Santi lo capisce subito, anche se non saprebbe esattamente dire cosa non va. Ha aperto il frigorifero: ecco i prodotti, disposti su mensole e vani; accessibili, categorizzati. Ma questa volta è diverso. C’è qualcosa, dentro, che sembra essersi preparato a venire scoperto. Sono lì. Tutti lì. Tutto è quasi giusto. Il panetto di burro da due etti appena iniziato, inguainato nella carta giallognola con la scritta blu, è esattamente dove l’ha messo, nel ripiano in plexiglass all’interno dell’anta, eppure la carta è spiegazzata, come richiusa troppo di fretta, e tutto il suo peso di minuscolo macigno grava su un angolo bisunto. La vaschetta di lasagne precotte, presa in rosticceria tornando dal lavoro, è ruotata. Di poco, è davvero questione di pochi millimetri, ma Santi lo nota. La pellicola plastica che la sigilla è sgonfia, madida di condensa. Sulla mensola più alta c’è una fila di budini. Li ha disposti con cura, come fa con tutto. L’ordine non è la chiave dell’universo, piuttosto il rimedio al suo indefinito sprofondo. Ma la fila è disallineata: due sono troppo arretrati, uno sporge. Santi ristà. Sente qualcosa incupirsi. Un dubbio circoscritto. Richiude il frigorifero nell’istante stesso in cui l’allarme per il risparmio energetico s’impenna, caleidoscopio d’allerta e sorpresa che screzia il silenzio. Lo riapre. Niente è tornato al suo posto. Duecentosettantatré notti, pensa, dal quarto piano in cui si trova il suo appartamento. La cosa l’ha convocato anche oggi. Come poterla chiamare? Non fame. No, non ha niente a che vedere con la spinta verticale che tutti sostiene e governa. Quasi quasi mi masturbo. Ma non è nemmeno quello. A svegliarlo non è stato il rompicapo senza istruzioni della sua anatomia — odia la parola solitudine — ma uno sfrenato, goffo senso di svuotatezza. Si è seduto sul bordo del letto, ha versato dell’acqua nel bicchiere che tiene sul comodino ma non ha bevuto. Si è alzato. Che ore sono? Santi non lo controlla nemmeno più. È andato in cucina. In frigorifero, la situazione appena registrata. Nella dispensa nota un pacco di fette biscottate piegato al centro, il cellophane tirato, svuotato dall’aria. Una boccetta di acciughe sott’olio lacrima gocce di unto sulla superficie limpida.
Sul fondo, la farina ha rilasciato una striscia impercettibile. Santi passa un dito. La polvere gli resta sul polpastrello. La lecca. Sa di vecchio.
All’inizio, molto prima che l’ordine cedesse, c’erano state le notti. Si svegliava — si sveglia tuttora — con la bocca impastata, la lingua gonfia, le gengive sensibilizzate. Il suo olfatto pareva colmare la distanza che il buio imponeva tra lui e il resto della casa. Sembrava possederle tutte contemporaneamente, le cose: poteva sentire distintamente il misurato odore di chiuso dell’armadio, il caldo sentore di umidità trattenuta dalle pareti del bagno, l’olezzo di fumo del cappotto appeso all’ingresso. Per non parlare del tatto: le tiepide lenzuola lo opprimevano roventi, il cuscino era un monolite granitico. O dell’udito. Gli scricchiolii strutturali del condominio lo facevano sobbalzare simili a deflagrazioni. Come se il banale squallore della sua vita, a quell’ora, premesse in lui dilatato da qualcosa di sconosciuto e ancestrale. Controllava la sveglia: le tre e quattordici. Si alzava. L’intero nero appartamento, uno spazio disinnamorato, attraversato dal suo corpo mortale — ancora più mortale perché appena strappato dal quieto vascello del sonno —. Solo in cucina riusciva a placarsi, a sentirsi di nuovo ospitato. Una volta aperto il frigorifero tutta quella strana nitidezza si sgonfiava. L’aria irrigidita, il senso chimico del freddo, quell’afrore gelato che è la mancanza di ogni altro odore. Duecentosettantatré notti. Quanto fa? Nove mesi. Se solo riuscisse a comprendere cosa sia. La furia che lo sveglia sempre alla stessa ora. La prima volta ha preso del pane in cassetta. Cinque fette. Le ha strette e rilasciate ritmicamente nel palmo della mano; si è concentrato sulla mollica, l’ha sentita comprimersi per poi tornare perfettamente alla sua prima forma. Le ha infilate in bocca così, tutte insieme; ma da lontano, come vedendosi compiere quel gesto sproporzionato. Poi ha aperto il frigorifero. Il fioco brillio ha tagliato di netto il ventre della stanza. Luce a serramanico, diafana lama di chiarore.
