C’era il corpo teso immerso nell’acqua torbida di calore, e aveva certe pieghe della pelle simili ai conigli nel cellophane dei supermercati, bianchi e rabbrividiti. Milena aveva letto in un minuscolo libro che si intitolava Lapin, che se ci si impressionava a togliere la pelliccia a un leprotto, bastava immaginare di sfilargli il soprabito. Le ginocchia e i gomiti erano arrossati e si passava le mani su e giù, dalle caviglie ai fianchi, disseminate di ferite dalla forma di scuciture. Pregava piovesse, per avere del fresco e inumidire la gola. Ma certi ricordi la interrompevano, e doveva ricominciare da capo.
Aveva infilato un pigiama estivo, e mentre i capelli bagnati gocciolavano sul tappeto del salotto, col corpo disteso sul pavimento freddo, sfogliava le pagine della Bibbia. Erano sottili come carta da cucina, e si annoiava con una intensità tale da diventare fastidio. Aveva poggiato la guancia sul tomo, poi si era coperta gli occhi con le braccia. Ricordava questa mano bianca, più pallida della sua, ma con le ossa e le vene più spesse. C’era un anello estroso, al medio, con una pietra verde. Agitava un libro dalla copertina gialla e diceva, vedi questa, poi restava con le labbra schiuse. Questa è una partitura, e indicava un punto e virgola nel testo. C’è una musica che non possiamo capire. Lei si era lisciata una ciocca di capelli tra le dita e aveva inclinato la testa. Se non capisco, come faccio?
Non importa, le sorrideva un poco. Un giorno capirai, aveva detto a voce molto bassa, alzando le spalle nel frattempo. Lei gli aveva sorriso e lui non aveva detto più niente. In un ricordo separato, ancora doloroso, lei poggiava la testa sul palmo trasparente, poi gli chiedeva se potesse stringergli l’altra mano. Lui le aveva pizzicato una guancia prima di lasciarle le dita vicino, la punta dell’indice le toccava la gola.
Il telefono in fondo alla stanza suonava forte, e lei aveva aperto gli occhi, con l’unghia rossa si pungeva il collo. Come si fosse appena svegliata da una notte intera di sonno, si era arrampicata alla spalliera del divano vicino per mettersi in piedi, camminava disordinata, e una volta afferrata la cornetta si era gettata di nuovo sul pavimento.
Pronto?, teneva la fronte sul suo palmo. Ciao, mi è arrivata la tua lettera. Ma quale lettera? Dove dicevi di stare poco bene e di chiamarti urgentemente.
Si era guardata intorno intontita. Felice? Sì, sono io. Non ti ho mandato nessuna lettera. Ma sei sicura? Sissignore. Milena sentiva rumori di fogli e carta stropicciata, un respiro un po’ affannato, poi un opplà seguito da un silenzio ronzante. Ah, questa poi, sono davvero imbarazzato, non so come spiegarti. Ma sei ubriaco? Sì, un poco. Ma sono le cinque. Ma sei la polizia del vino? Vorrei spiegarti come ho sbagliato: vedi, qui ho ricevuto proprio questa lettera col testo che ti dicevo, ma da Melany, non da Milena.
Milena non rispondeva, ma aveva sospirato.
Ti sento bella degenerata, stai meglio? No, per niente. Peccato. Dove sei adesso? A Nizza. Nizza…? Felice ridacchiava. Nizza di Francia, ribatteva in un singhiozzo alcolico. Non mi aspettavo fossi a Messina. No, non immaginarmi mai a Messina, per favore. Non dovresti chiamare quella Melany? Ma no, saprà cavarsela; tu come stai?
Lei aveva appoggiato la testa umida alla carta da parati, e ritirava le ginocchia rosse al petto.
Va be’, ho capito, sei ancora disincantata per quello lì.
Milena non rispondeva, ma aveva una forte nausea a sentirsi parlare in quel modo.
Senti, io ho letto le tue bozze che hai girato a Adele. Tu parli con Adele? Io parlo con tutti. Comunque, ti volevo dire, se puoi raggiungerci nel mondo e ti interessa, che a me è piaciuto molto. Grazie. È vero, solo una cosa. Felice si era soffocato, e ha tossito e singhiozzato per un po’. Milena aspettava in silenzio.
Non ti azzardare, ecco, non fare questa cosa: se ti dovesse venire in mente di scrivere di tormenti amorosi. Non scrivere di quello là. Non lo fare. Perché altrimenti significa che sei stupida e io farò in modo che tutte le tue bozze finiscano nelle fiamme tedesche. Ma che significa? Comunque non ci riesco a scrivere di questa cosa. Brava, è così che funziona. Ricordati che tu devi scrivere dei concetti, non delle persone. Perché le forme sono autentiche, le persone no! hai capito? Se non ho capito, capirò.
