Amica Sailor Moon

Nonostante non fossi così tanto entusiasta di dormire da Rosa, non le dissi niente per non smorzare il suo, di entusiasmo, o perlomeno per non ferirla, visto che la mia titubanza non era dovuta tanto alla sua compagnia, che pure era impegnativa, ma al fatto di dormire in un’altra casa che non fosse la mia. Me lo aveva chiesto a tradimento, mentre ero con le mani aperte sul tavolo a fare asciugare lo smalto blu che mi aveva messo.
«Dormi qua?», ma non sembrava un invito, piuttosto una conferma di qualcosa di già deciso.
Non da me, e aggiunse:
«Ti do il mio pigiama dell’anno scorso», che non le andava più perché era già esplosa in circonferenze.

Rosa allora era una ragazza di dodici anni che ne dimostrava sedici, e che appunto per questo già meritava l’appellativo di “femmina”. Quella sera famosa di cui sto raccontando, mentre portavamo a spasso Filippo, il suo pastore tedesco, e lei si chinava per raccogliere le feci, un ragazzo la fischiò, e sotto il palazzo Arturo, padre di Nanni il mio compagno di scuola, le disse, sorridendo: «Stai diventando proprio una bella femmina». Rabbrividii alla vista dei suoi denti.
Rosa aveva i capelli lunghissimi, da un po’ di tempo aveva smesso di legarli e diceva anche a me di abbandonare le trecce.
Aveva una ventina di bambole che non toccava più, per quanto ne sapevo, ma erano ancora tutte lì, sulle mensole di camera sua, in ordine e in bella vista. Qualche volta, mentre aspettavo che tornasse da equitazione, entravo nella sua stanza e mi fermavo a fissarle, occhi nelle biglie di plastica. Avevo voglia di prenderle ma non me la sentivo. Una volta la mamma, forse pensando di fare una cosa carina, mi disse: «Prendile, Rosa è cresciuta per queste cose». Io ero più grande di Rosa di sei mesi.
La mamma di Rosa non tornò quella sera, lavorava su turni e qualche volta capitava di notte. Così ordinammo le pizze. Prima che arrivasse il fattorino Rosa scavò tra i trucchi della mamma e mi impiastricciò la bocca di lucidalabbra. Poi non fece niente di inappropriato davanti a lui, che era pure vecchio, disse solo:
«Quanto le devo?», mentre prendeva il salvadanaio dalla credenza.
Non era ammiccante, solo diversa, aveva messo su due sopracciglia aggrottate, come se nel maneggiare i soldi dovesse per forza assumere un aspetto più serio, più adulto.
La pizza la lasciò quasi del tutto, e si permise di farmi un piccolo appunto di finta ammirazione quando notò che avevo divorato anche gran parte del cornicione della mia.

Con la pancia gonfia di lievito, mi stravaccai sul divano a guardare la tv. Fui invasa dalla tipica sonnolenza da troppi carboidrati e pian piano me ne andai al sonno. Ma Rosa, invece, che aveva lasciato tre quarti della cena, era allegra ed elettrica. Faceva zapping di continuo, cercando non si sa cosa, finché non trovò un porno che decise di lasciare in sottofondo. I gemiti via via più insistenti mi strapparono al sonno.
Rosa mi stava guardando, negli occhi la tipica malizia di quando decideva di “giocare a fare marito e moglie”. Come ogni volta non sapevo cosa provare, quale delle due sensazioni (euforia o disagio) avrei dovuto scegliere. Cominciai a sentire dolore lì sotto.
«Cambia, per piacere. Mi mette angoscia.»
Rosa obbedì. Le pelli nude e oliate delle massaggiatrici divennero quelle rosa e censurate delle guerriere Sailor.
«A quest’ora?», si limitò a commentare Rosa.
Mars, Jupiter, Mercury. Poi toccò a Serena. Prese lo scettro e in un turbinio di bende colorate cominciò a trasformarsi. Era sempre lei, era sempre Serena, ma potevi dire che era diversa. Rosa spense la TV prima che Sailor Moon potesse mostrarsi nella sua forma completa, nella sua forma perfetta.
«Filippo deve cacare.», disse.
La vidi con la coda dell’occhio mentre in camera si cambiava i vestiti. Erano le dieci di sera, chi avremmo potuto mai incontrare nel parco? Ma Rosa applicava fino all’estremo la regola del “divieto alla sciattezza”. Il suo corpo era cambiato dall’ultima volta. Adesso portava un reggiseno con una forma, e la forma era piena. Come ero riuscita a intravedere dagli abiti che indossava, i fianchi apparivano più larghi.

