PRELUDIO
La moglie del notaio non lo chiamava mai per nome, né si riferiva a lui come a suo marito. Era semplicemente il notaio. Ed era colpevole. Di cosa — di cosa? — non se lo ricordava nemmeno più. Troppe colpe, o forse troppo tempo passato a odiarlo in sordina, tra un sorriso di circostanza e l’altro. A scanso di equivoci, lo puniva senza sosta, con piccoli gesti di vendetta quotidiana. Specialmente a tavola.
Sapeva bene che la ferrea educazione dell’infanzia — un’infanzia triste, ingiusta e solitaria che non mancava mai di rivangare alla prima occasione utile — gli impediva di rifiutare cibo. Per nessuna ragione, da ormai più di sessant’anni, il notaio si era negato a un pasto offertogli o aveva lasciato avanzi nel piatto. Credeva nel cieco rispetto delle regole e l’estrema integrità con cui amava portarsi nel mondo lo aveva reso impermeabile al cambiamento.
Durante la guerra, aveva combattuto al fianco dei fascisti. Con sentito orgoglio raccontava di essere rimasto — fino alla fine! — fedele alla propria bandiera. Non come quei partigiani voltafaccia che, senza alcuna dignità, erano saltati dalla parte del nemico, rivoltandosi ai propri fratelli e infangando l’amor patriae col sangue del tradimento.
Ogni mattina, il notaio si svegliava poco dopo l’alba. Con gli occhi ancora appannati, allungava la mano sul comodino, cercando di afferrare quel che restava del ricordo della madre defunta. Fissava il suo volto sbiadito, ne perlustrava il profilo con cuore pesante, commuovendosi sempre un po’ alla vista dello sguardo di lei posato su quel bambino rimasto prematuramente orfano.
Ogni mattina, si preparava ad affrontare la vita. Fiero, stoico, eroico. Come gli avevano insegnato. Coerente, ché la coerenza — come la legge — era diventata, nel tempo, il surrogato dell’amore materno perduto in tenera età.
Alle 7.30 in punto, nel silenzio della casa, risuonava la doppia mandata della porta del bagno. Eau de cologne. Mozart. Borotalco. La toletta durava un’ora esatta ed era l’unico momento di libertà che si concedeva nel corso della giornata.
La moglie, nel frattempo, ronzava indaffarata in cucina e, mentre gli inquinava il caffellatte con svariati cucchiaini di zucchero e una generosa dose di rancore, rimuginava: un cucchiaino per quella volta che l’aveva tradita con la pittrice francese, un altro per aver negato l’evidenza, ancora uno per aver accettato l’incarico in provincia e averla trascinata in mezzo a bifolchi di campagna e relative mogli patinate e piccoloborghesi.
Spesso continuava finché l’ombra del marito si proiettava sul pavimento, allungandosi sul tavolo e sulla zuccheriera, su quel delitto di saccarosio che — non senza segreto piacere — commetteva con sfacciata incuranza.
In quell’istante, la tregua notturna terminava e la guerra che combattevano riprendeva più aspra che mai.
ATTO I
Automatismi e silenzi riempivano la sala da pranzo tra un sorso di caffellatte e una fetta di pane — rigorosamente, volutamente, bruciata — e marmellata. Terminata la stucchevole brodaglia, il notaio riponeva il tovagliolo sotto il piattino di ceramica ungherese. Poi si alzava, lo sguardo sull’azzurro del mare oltre la finestra. Infilata la giacca, si dirigeva in ufficio, sperando sempre in qualche imprevisto che lo trattenesse il più a lungo possibile.
Allo sbattere della porta, la moglie tirava un sospiro di sollievo e ritrovava l’anelata leggerezza che allietava le sue ore d’aria prima della vera battaglia quotidiana: il pranzo. Intonava Édith Piaf e, con mano veloce, faceva piroettare il disco del telefono in attesa che la voce della gemella — ancora di salvezza e confidente d’eccellenza dei suoi tormenti coniugali — giungesse ad accarezzarla.
— Lo detesto.