Sì. E comunque,
Taglia corto per piacere.
Sì sì. Dico solo che ogni tanto potresti chiamarmi tu, tanto per cambiare.
Per stare in silenzio?
Non voglio sembrarti più conservatore di quanto già non pensi, ma voi donne siete come le opere al museo, carine finché vi fate guardare, e le parole spesso rovinano le cose belle.
Complimenti.
Se vuoi venire a Nizza, ti ospito, lo sai. Altrimenti, tra qualche mese sono a Nantes.
Poi ci penso. Ciao. Milena non gli aveva dato il tempo di rispondere, si era alzata e aveva sbattuto la cornetta sul gancio.
Quando fumi queste MS mi pari mio nonno, aveva detto Elena. Mi devo conservare le Gauloises, rideva Milena, tenendo la sigaretta stretta in una mano e coprendola con l’altra. C’è stato un colpo che non fumavi più. È passato. Elena continuava a fissare il rottweiler legato alle catene, che era una statua di muscoli e pelo cortissimo, citrigno, lo chiamava stretta tra i denti con uno strano affetto. Il cane sbavava in mezzo ai denti più affilati, era circondato da pozze di saliva. Masticava alcune ossa con rimasugli di carne ossidata nelle fessure che il padre della ragazza gli aveva gettato vicino. Oltre il recinto intrecciato a rombi, l’erba si era fatta tutta gialla e sporgeva come una talpa la superficie corrosa di una grossa cannaletta, lì in mezzo passavano per errore lepri e volpi. Questi animali magri frusciano tra i pochi fili più alti e si voltano inebetiti quando sentono sussurri; appena il cane abbaia saltano velocissimi, con l’invisibilità di certi insetti.
Mentre tirava fuori dalla tasca la scatola di latta dei fiammiferi coi disegni tela di Jouy dipinti sopra, Milena osservava il rottweiler puntare il naso su una rana, leccarla, per poi allontanarsene disinteressato. Elena l’aveva trascinata via, per scendere al lago mentre l’acqua era lilla, e Milena toccava le macchie scorticate a forma d’occhio sui tronchi magri dei pioppi bianchi. Quando si erano sedute vicine, insieme si rigiravano tra le dita dei sottili giummi di salcerella.
Come l’hai presa?, aveva chiesto Elena all’improvviso e l’occhio verdastro si era impaludito. La storia del suo testo, dico. È un bel testo. Ti piace? No, non mi piace, Milena si era morsa le labbra, aveva strappato la pelle rosa. Non mi piace come mi ha fatta sentire. Elena annuiva. La madre di Elena si lamentava mentre scendeva per il sentiero un po’ fangoso, schiacciando dei giunchi sotto le ciabatte dalla suola alta. Vi ho portato un pochettino di vino, le ragazze sorridevano mentre i bicchieri di plastica traboccavano da tutti i lati e sul fondo di ciascuno c’era una fetta di pesca enorme. Buono. Tra una mezz’ora è pronto poi vi spicciate che sennò vi levano le cose buone. Entrambe annuivano mentre la signora andava via.
Nella nota che ha scritto dopo, diceva di una ragazza che non c’entrava con te, Elena sussurrava e si baciava via il vino dalle dita. Magari era per un’altra, sul serio. Sì no ci sto credendo, rideva. Si vergogna di me. Si vergogna di sé con te, poi tu eri un po’ cattiva comunque. Non è che volessi esserlo, è capitato. E quante sono le cose che capitano!, Elena aveva bevuto tutto il vino in una volta deglutendo disordinata, poi aveva raccolto la fetta di pesca con le dita e l’aveva morsa con tutta la buccia. È brutto che ci faccia i soldi sopra. Ma che soldi? Saranno due lire, aveva tirato fuori dalle labbra la buccia liscia. Ma non è per le due lire. Non dire che è questione di principio adesso. Ma lo è.
Elena aveva seppellito la pelle della pesca. Non ci fa niente, anzi, menomale che lo hai conosciuto col cervello mollo. Ora ti calcifichi e te lo scordi. Milena aveva riso.
