Chi ha interrotto Nané Campo?

Nané Campo pensava che cancellare una cosa quando questa non le stava più bene invece che cambiarle forma per renderla migliore fosse molto più giusto non solo per sé ma anche e soprattutto per chi quella cosa la guardava, la toccava, la spremeva. Da quando la sua amica F. un pomeriggio di ottobre le aveva detto durante una videochiamata che truccarsi è un rito sacro, e se quando mi trucco qualcosa va storto allora mi andrà storta anche qualche cosa nella giornata, Nané Campo aveva deciso che quella regola, da quel momento, aveva valore anche per lei. Dunque si metteva davanti allo specchio a tracciare due linee di eyeliner, una per occhio, e due linee di matita, una per labbro, e due linee di correttore, una per occhiaia, e a sbattersi sulle guance pouf e spugnette e polveri su polveri una sola volta per lato con la mano incerta di chi cova un certo terrore al pensiero di ritrovare in uno di quei gesti la fallibilità del suo destino immediato, e di esserne l’unica responsabile.

«Da oggi per favore chiamami così.»
«Ma non è il tuo nome.»
«Lo so. E quindi? Che importa?»
«Importa che non è il tuo nome e non puoi decidere improvvisamente di cambiarti i connotati a ventitré anni, soprattutto di prendere il nome di un cane.»
«Certo che posso, chi me lo impedisce? E poi non era un cane, era qualcosa in più.»
«Non l’hai mai neanche conosciuto.»
«Vedere una sua foto mi è bastato.»
«Per farti uscire definitivamente fuori di senno?»
«Per farmi sentire un senso di appartenenza.»
«Tu sei matta.»

E lo era, effettivamente. Quando andava al bar con le amiche ordinava ogni volta una cioccolata calda bianca – anche d’estate – che poi lasciava intatta nella tazza, e non perché non le piacesse o perché non la volesse, ma perché si lasciava distrarre dalla smania di piegare, strappare, sminuzzare l’inutile tovagliolino di carta che i camerieri infilano solitamente sotto il cucchiaino prima di servire una qualsiasi cosa. Così ascoltava passivamente le amiche parlare di dispiaceri familiari, voti bassi all’università, pettegolezzi e dimensioni di cazzi in una profonda alienazione data dalla ricerca dello strappo perfetto al fazzolettino di carta. Dopo un’oretta la cioccolata si freddava e alla domanda: «Ma non la bevi?», lei poteva rispondere: «Si è fatta fredda, che schifo, chi la tocca ora», e così, difatti, rispondeva ogni volta. Le amiche non ci facevano più tanto caso perché era un’abitudine, un passaggio obbligato delle loro uscite pomeridiane, ma continuavano a farle a turno quella domanda con la convinzione che la risposta, prima o poi, per forza di cose, sarebbe variata di un minimo. Cosa che non accadeva mai.

«Non importa. Ti ho detto che da oggi devi chiamarmi così.»
«Ma che nome è? Non somiglia nemmeno lontanamente al tuo.»
«Il punto è proprio questo. Di certo se avessi voluto chiamarmi più o meno come mi chiamo non mi sarei cercata un altro nome.»
«Fammi capire com’è andata.»
«Te l’ho già spiegato una volta: sono uscita dal garage di casa di L., faceva caldo perché era l’ora di punta, avevo mal di stomaco…»
«Il dettaglio del mal di stomaco nella prima versione non c’era.»
«Perché non era rilevante.»
«Allora perché adesso lo dici?»
«Mi è scappato.»
«Perché avevi mal di stomaco?»
«Non lo so.»
«Avevi mangiato?»
«No.»
«Continua.»
«Esco dal garage, avevo mal di stomaco quindi mi fermo. Guardo sulla destra. Vedo un piccolo rettangolo bianco, un manifesto funebre ma più piccolo dei manifesti funebri e…»
«E ti ha attirata perché era bianco e rettangolare.»
«Fammi finire.»
«E lo volevi strappare, tagliare in pezzi piccoli.»
«Non ho detto niente di tutto questo.»
«Come fai con le barrette di cioccolata bianca che ti porto, per avere la percezione di mangiarne di meno.»
«Se non vuoi sentire, non racconto più.»
«No, scusami, racconta.»

