tu guardi male, per questo stai così”. Io mi chiedo con quale tranquillità una donna possa dirmi queste cose dopo avermi morso. Non capisco niente di quello che dice ma non mi piace come lo dice. Prendo coraggio. “Tu mi hai morso, non puoi giudicarmi” dico. Lei con un dito si tocca il labbro inferiore della bocca. “La vedi?” mi dice, “cos’altro potrei farci se non mordere e succhiare e leccare?”. Stavolta non voglio cedere alle mie solite emozioni, voglio solo andarmene. Mi sto alzando ma lei poggia una mano sulla spalla. “Aspettiamo la notte, dai, non devi sempre scappare”. Riesce a ferirmi con ogni cosa che dice, però io non tremo, non respiro male, mi rimetto seduto e lei mi si attacca al corpo. “Ti morderò di nuovo, va bene?”, “Va bene”. E lo fa, ormai è scuro, perdo conoscenza e ho tutta la notte per sognare.
In questi casi si sogna ciò che ci fa paura in forme indefinite, strane. Sulla sabbia è tutto troppo caldo e intorno è tutto sempre così insopportabilmente vivo mentre Caterina è sopra di me, nuda, con le mani allungate al mio collo. Stringe, tossisco, respiro male, fisso il sole e piango, non parlo, Caterina ride, mostra i denti, la lingua, poi chiude subito la bocca e quelle labbra, quella carne rossa e umida, a sfiorarmi mi tengono stretto alla vita e alle sue mani, imparo a non respirare, a farmi bianco, a stare fermo, mi dico che ora sì che saprei ammazzarla, è lei che mi ha spogliato, nessuna mi ha mai spogliato, nessuno deve guardarmi nudo, riapro gli occhi e di fatto sta ancora su di me, il suo naso sul mio mento, le labbra intorno alla carotide, i denti che stringono, se riuscissi a parlarle le chiederei cos’è che le piace di me che non piaccio a nessuno, ma percepisco solo una fitta dolorosa e ho solo il tempo di ascoltare “hai anche tu un brutto sapore”.
Antonio Russo De Vivo © 2025
* L’immagine di copertina è di Cristina Eléni Kontoglou.