Ha iniziato ad afferrare convulsamente il cibo che capitava. Si è dato alla devastazione.
A Santi la notte non sembra troppo diversa dal giorno. Lui resta comunque nascosto. Nelle ripetizioni, nell’ordine domestico che sorveglia e alimenta senza tregua. Non ha nient’altro a cui aggrapparsi, all’infuori di questo. E del suo invisibile lavoro di archivista per una grande biblioteca centrale. Anche se da quando la notte la cosa ha iniziato a convocarlo, di giorno è più distratto. Tutti quei libri. Tutta quella sapienza. E lui, non sapere mai nulla. Di sé. Del proprio destino. E ora il suo stomaco, desolato e presente, l’ininterrotto gomitolo del ventre. Anche lì fa buio, e cose ristanno in attesa.
— Santi! Santi! — sussurra, scimmiottando la voce baritonale del suo responsabile di area.
Sorride, ma è come frignare. Così apre la tovaglia, prepara la tavola. Passa mollemente la mano sui rebbi della forchetta come tra i capelli di una donna — una criniera gelida, appuntita. Posa le stoviglie. La notte è questo: un piatto vuoto. Poi, in quel suo modo disgustoso e ferino, mangia.
Col tempo il rito si è fatto più meticoloso. Più ordinato. Inizialmente consumava in piedi, appoggiato al lavello. Senza masticare abbastanza. Bocconi cadevano in blocchi dalle sue labbra, pesanti e disperati come frutti marciti cadono dall’albero. Beveva fino a disinnescare quell’ambigua arsura, senza provare sete; e senza un’apparente strategia, solo finché non sentiva lo stomaco irrigidirsi, lunghissimi sorsi che lo lasciavano con lo sforzo subacqueo di restare aggrappato al suo stesso respiro. Allora piangeva, imprecava, senza però potersi fermare. Forse piangendo e imprecando proprio per questo. Ora non piange più. Apparecchia minuziosamente. Dispone tutto ciò che sente dovrà ingurgitare, quasi fosse un ordine imposto. Si siede e consuma. Poi scopa da terra i resti del banchetto. Duecentosettantatré notti. Ha cercato su Google: Binge eating. Ma non si tratta di questo, ne è certo. Ogni volta prova a decifrare l’arabesco di tutti i sapori mischiati nella sua bocca, come se la lingua fosse una carta stradale. Senza trovare risposte. Quelle vengono più tardi, lo sa. Non c’è fame la notte in Santi. L’appetito che prova è estremamente diverso dal sostentamento diurno. È un languore barbarico, senza traduzione, che lo investe ferale. L’avvio è sempre un fatto meccanico. Ingerire. Masticare. La pianura dei molari. Il ticchettio degli incisivi, l’orologio appeso in sala. La meccanica dello sbranare. La bocca buia. Il buio delle stanze. Di fuori, l’ipotetico occhio chiuso della notte, la sua bocca una stanza nera. Passa e ripassa tra
i denti e la lingua il bolo impastato. Si concentra sulle consistenze più che sui gusti. Poi cambia ritmo, quasi dovendo raggiungere — cosa? — un traguardo. L’orgasmo. La resa. O niente di tutto questo. Allora le mani straziano i cibi prescelti, i morsi si fanno più netti, le mascelle stremate. Non importa se sia solido o liquido: tutto gli penetra in bocca; se necessario Santi lo spinge giù con un cucchiaio. Rantola fino al divano, si sdraia con l’ultima forza rimasta. E ogni notte resta in attesa.