— Niente di nuovo. Ti ricordi quando veniva a darci ripetizioni? Sempre triste, serio. Non si scomponeva nemmeno per l’aperitivo.
— Mi ricordo sì. Mamma sfornava la pizza e papà faceva saltare il tappo dello spumante sul lampadario. E quello niente, imbalsamato sopra i libri.
— Ma perché te lo sei sposato?
Perché se l’era sposato? — E che ne so!
A metà mattinata, la moglie del notaio s’impossessava del bagno.
Nuvole di cipria, labbra rosse, e nel riflesso dello specchio un guizzo spregiudicato iniziava a pianificare il prossimo colpo basso da infliggere al consorte.
La trama delle strategie era fittissima. Nell’ordine: prosecco al caffè padronale dove i rotariani si ritrovavano per la seconda colazione — giusto per incrinare l’immagine della famiglia perfetta che, con grande fatica, il notaio si era impegnato a costruire. Seguivano poi acquisti di porcellane e utensili inutili per la casa, approvvigionamento di delicatessen gourmet per ingrassare ulteriormente il frigorifero, spese folli e immotivate nella sua gioielleria preferita, istruzioni vaghe ed errate alla governante che, puntualmente, avrebbe rotto o rovinato uno dei simulacri che il marito custodiva gelosamente.
Terminata la staffetta d’odio, serafica, rientrava e si metteva a cucinare.
Ogni giorno la stessa routine, con un’unica eccezione: il pranzo della domenica quando, con immenso gaudio cattolico del notaio, tornavano in scena le figlie.
ATTO II
Petra, la maggiore, aveva ereditato la formalità del padre e il cinico — a tratti macabro — senso dell’umorismo della madre. Sfogliava annoiata una rivista, in attesa che il banchetto sacrificale avesse inizio.
La più piccola, Penelope, apparecchiava la tavola con minuziosa precisione, senza mai staccare gli occhi dai ricami rassicuranti della tovaglia di lino, nel tentativo di allentare la tensione.
Infine, c’era Persefone: teatralità, lingua tagliente e istinto del dramma della madre sapientemente mescolati con il radicale idealismo del padre. Si presentava ogni domenica in ritardo e, senza mai scusarsi, mandava avanti la figlia Sumatra per intenerire il cuore del notaio.
Funzionava sempre.
Tre antipasti, due primi, un secondo monumentale e dolci preparati con l’odio metodico riservato alle grandi occasioni.
Consapevole di essere entrato in territorio nemico, il notaio si sedeva per ultimo e mangiava avvilito. Ogni boccone una prova d’onore, ogni forchettata una penitenza.
In sottofondo, l’Angelus del Papa in diretta da Piazza San Pietro.
La voce ovattata del pontefice si mischiava al tintinnio delle posate, mentre la moglie del notaio serviva piatti che sfidavano ogni logica calorica e architettonica.
— Hai mai ucciso qualcuno? Le parole di Sumatra rimasero appese nell’aria, improvvisamente pesantissima, mentre fissava il nonno con sguardo inquisitorio.
— In guerra, intendo — precisò — quando stavi con quelli sbagliati.
Silenzio. Dal tubo catodico, il Papa declamava misericordia, umiltà, tolleranza.
— Dovremmo bruciarlo, il Vaticano.
Un altro silenzio. Più denso. Più definitivo.
Petra rimase immobile, il cucchiaio appeso alle labbra. Persefone tratteneva a stento una risata.
Penelope, captando il preludio di uno scontro a fuoco, cercò rifugio nella sua vecchia cameretta.
La moglie del notaio continuava a impiattare il roast beef colato di senape, come se nulla fosse successo.
— Così — perseverò con nonchalance — per vedere se il fumo sale dritto in cielo o fa il giro largo dell’ipocrisia.
Con la voce incastrata tra la forchetta e la dignità, il notaio fissava lo schermo paralizzato, incapace di reagire, mentre il Papa benediceva la folla.
Si alzò lentamente. Guardò le figlie. Poi la moglie. Umiliato, si ritirò nel suo studio, macchiandosi dell’onta del disertore. Per la prima volta in tutta la sua vita.