Era una sera umida, provavo pietà per le sue gambe all’aria, e rabbia per il rumore sordo degli stivali che si era infilata. Erano all’entrata, li aveva messi dicendo: «Faccio prima a mettere questi di mia madre che andare a prendere i miei di là!», ma era sicuramente una scusa. Ci ballava dentro e camminava come se fosse sui trampoli.
Come avevo immaginato, a parte Arturo, il padre di Nanni, non incontrammo nessuno.
Camminammo però a lungo, entrambe in vena di stare all’aria aperta. Adesso che ci avevamo fatto l’abitudine, l’umidità che ci schiaffeggiava la faccia ci rendeva felici.
Il parco, in cui abitavo anch’io, era grande quanto un villaggio vacanze. A ovest, oltre il recinto, una pineta che ci divideva dalle cosiddette “case cadute”: blocchi di caseggiati abbandonati dai tempi del terremoto. Qualcuno di sicuro ci viveva. Spesso avevamo visto delle luci alle finestre.
Oltrepassammo il recinto. Rosa illuminava la strada con una piccola torcia. A Filippo piaceva passeggiare tra i pini, fiutare delle piste a caso, condurci sempre nei soliti posti e marcare territori già tracciati da altri quadrupedi.
La pineta mi pareva fatta di carta. Gli alberi si piegavano a ogni filo di vento. Nell’attraversarli su quei trampoli, Rosa stava in equilibrio per miracolo.
Poi, senza preavviso di tuoni, un lampo agguantò il cielo e i pini e noi per un istante. Filippo abbaiò e in un attimo si liberò della presa della padrona. Corse nella direzione opposta alla strada, verso le case cadute. Aveva visto qualcosa muoversi?

«Ma che ti prende, oh!», gli urlò dietro Rosa, inseguendolo. La torcia illuminava la strada a ondate regolari: vedevo Filippo, poi i pini, poi Filippo, poi di nuovo i pini, il profilo fantasma di una casa, l’ombra altissima di una donna, una luna rossa e vicina, vicinissima, il ruzzolare del terreno smosso, i moscerini che ne saltavano fuori, e di nuovo la donna, dalla testa di luna, una strega?
Rosa perse l’equilibrio su quegli alti stivali e vidi la sua caviglia sbandare pericolosamente verso l’esterno.
«Rosa, attenta!», gridavo sottovoce.
Trovammo Filippo quasi subito. Era fermo, il muso verso il basso, a guardare il terreno. Rosa afferrò velocemente il guinzaglio.
Filippo era intento a fissare un buco.
«Che ci sta lì dentro?», gli chiese Rosa.
Dal buco proveniva una luce. Fievole, rossastra, lontana.
«Allora?», continuava Rosa. «Che c’è, Filippo, che c’è?», chiedeva al cane, come se potesse risponderle davvero, o come se lei detenesse il potere di San Francesco e potesse decifrare il linguaggio degli animali.
Filippo si voltò a guardarla con la bocca aperta, la faccia confusa, mugolò e tornò a fissare il buco.
«Che cos’è quella luce?», chiesi.
Rosa si voltò a guardarmi anche lei, con la bocca aperta, la faccia divertita: «Quale luce?»
Guardai nel buco. Non vidi niente. Nessuna fonte luminosa. Solo un buco. Un buco grande quanto una persona. Il diametro di una ragazza come me. Se mi fossi sporta, sarei scivolata giù senza difficoltà. In che modo potesse emanare quella luce, se della luce non vi era traccia, non lo so. Com’era possibile, fisicamente, assistere a un fenomeno del genere, nemmeno lo so. E cosa stavamo guardando, a quel punto? Che cosa ci aveva attratte? La luce o il buio? E poteva il buio essere così luminoso? Sentii un brivido all’altezza dello stomaco, all’epoca ne soffrivo spesso, e oggi di tanto in tanto ancora lo sento. Quando un pensiero sconosciuto mi ricorda della mia infanzia, o quando le calze mi stringono troppo in vita e avverto il disagio in cui sono costretta. Provai l’impulso di sbottonarmi e liberare la pancia gonfia di bambina che stava già scomparendo, e invece trovai la comoda molla della tuta.
Scrutavo il buco e sentivo freddo.
«Forse è meglio tornare a casa.», dissi.
Anche Filippo si voltò a guardarmi.
«Perché?», Rosa si inginocchiò accanto al buco. «Che cosa vedi, Sere?»
Infilò la mano nel buco.
Il suo braccio non tagliava il getto luminoso, non faceva ombra. Si faceva più tenue a contatto con la luce.
Poi Rosa gridò, il volto stravolto in uno spasmo. Aveva la mano stretta nell’altra, e diceva: «mi ha morso! Mi ha morso!»
Filippo abbaiò agitato, io mi avvicinai per aiutarla. Rosa rideva.
«Che faccia che hai fatto, Serena!», diceva. «Ma ti pare che mettevo la mano lì dentro? Ci sarà sicuramente un topo! O chissà che bestia coi dentoni!»
Accarezzò Filippo sulla testa per calmarlo.

Mi inginocchiai anch’io. Guardai nel buco, mi sembrò di scorgere una gemma al suo interno. Una gemma aliena forse, di un altro mondo, scaraventata sul nostro per liberarci dai peccati, o semplicemente per splendere. Nient’altro che splendere.
Infilai la mano per tentare di prenderla, ma non vi riuscii. Andai più a fondo, entrai fino alla spalla. Rosa mi teneva da dietro. La sentii dire: «Dai, lascia stare, e se ti morde per davvero?».

Sfilai il braccio: la gemma rossa, luccicante e bagnata, splendeva nel palmo della mia mano.
Rosa mi guardava con gli occhi sbarrati.
«Che schifo è?»
Tornai a guardarmi la mano: la gemma aveva adesso una consistenza diversa, molliccia. La strinsi, mi rimase addosso un liquido vischioso, appiccicoso. Guardai Rosa, era il riflesso del mio disgusto.
Rosa si tirò su la lampo della giacca per coprirsi la scollatura della maglietta, e infilò la mano nella gonna, forse per allentarla un po’, per non sentirla così stretta.
«Non capisco», disse, «Perché prima a te?»

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