Prima un gonfiore liscio, come un edema intestino che lo accentra in sé stesso, lo tiene inchiodato alla veglia. Poi arrivano i crampi, irregolari e sempre più intensi; li avverte nell’ombra delle budella, sono come una notte trapunta di fulmini. Allora la schiena collassa. Tremano gli arti. I capelli s’infradiciano. Santi non riesce a restare sdraiato ma nemmeno può alzarsi. Ogni movimento risulta una penosa allucinazione. È il dolore che gli permette di stare nel mondo. Si premi il ventre: una massa tesa, suppurata. Ma non esplode mai quel soffrire. È resistenza. Attrito. Così è la volta dei rigurgiti caldi che si bloccano a metà dell’esofago, lo esasperano per poi ritornarsene nelle profondità della sua presenza. Santi deglutisce. Comprende che è quasi arrivato alla fine. Resta in ricezione. Certe sere il dolore passeggia lungo il suo corpo come un cane indeciso sul palo contro il quale pisciare. Altre, invece, sfreccia come un treno demente lungo l’unico binario possibile. La chiave di tutto è la posizione in cui lo avverte all’interno del suo corpo. Che siano lo stomaco o l’intestino, l’irradiazione fumosa verso il fianco sinistro, lo spasmo acuto che gli chiude il respiro, la pressione aderente come una fascia a stringere l’addome. Ieri notte, per esempio, è stato un dolore che non sa come definire se non come viola. Lo avverte ogni volta che si strafoga di grassi. Un tubetto di maionese impugnato come reggesse il suo sesso, una torta paradiso intera, due confezioni di wurstel gelati, concentrato di pomodoro, tre pacchi di chips al formaggio, mezza dozzina di brownies confezionati, due litri di coca cola ingollati per intero in minuscoli sorsi come di roditore, il gas che lievita nello stomaco. E il dolore. Quella specifica qualità: una fiamma viola, cristallina, lasciata ad avvampare sotto lo sterno. Strizza gli occhi, dilata il soffrire, lo gusta. Santi lo collega a un episodio della sua infanzia: undici anni, sua madre irrompe in camera mentre consulta certi giornaletti sconci. Oh, la vita è così scontata.
— Non hai dentro niente, Santi, sei vuoto! —
Ora ne sente una replica, un’eco, dove l’impasto schifoso sta sforzandosi di scendere, di proseguire il viaggio lungo la sua anatomia. Fino al responso. Perché le sue viscere predicono. Predicano. Ogni notte ripulisce il dolore dal resto — dai ricordi, dal corpo stesso — fino a renderlo una premonizione. È come sommare alla sua percezione qualcosa di sconosciuto: il futuro, il suo passato mescolati. È difficile da spiegare, e nessuno comunque gli crederebbe. È così faticoso. Ma è utile. Domani gli accadrà qualcosa. L’ha sentito. Meglio: gli è stato rivelato. Proverà a stare all’erta. Santi chiude gli occhi, scivola in un sonno che non ha niente al suo interno se non la sua stessa fatica.
***
Il giorno dopo qualcosa combacia — tutto combacia sempre —. Che sia una richiesta posta con un tono sarcastico. Una mail con istruzioni a suo avviso troppo vaghe. Un rimprovero imprevisto, per qualcosa che nemmeno ricorda di avere o di non aver fatto. Il dolore della notte precedente ritorna nella memoria e si sovrappone a quello che sta vivendo in quel momento, distorcendolo; come un foglio di carta da lucido posato sopra un’immagine, che non mostra più nitidamente ciò che si andrà a ricalcare.