La moglie, intanto, inebriata dallo champagne, ne versava generosamente in tutti i bicchieri, pienamente conscia che li avrebbe poi bevuti lei stessa.
Sumatra la contemplava ammirata: era la prima vera rivoluzionaria che avesse mai incontrato. Intuiva, inoltre, che quando la situazione sarebbe degenerata — a breve, come ogni domenica — l’ubriachezza fuori luogo della nonna sarebbe stato l’unico barlume di spensieratezza a cui aggrapparsi.
La quiete prima, dopo e durante qualsiasi tempesta che — come ogni domenica — non tardò ad arrivare.
Sin dalla prima portata, Petra e Persefone avevano ripetutamente ingoiato un vicendevole disprezzo, condito da ira funesta e incontrollabile furia. Al primo squillo del telefono, cariche di una cattiveria antica, trovarono il detonatore e si fiondarono sull’apparecchio. Dall’altra parte del filo, Marcaurelio — tutto attaccato, ci teneva sempre a precisarlo — il fidanzato storico di Petra o l’ameba, come piaceva definirlo alla sorella.
— È nome da imbecille.
— È un nome imperiale.
La voce, intanto, continuava a oscillare nel vuoto: «Petra? Pronto? Petra?»
— Un imbecille imperiale! — ruggì Persefone intercettando la traiettoria della cornetta che, come un metronomo impazzito, aumentava di ritmo insieme alla crescente ostilità.
— Mammaaaa! — Le pupille di Petra erano buchi neri di rabbia mentre invocava alleati per evitare di perdere il controllo. Il vero obiettivo della disputa, infatti, non era mai distruggere l’altra bensì smascherarla, tirarne fuori il peggio, mortificarla di fronte agli altri e, soprattutto, a se stessa.
— E non mi sorprende, esce con te! — concluse la sorella voltandole le spalle.
— MAMMAAAAA!
ATTO III
Sorda ai richiami delle figlie, la moglie del notaio si era appostata in terrazzo, dove indulgeva in una delle sue attività preferite: il lancio degli avanzi ai gabbiani. Nessuno avrebbe potuto dire con certezza se fosse un’altra delle sue calcolate malvagità per irritare il marito o un hobby bizzarro da cui traesse effettivo piacere. Fatto sta che — ogni domenica — uno stormo intero attendeva pazientemente appollaiato sulla banchina del molo, in attesa del cigolio della portafinestra: segno inequivocabile di un lauto pasto in arrivo.
— Sei gelosa! Perché non sei la figlia karmica. IO sono la figlia karmica!
— Ma ti senti mentre parli? Sei pazza Persefone.
— Impugnerò il testamento e tu non prenderai niente!
— Altro che la figlia karmica. Sei la figlia stronza!
— BASTA! — accorsa in preda al panico, Penelope implorava le sorelle.
— Taci, ruffiana isterica! — Petra non misurava più le parole.
— Sei una lagna, certo che non ti si prende nessuno! — la liquidò l’altra.
— Sumatra, diglielo alle tue zie che sei la reincarnazione della bisnonna Ginevra! L’interpellata alzò gli occhi al cielo. Sua madre incalzava — Diglielo che sei la mamma di papà!
— Di chi, cara? — chiese la nonna, lavandosi via il senso di colpa con l’ennesimo sorso.
— Della mamma di nonno!
— Ah, lei mi piaceva tanto. Sai perché? È morta prima che potessi conoscerla!
E, compiaciuta del proprio cinismo, scoppiò in una risata sguaiata.
Le voci si accavallavano, Petra strappò la cornetta dalle mani della sorella con veemenza. Il filo mutilato penzolava inerme mentre la parabola dell’oggetto sorvolò la tavola fino a oltrepassare la finestra. Il vetro tremò, poi crollò. Una scheggia rimbalzò anche sul vassoio del roast beef colpendo un gabbiano ingordo che lanciò un grido stridulo prima di accasciarsi sulla carne ormai fredda.
Il boato, il sangue dell’uccello e le urla delle tre sorelle si fusero in un unico caos rituale.