Milena era sgusciata via dalle mani dell’uomo come può scivolare ogni cosa senza forma, e si ripeteva che poiché era palese che fosse senza alcuna consistenza, allora lui avrebbe dovuto saperlo dall’inizio che sarebbe andata via e che se quello cercava di raccoglierla, ne avrebbe persi sempre più pezzi. Milena per scrivere non cancellava mai le cose in più, ma le ripetevano di potare e potare, per trovare il cuore di pianta umido, doveva spogliare il centro crudo, ma quegli stecchi di foglie cadevano a terra e andavano ripuliti, e a lei non andava di gettarli via perché erano verdi e lucidi e bagnati così come era il centro. Quindi si era seduta senza fare più niente, per lasciare crescere i nuovi rami caldi. Nel frattempo ancora un po’ piangeva. Lui le diceva ma che hai fatto, tutto il giorno a piangere?, e Milena aveva schiuso le labbra – così come si potrebbero aprire tutti i lembi della pianta carnivora, – ma era solo un’allucinazione di cibo, e si era risigillata. Niente, sarà che sono ormonale, credeva di stare sorridendo un po’, ma la sua espressione si era fatta più triste ancora. Voglio andare a Milano, aveva detto lui lentamente, e lei aveva chiuso un occhio dal fastidio. Che devi farci a Milano? aveva tossito dopo, il petto intero era un nodo, e masticava nella bocca vuota il sapore di vernice, i quadri allungati di blu di quella donna castana e sobria, milanese. L’aveva vista in un ritaglio di una rivista, la pagina era piegata e non c’era nessuna ragione per cui potesse importarle, ma quella brillava sulla carta scadente e spenta per natura celluloide, tra parentesi (Milano).
C’è una bella mostra, e Milena aveva smesso di ascoltare, possiamo andarci insieme che ne dici?
Lei si era guardata le braccia, poi il muro, poi il manuale di storia sulla rivoluzione francese che si passava tra i colleghi, usato solo per presentarlo all’esame. Magari non adesso. No, ma lo so, figurati, non dicevo adesso.
La frase che Milena si teneva dietro i denti era: tra poco diventerà mai più, e cercava di non pensarci già mentre premeva gli occhi chiusi contro la sua spalla, mesi prima. Sempre ferma aveva borbottato, io ho paura di fare così tanto danno da non poterlo riparare più. Lui aveva poggiato una mano sui suoi capelli, poi aveva quasi riso. Guarda che è una profezia che si autoadempie, aveva detto, e lei ci aveva sentito una nota di scherno. Da allora la profezia era il quadro in cui ogni cosa ricadeva, e fluiva, e parlava, per la sola profezia. Lei che perdeva pezzi era una profezia, lui che si irritava era una profezia. Non andare mai a Milano era una profezia, così come tenere la cornetta all’orecchio fino a non sentire più niente era una profezia.
Milena si rigirava tra le dita la tazzina del caffè macchiata, coi disegni pieni di lettere. Lo hai visto che qua c’è scritto mierda?, e indicava con l’unghia rossa la parola. Lino si era teso un poco a guardare, poi era tornato alla scacchiera a giocare da solo. Ma non è che mi insegni qualcosa, no! Ma perché, e perché ti devi fare da sola ‘e figuremmerd. Lei aveva mugolato poi era tornata a passarsi tra i palmi e accarezzare il libro che teneva in mano. Comunque io poi le ho lette le cose dove sei musa, aveva detto lui, poggiando un cavallo all’angolo della scacchiera e prendendo tra le nocche la torre da mettere via. Non sono una buona musa, aveva riso. No per niente, Lino la segue. Non sei una buona innamorata né una buona musa. Milena annuiva stringendo le labbra. E avere pregato per ricevere una telefonata ti rende una pessima, pessima cristiana. Guarda che esistono le psicosi religiose. Sì, e tu non le hai, sei soltanto ridicola. Milena annuiva ancora. Ma comunque è inutile pensare che avresti potuto sistemare qualcosa. Lino si era allontanato con la sedia, aveva acceso una sigaretta. È buono così, devi capirlo, che se non fosse stato così, non ti sarebbe piaciuto proprio. Si era alzato. Tu vai tutta la vita come un coniglio, scappando prima di là, poi di qua, e immagino che se lo fai, un motivo ci deve essere. Poi, se ‘sto fucile nessuno lo vede, che ci puoi fare.
L’estate era finita e i libri si impilavano da terra fino in cima ai mobili, un altro compleanno tra i venti e i trenta anni era arrivato, inutile come gli altri, come gli ultimi trenta gradi a mezzogiorno, ma abbastanza pagine erano state scritte, e la profezia, se si era avverata, allora era terminata. Milena aveva quindi segnato: la profezia essendo soltanto la mia voglia allucinatoria di scappare, fuggire, da quella patologia che sono troppo infantile per sopportare, che è l’innamoramento.
Allora aveva piegato il foglio, lo aveva messo da parte. Nonostante la persona ogni giorno si sfumasse sempre di più al suo contorno, mescolando i suoi colori sullo sfondo, lei sentiva ancora il sapore di vernice in bocca. Scriveva. Tutte le mie forme non sono autentiche perché prima erano persone. Sono solo scappata così lontano che non distinguo più i suoi lineamenti. Spero che si stanchi di inseguirmi. Dalla finestra la luce del sole era bianca e batteva sul vetro con un guizzo verde. Questa volta me lo concedo, poi basta, aveva annunciato alla stanza in disordine.
Aveva iniziato a piangere un poco, ma continuava a scrivere col fazzoletto accartocciato nella mano libera.