— Santi, ma qua che è successo? Che cazzo hai combinato, Santi!
Il capo area. Lo sguardo dei colleghi su di lui. Lo sorprende in un momento di distrazione, l’attenzione di Santi riposta su un libro: Storia del popolo etrusco, sfogliato fino a incontrare quell’unica, definitiva parola: Aruspice. La sua definizione. — Non ne sapevo nulla. Non l’ho mai saputo —. Gli occhi di Santi scintillano. Per la prima volta pensa di aver afferrato il meccanismo, la chiave dell’intero universo, l’ordine da perseguire. Si sente fremente.
— Santi, rispondimi per la miseria!
— Sì, scusi, diceva?
Vaglielo tu a spiegare, non capirebbe comunque. Ma ieri notte il dolore ha capito. Che qualcosa — che questo! — sarebbe accaduto. — Il dolore è un linguaggio celestiale, il mio corpo è il foglio su cui viene vergato — pensa. È a un passo dalla follia. Terminato il lavoro, Santi si ferma a fare la spesa. Ogni pomeriggio sceglie accuratamente un itinerario nuovo, un diverso negozio o supermercato. Non vuole destare sospetti, vuole rimanere invisibile, come si sente; come si è sentito finora.
Le tre e quattordici. Il suo corpo lo sveglia. Lui obbedisce all’ordine. L’ordine è tutto. L’unica cosa che ancora sorregge il suo universo. Santi ha deciso che mangerà i cibi ribelli, quelli che ha colto in una anomala disposizione. È tutto il giorno che ci pensa. Consuma il burro a secco, con morsi veementi; vede del sangue tra i solchi lasciati dai denti. Scalda le lasagne nel microonde, le posa nel piatto ma ci ripensa: immerge la testa grufolando come un porco, le divora così. Poi viene il turno dei budini, sbriciolandoci dentro le fette biscottate; le acciughe gli lasciano un vago sentore di putredine lungo la gola. Non smette con quello. C’è spazio per molte altre cose. Infine si sdraia. Ma quando il dolore arriva non ha più
un centro. È una pressione totale, una nausea densa che non trova vie d’uscita. Una sensazione tremendamente mondana. Non percepisce più molto del sacro, del rituale che finora l’ha interpellato e di cui solo da oggi ha intuito la portata. Santi aspetta che il male si organizzi. Ma non succede. Non è più nemmeno dolore: è solo corpo, quello che avverte. Il giorno dopo passa senza restituire nulla. Santi avverte la stessa tensione, un identico peso, come se il corpo stesse ancora lavorando su qualcosa di postumo, di accumulato. La notte seguente non dorme. Si alza, va in cucina. Sono le quattro passate. L’odore del cibo è forte, stantio. — Che cazzo ho fatto? Che ho fatto, negli ultimi nove mesi? — Solo adesso inizia a capire. Non apre il frigorifero. Si siede a terra. Il pavimento è freddo. Ostile. Reale. Resta lì.
Lo stomaco tuona, insiste in tremolii spastici, come una lingua che cerchi una parola dimenticata. Sale un rigurgito, si ferma. Il corpo si muove a vuoto. Non predice. Accumula. Espelle. Forse è questo. È solo questo. Per tutte quelle notti ha creduto che il dolore fosse una soglia. Ora gli appare per quello che è: un luogo in cui ha imparato a nascondersi, a stare. Fuori la luce cresce lentamente. Forse qualcosa arriverà presto, qualcosa che lo riguarda. Forse niente arriverà. Non sa nemmeno cosa questo possa significare. Eppure il giorno arriva lo stesso. Non fa nulla. È stanco. Si addormenta.