La moglie del notaio osservava la scena senza scomporsi e, dopo un secondo di esitazione, decise di brindare al volatile, sfortunata vittima di tanto rumore per nulla.
— Sumatra, vedi un po’ se quello dorme.
Sfiancata dall’ennesima apocalisse famigliare, la bambina fu felice di obbedire alla nonna.
Quello sedeva alla scrivania in marmo del suo studio con lo sguardo inchiodato sulla parete.
— Cosa succede di là? — le chiese senza voltarsi.
— Lo vuoi sapere davvero?
— Meglio di no.
— Nonno, ma perché fanno così?
L’innocenza negli occhi della nipote lo metteva a disagio. Imbarazzato e vuoto di risposte, continuava a fissare un punto indefinito tra il busto del Duce e il crocifisso. Purtroppo, né il Cristo ripiegato sulle proprie ferite, né l’espressione fiera di Mussolini seppero assolverlo dalla sua inadeguatezza. Con la goffaggine di chi non è abituato all’intimità, improvvisò. Estrasse dal cassetto il libretto degli assegni, staccò il primo, vi scarabocchiò sopra qualcosa e lo allungò a Sumatra.
— Wow! Posso comprarci il gelato?
— Sarai la mia unica erede— dichiarò solenne il notaio.
— Ci sono un sacco di zeri.
— Lasciatemi in pace — continuò senza staccare gli occhi da quel frammento di orizzonte in cui l’azzurro del cielo si fonde con la trasparenza del mare.
Sumatra lo sbirciò un’ultima volta: non lo comprendeva bene — non era sicura di comprenderlo affatto — le suscitava, però, molta tenerezza. Accostò la porta dietro di sé in sincrono con il click del giradischi. Il notaio annunciava così l’ordine di non essere disturbato per il resto della giornata.
EPILOGO
Le note dell’Ave Maria di Schubert riempirono ogni angolo della casa.
Strisciavano dentro le crepe dei muri, sul rigor mortis del gabbiano e tra le lacrime che Penelope piangeva singhiozzando sommessamente. S’insinuavano fra i cocci e i vetri infranti sul pavimento, sublimando la guerra fredda che le sorelle, ormai sature di violenza, non smettevano comunque di fronteggiare. Annacquavano il liquore alla ciliegia che la moglie del notaio brandiva euforica mentre fissava la tavola con sguardo rapito.
Crostini burro e alici del Cantabrico, caponata di melanzane con olive taggiasche, pomodori al riso, sogliola alla mugnaia, Pavlova con coulisse di lamponi e limoni caramellati. Il tutto, innaffiato di Crémant d’Alsace Grande Cuvée.
Non aveva ancora finito di pranzare e già sognava il menù della cena.
I grandi sono stupidi. — pensò Sumatra che si sarebbe strappata la faccia pur di non assomigliare a nessuno di loro. Pur di estirpare ogni traccia di quell’eredità.
Unica magra consolazione: un giorno, si sarebbe vendicata. Non sapeva bene come, né quando, ma l’avrebbe fatto. Del resto, sua nonna diceva sempre che la vendetta era un piatto da gustare freddo.
Un giorno avrebbe rivelato la verità nascosta dietro la convivialità forzata e i silenzi colmi di vergogna. Ci sarebbe stata anche la fantomatica bisnonna, assente eccellente di ogni pranzo di famiglia. Le piaceva immaginarla zingara, spettinata dal vento, evanescente e inafferrabile come una bolla di sapone. Forse non era nemmeno morta davvero, aveva solo deciso di fuggire per evitare di prendere parte a quel circo transgenerazionale di cui lei, invece, era ancora prigioniera.
Un giorno li avrebbe spogliati di ogni formalità: personaggi grotteschi in cerca di una catarsi d’amore.
Un giorno, non adesso.
Al diavolo la famiglia!
Adesso, sarebbe andata a prendersi un gelato.

Un grande vortice di una danza come un campo magnetico che non risparmia nessuno nella sua iperbole lucida e fisica inesorabile . Una scintilla di vita si stacca e vola un solitario senza tempo né corpo. Brava Sara! Grazie per questa lezione di vita 🙏🏻