Se c’era una cosa che Nané Campo odiava era quella di essere interrotta: odiava il fatto che qualcuno potesse toglierle la possibilità di finire quello che aveva iniziato. Anche per questo ripartire da un punto per lei era impensabile e preferiva cancellare tutto per ricominciare da zero, e lo faceva con ogni cosa, anche con i discorsi: se le venivano spezzate le risposte per qualsiasi motivo, lei si fermava e non parlava più. Potrà sembrare una reazione tipica di una giovane donna particolarmente permalosa, ma per Nané Campo le regole erano diverse: i suoi silenzi non duravano qualche minuto (o qualche ora nei casi di permalosità acutissima) ma giorni e settimane, finché non trovava nuovi spunti per ricominciare da capo e cancellare tutto quello che era venuto prima dell’interruzione. Era così e non ci si poteva far niente, e le amiche lo sapevano, difatti con loro non parlava, ed era da tutte acclamata come la migliore ascoltatrice che avessero mai incontrato durante la loro vita. E poi le chiedevano «Ma non la bevi?» e lei rispondeva: «Si è fatta fredda, che schifo, chi la tocca ora.».

Con Claudio si trattava di un caso eccezionale perché prima di smettere definitivamente di parlare gli chiedeva «Se non vuoi sentire, non racconto più» che non era una domanda in maniera effettiva, ma lo era nella sua testa. E lui rispondeva sempre: «No, scusami. racconta» e così lei raccontava.

«Esco dal garage, avevo mal di stomaco quindi mi fermo. Poi faceva caldo. Guardo sulla destra. Vedo un piccolo rettangolo bianco, un manifesto funebre ma più piccolo dei manifesti funebri e capisco che è il manifesto funebre di un cane. Un cane piccolo e bianco. Una cana, in verità, perché era femmina.»
«E si chiamava Nané.»
«Sì, si chiamava “Nané Campo”, nome e cognome come un cristiano.»
«E ti ci sei vista.»
«Sì.»
«Ti ci sei vista perché era morta.»
«Mi ci sono vista perché era piccola e bianca.»
«Ti ci sei vista perché era morta.»
«E col caldo e col mal di stomaco mi sembrava un appiglio, una cosa felice per tornare a casa con leggerezza.»
«Sei uscita dal garage di casa di L. e non dalla porta principale, in orario di punta, perché non avevi il coraggio di rifiutare il suo invito a pranzo.»
«E infatti è stato così: mi sono alleggerita. Poi mi sono detta che se l’ho visto c’era un motivo e ho deciso di volermi chiamare così.»
«Sei scappata perché non avevi il coraggio di dirle che non mangi. Hai cercato di cancellare. Avevi paura di dire la verità ma quando sei uscita ti è piombata addosso l’altra verità che ti porti dietro come un peso, e cioè il pensiero ossessivo di tagliarti, sminuzzarti, consumarti fino a diventare bianca piatta e rettangolare. E ti sei vista. E mi hai telefonato, e io sono corso qui e ti ho portato la cioccolata bianca. È andata così?»
«Sì, è andata così.»

6 Replies to “Chi ha interrotto Nané Campo?“

  1. Uno stile contemporaneo elegante e senza fronzoli, a tratti brutalmente sincero. Uno scorcio reale sulla quotidianità poetica dei personaggi. Le chiavi che l’autrice mette a disposizione sono nelle piccole cose, nei particolari, perchè a girarle siano i lettori, in una compartecipazione emotiva alla vita che si va dispiegando a più mani. Attributi generali, sacri e legittimi, propri di chi ha talento e non necessita di sovrastrutture e scelte estetiche, limitandosi a “essere” e a godere attivamente di quel che immagina sarà.

  2. Letto da in vecchio, è giovanilstico.
    Letto da un cane, è lusinghiero.
    Scritto da te, va uniformato il tomo dei dialoghi, precisamente sul tono del parlato, che poi sei tu.
    Brava da Eugenio

  3. Non so perché ma Nané Campo mi ha fatta stare zitta per un po’.
    C’è dentro quella sensazione di quando provi a sistemarti ma finisci solo per cancellarti, come se il controllo fosse l’unico modo per non cadere. Ed io lo so bene.
    Nanè sembra pazza, ma in realtà è solo lucida.

  4. Stile,disarticolato veloce,discorsivo che imita il parlato ,immagine perfetta della visione del mondo di Nane’ Campo.Significato e significante si abbracciano,in una simbiosi perfetta. Nane’ , una giovane ragazza in conflitto con se stessa e il mondo,che preferisce il nome di un piccolo cane bianco morto al suo.Il racconto di Gaia Parlato rappresenta in pieno il disagio di molti ragazzi confusi da crisi di identita’,ai confini dell’ incomunicabilita’,gettati in un mondo che rinunciano a comprendere e si lasciano vivere nell’ attimo fuggente.Brava Gaia,con la tua prosa asciutta e scarna,hai dato voce all’ inesprimibile.Annie de Berardinis

  5. Breve, chiaro, articolato seguendo le logiche parallele della voce narrante, mente aperta e oggettivante, e della protagonista, anima che implora ascolto con la dignità di chi ne veste la nudità vulnerabile con fuorvianti bizzarrie di bambina. Non trovo difetti.
    P.s. Adoro il cioccolato bianco.

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