Ogni mattina vado giù al golfo per coglierla sul fatto. La marea ci mette un po’ a muoversi: voglio vederla appena prima, quando è ancora bassa bassa e anchilosata. Arriva a stento alla battigia. Poi pian piano si ricorda del suo incarico e risale, graduale, pigra.
Le barchette ormeggiate lungo il pontile, dai colori ancora smorzati per la luce che deve arrivare. Pochi passanti, soprattutto anziani, si fermano spesso guardandosi tra loro, come a confidarsi qualche missione riservata. Il bar apre alle 6.40.
I granchi sugli scogli, tutte quelle cose minuscole che ti appassionano e nei pertugi trovano riparo. E sopra? i gabbiani.
Potrei sedermi su uno qualsiasi dei gradini qui al porticciolo, tenermi la testa con le mani. Con l’aria assente di chi non ha incombenze ascoltare le serrande che si aprono e lo sciabordio delle onde fino a dove tutto si squaglia, in lontananza.
Ma devo tornare.
Mi rimetto sulla strada fatta di scale in pietra lucida, umide e piene di sale. Quest’isola è caduta qui come un asteroide, è più o meno una stella imperlata.
Il vulcano non ci guarda; ha le sue cose da fare. Le lucertole si infilano ovunque oppure stanno ferme.
Dovrei fare attenzione a non scivolare sul tragitto impervio, però so che non può succedere: forse lo sai anche tu, qui non ci si perde e non ci si fa male, il tempo è dolce, basta andare scalzi sulle gradinate e intorno alle case.
Non è stato il volo. È stato non sentire l’impatto con il piano di sotto.
Poteva essere un tonfo, un colpo netto, un rimbombo, qualcosa che uscisse dal pavimento. Potevo farlo tremare – o poteva essere il mio corpo a scricchiolare nel contatto. Una semplice constatazione gravitazionale – questo mi sarei aspettata, sarebbe stato quasi rassicurante.
Avevo fatto su e giù centinaia di volte al giorno, qui dentro avvertivo il peso che fuori, nel paese, non mi toccava. Faceva molto caldo, quasi a tutte le ore, lui era molto nervoso.
Dovrebbe raggiungere il livello massimo verso le 14.30, anche se ogni giorno è un po’ diverso. Se capirai il perché di questa bizzarra ossessione per la marea, questo tentativo inutile di registrarla, saggiarle il polso, puoi spiegarmelo; io non ci capisco più niente. Comunque di norma non supera il terzo gradino del molo, si ferma a circa 0.11 m, poi inizia di nuovo la sua discesa.
In casa l’acustica è dilatata, grazie a piccole correnti d’aria che sembrano l’alito di vecchi abitanti e passano attraverso le imposte; appoggio gli ortaggi sul tavolo, metto a bagno i pomodori. Scelgo il coltello in ceramica poi lui mi chiama.
La scaletta è stretta, sale ripida verso il piano ultimo della casa, formando un angolo improvviso quasi in cima. Attraverso le assi si vede di sotto; sembra di stare sospesi. Qua dentro è tutto legno fintamente grezzo, lavorato. Siamo da soli, gli altri sono già partiti. L’isola raccoglie turisti che raccolgono conchiglie. Siamo sempre più chiusi. Con labbra piccole.
Così il salto è stato rapido e ad angolo, dalla cima tutto di filato, senza toccare più nulla, solo un attimo il muro smaltato. Come si fosse in qualche modo tolto, sfilato via, un meccanismo spicciolo, che nessuno in realtà si era preoccupato di rimuovere. La casa aveva forse cominciato a poter fare a meno di qualche sua parte – e aveva cominciato proprio da quella scala. Che stupida.
Era un mese lungo, facevamo la muta, come serpenti rintanati, io uscivo di soppiatto; lui agitava sonagli.
Potevo rimanere paziente sotto moltissimi strati di tosse, senza dover sentire niente, per ore. Qualche goccia che cade fuori in mezzo ai vasi, che va persa per sempre, comunque non piove e non intendo farci niente. Stai zitta. Non ricordo la ragione scatenante.
Forse è stato mentre ho chiuso gli occhi.
Non sono caduta al piano di sotto.
Si è aperta una vasta distesa d’acqua, ben delimitata; riempiva tutto l’ingresso e il soggiorno.
Non l’ho vista arrivare, era un tuffo che sapevo fare. Sceglievo le rocce per lanciarmi, dopo aver controllato il perimetro in cerca di meduse. Mi chiamava, incalcolabile, con la mia voce. Mi prendeva in modo semplice.
Però qualcosa non torna. Nemmeno in tempesta l’acqua è mai arrivata fin quassù in cima, non ho bisogno di controllare i dati; l’influsso della luna è pure ininfluente, vai a sapere. Questo tuffo che ho fatto è stato particolarmente sgraziato. Non dire minchiate. Sei scivolata, ti sei fatta male.
Sono rimasta a mezz’aria, senza andare a sbattere, mi sono ritrovata immersa in qualcosa che prima era uno spazio sgombro in mezzo al poco mobilio, fluttuando tra gli angoli e i profili delle pareti, i quadri appesi; potevo muovermi lenta, senza direzione alcuna. Qualcuno mi ha spinta.
E mentre io cado di sotto, e non mi infrango come di consueto contro il pavimento, lui di sopra continua a rompere oggetti. Li scaglia al suolo come per aprire gusci d’uovo, un’operazione metodica volta a far nascere lucertole, a generare strane scintille con cui incantare bambini disposti allo stupore.
Altre volte sembra lui stesso un bambino preso da un raptus conoscitivo, come dovesse, sbattendo tra loro le cose, saggiare il funzionamento degli elementi. Sei noiosa.
Mi sarei dovuta rompere, far nascere qualcosa dal guscio sbriciolato, lasciare uscire un esserino strisciante capace di vivere senza riparo. A questo, credo, sarebbe servito l’impatto.
Questa strana marea si è teletrasportata qua dentro togliendomi lo schianto, poi non è ridiscesa; avrebbe potuto scivolare giù, per le strade fino alla scogliera, portarmi via, invece niente, si è piazzata qua come un polmone gonfio e io dentro. Così rimango a mollo, trattenendo il fiato.
Quando arrivi cerca di distinguermi, lui sarà di sopra a mettere in ordine.
Non avrò preparato il pranzo.
