Sgnic

Sgnic. Sgnic. Le zampette scalpitano ma la superficie è viscosa. Sgnic, Sgnic. Puf. Caduta libera. Sgnic, Sgnic, Sgnic. Questa volta ce l’ha quasi fatta. Mancava poco, pochissimo al tubo. La parete si staglia interminabile come un vacuo albume allungato. Le zampette sfrigolano: si srotolano tentando la scalata, un’unghietta trema. Puf. Il corpo ricade sul fondo della vasca. L’illusione è spezzata.

L’edificio è un ragno obeso. Il corpo difforme contiene l’ufficio del capo, seguono le cellette impilate come le teste sulle scartoffie, come le mani sulle cosce, a dire: come ci sono arrivato, fin qui?

“Non possiamo liberarla, è una specie pericolosa”. “Pericolosa, eh?” “Distrugge l’ecosistema questa qua. Sembra innocente a vederla: così piccola e innocua. Ma te lo dico io, liberarla è un’altra storia”. Accigliata Luisa si sporge dalla porta della sua camera cercando il volto di Marta. Le gambe a penzoloni, si dondola annoiata. Il dito le scivola per moto inconscio su una vena varicosa che le deturpa il polpaccio.

Quando è successo?, il naso arricciato in un moto di interdizione. Ci tengo alla pelle, io. Con tutte le creme che ordino su Amazon. Sfiga. “A cosa pensi? Stai sempre per aria, in tutti i sensi evidentemente”, Marta interrompe bruscamente il cortocircuito di pensieri della sorella. “Niente, niente. Dicevamo, la tartaruga. Vogliamo davvero lasciarla vivere dentro la vasca da bagno?” “E cosa vuoi che faccia io, esattamente? È tutta colpa di Marco. Non sarebbe mai dovuto andare a comprare una testuggine per metterla in una stupida teca. Forse ora è anche illegale, liberarla sicuramente lo è”.

Lei di vene varicose ne ha già tre? , riflette Luisa immergendosi di nuovo dentro la sua testa mentre di sottecchi osserva le gambe di Marta. E di anni ne ha appena trentacinque. Una vita sprecata. Un rivolo di bava che cola dalla boccuccia inclinata disegna caustico la sua agitazione. Sgnic, Sgnic. Certo che quegli occhietti non perdono mai la speranza. Sempre Sgnic Sgnic. Sgnic Sgnic ogni giorno, ogni ora. Finalmente deglutisce leccandosi gli angoli della bocca che socchiude a mo’ di gatto sornione.

Alle 18 il ragno comincia a essere stanco. Per questo inizia a scacciare dalla pancia e dagli arti tutte quelle capsule umane che aveva fagocitato preventivamente. Le capsule erano un’invenzione relativamente recente: servivano a dare tepore al suo scheletro metallico e a occultare i morsi della fame. La sua dietista ogni tanto se ne inventava, di formule. Questa durava più o meno da qualche centinaia di anni anche se i progressi con la bilancia restavano esigui e la cura presentava alcuni effetti collaterali. Gli esseri umani incapsulati, per esempio, si erano ormai immedesimati al punto da non saper separare più la loro vita di carne e sangue da quella del ragno, e ogni volta che scoccava l’ora fatidica faticavano a staccarsi. Puntualmente, questo significava per il ragno iniziare ad avere crampi allo stomaco: il placebo come un martello ha un’azione ripetuta ma limitata e l’omeostasi dopo un po’ ne risulta disturbata. Dopo un po’, risuona il rumore delle scartoffie sui tavolini sin dentro le corde vocali, sin dentro le viscere, e al ragno, beh, salgono conati di vomito al sapore di carta riciclata e inchiostro.

Non era più sicura delle gambe. Un attimo prima avrebbe barattato con qualche demone un cinque, sei anni di vita in cambio di una pelle splendida, ma ora insieme all’espressione assorta si era rotto qualcos’altro. “Oh, ci sei? Hai capito quindi? Da’ un segno”. “Ho capito. Ho capito. Ma non lo so”. “Vabe’, io vado”. Marta si sfila le ciabatte tirando quasi un calcio alla sedia di Luisa: che un attimo prima aveva smesso di dondolarsi. Ma la sorella fa finta di niente sfoggiando una mezzaluna di denti, e alza pigramente una mano per salutarla. La ruota gira per tutti. Prima a me la vena varicosa, poi a te. Sgnic.

Ha ricominciato. L’avesse lei, almeno una ruota su cui girare. Farebbe finta di essere al largo a spiaggiarsi con le amiche delle sue specie, ma non ha niente ad aiutare l’immaginazione. Il flusso di pensieri s’arresta di nuovo, la tartaruga ha preso a fissarla incuriosita. Sguardo contraccambiato. Ha soltanto il tubo della doccia come appiglio, ed è pure scomodo. Anche la vena ha preso intanto a fissarla, dalla coscia la scruta gettandole le sue occhiate violacee. Luisa la osserva e la pizzica con due dita per sentirne la consistenza elastica. E una vena? Quante screziature ha? E quante pieghe ha? Può disperarsi? E la tartaruga, è disperata?

Espulsione delle capsule: completata. Il ragno osserva finalmente quegli strani esseri uscire da sé, con i loro organi caldi e delicati e i denti che seguono le sequenze del tempo e dell’uso. Oggetti precari, dalla consunzione veloce, e per questo perfetti per le cure di nuova generazione attente all’ecologia.

Le pieghe della disperazione sono il regno di un pittore pazzo, le fughe prospettiche toccano in asintoti lamentosi l’infinito. E la disperazione di una tartaruga chissà che suono ha, si scopre a pensare Luisa. Da quando aveva letto i classici dell’Ottocento parlava ma soprattutto pensava sempre più spesso per metafore incastonate. Pensieri dentro pensieri, annegando in un loop.

Sgnic. La tartaruga sfoderava intanto le unghie per il prossimo tentativo ignorando il flusso in cui stava annegando Luisa. Il ragno dormiva già: con appena qualche grammo in meno rispetto al secolo scorso.

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