La casa è da questa parte

Tutto era coperto di ghiaccio. Una nebbia bianca foderava i fossi. La bambina uscì di casa, chiuse male la porta e sentì freddo ai piedi. Si accorse così che si era dimenticata di mettere le calze. Per un momento le venne da piangere. Stringeva il pugno destro, spinse le unghie a fondo nel palmo, e si mise a camminare.
Con sua madre, le capitava di fare passeggiate fino in centro. Di solito andavano a fare colazione. La madre le comprava quello che voleva, anche tè freddo alla pesca e Mikado. Da quando lo zio viveva con loro, mamma era molto più gentile. Cucinava un sacco di cose buone, metteva la musica a pranzo e a cena.
La bambina cercò di ricordare il percorso che bisogna fare per raggiungere il paese. Con la mamma arrivavano fino in fondo al sentiero di ghiaia, poi proseguivano sulla strada che passa di fianco al parco. Le vie di campagna si assomigliavano tutte. La bambina girò la testa prima da un lato, poi dall’altro, poi attraversò. Ogni tanto si voltava e dava un’occhiata alla casa.
Nuvole di condensa tiepida le uscivano dalla bocca.
Continuò a voltarsi fino a che la casa scomparve dietro agli alberi ghiacciati. Camminò fino a un piccolo incrocio deserto. Era sicurissima di dover andare a destra. Avrebbe trovato una chiesetta vicino a un grande olmo con un paio di rami spezzati.
O era sinistra?

Lo zio aveva dormito sul divano per un po’, prima di trasferirsi nella stanza della madre. Alla bambina non avevano detto nulla di particolare, solo che il divano era troppo scomodo.
Glielo avevano comunicato una mattina, durante la colazione. Lo zio aveva preparato le spremute, le fette biscottate e il caffè che lei non poteva bere. Aveva portato tutto in tavola, anche il tegamino di uova coi manici incandescenti. Mamma l’aveva sgridato, sorridendo, e aveva detto che erano ancora parecchie le cose che doveva imparare.
Quando lo zio le accarezzava una coscia, o una guancia, la mamma socchiudeva gli occhi un secondo e inclinava un po’ la testa. Altre volte era lei che lo toccava. Lo abbracciava mentre cucinava, oppure lo prendeva a pizzicotti e rideva.

I talloni le facevano male e aveva iniziato a zoppicare. La bambina si piegò e tolse una delle due scarpe. Toccò la vescica, schiacciò il liquido lattiginoso sotto lo strato sottile di pelle, poi si rimise la scarpa.
Il grande cono della centrale nucleare spuntava da dietro gli alberi. Era un posto abbandonato e la bambina sapeva cosa ci vive, nei posti così. Mostri, animali selvatici e carnivori. Persone che nessuno vuole più attorno. Per quello le faceva paura.
La strada pareva non finire mai. Alla bambina sembrò di sentire un rumore, e si fermò. Le foglie coperte di ghiaccio assomigliavano al vetro verde delle bottiglie. La bambina era convinta che la strada, a un certo punto, piegasse a sinistra. Le sembrava di ricordare un cartello blu e una curva. Ma non fu così. Pensò che, se avesse camminato abbastanza a lungo, qualcosa sarebbe comparso per forza.
C’erano alcuni uccelli grigi sui rami. Alcuni erano immobili, quasi congelati, altri sbattevano le ali velocissimi.
Alla bambina tornò in mente Biancaneve. Guardava spesso quel cartone animato. Ogni volta che Biancaneve cantava, un gruppetto di uccellini bianchi e azzurri la raggiungeva. Le facevano compagnia mentre cucinava o puliva casa.
Sua madre le aveva detto che succede solo quando sei davvero felice. Non basta esserlo un po’. Si era avvicinata al viso di sua figlia e aveva abbassato la voce. Le aveva detto che a lei stava succedendo proprio in quel momento, che le sembrava di sentir cinguettare di continuo. Si era messa a sistemare i capelli della figlia dietro l’orecchio. Alla bambina piaceva quella sensazione, le faceva venire la testa pesante di sonno.
A un tratto, la madre le aveva detto che non sarebbe mai cambiato nulla tra loro. Si teneva la pancia mentre parlava. L’accarezzava, faceva cerchi attorno all’ombelico. Aveva chiesto alla bambina se volesse toccarla anche lei. La bambina aveva detto no, con la voce cattiva. La madre l’aveva abbracciata. La stringeva e la dondolava, senza far caso alle braccia magre che provavano a spingerla via.
Le aveva detto che non era mai stata così felice, mai. Nemmeno quando era nata lei.

La bambina tese l’orecchio. Gli uccelli si muovevano ancora ma non cinguettavano. Svolazzavano per levarsi di dosso il ghiaccio.
Più avanti trovò un bidone rovesciato, coperto di ghiaccio. Non ricordava di averlo mai visto prima. Lo superò senza fermarsi. A un certo punto, iniziò a sentire rumore di motori e capì che doveva esserci una strada, lì vicino.
Si infilò nel bosco e si lasciò guidare dai suoni. Calpestò terra e foglie, inciampò nelle radici più grandi. Iniziò a intravedere il colore di motorini e macchine che sfrecciavano oltre gli alberi. Provò a camminare più veloce, ma i piedi le facevano male.
Finalmente arrivò a una fermata dell’autobus.
Di fianco alla pensilina, in piedi, c’era una donna mora. La bambina si mise a correre.
«La mia mamma sta male», disse quando fu abbastanza vicino.
La donna la guardò, abbassando un po’ la testa per sentirla meglio. Disse che non aveva capito bene. La bambina ripeté che era per la mamma.
«Dov’è la tua mamma?»
«In casa», disse e indicò dietro di sé, senza voltarsi. Aggiunse che era caduta all’improvviso, in cucina, e che lo zio era al lavoro.
La donna fece un passo verso di lei.
«Da quanto tempo?»
La bambina strinse le spalle. Non rispose. Guardava le scarpe della donna, scure contro il ghiaccio.
«Va bene» disse la donna. «Andiamo insieme».
Camminarono per qualche metro fianco a fianco, fin dentro alla pancia del bosco. A un certo punto la donna le posò una mano sulla spalla, come per fermarla.
«Dimmi dov’è la strada», disse.
La bambina si voltò. Gli alberi erano tutti uguali. I tronchi bianchi non le dicevano nulla. Fece qualche passo di lato, poi tornò indietro. Cercò con lo sguardo qualcosa che riconoscesse.
Indicò una direzione a caso. «È da questa parte» disse, ma la voce le uscì bassa.
La donna la guardò, poi guardò davanti a sé. Non disse niente.
La bambina sentì di nuovo il dolore ai piedi. Si girò ancora una volta, più lentamente. La strada non si distingueva. Sembrava uguale in ogni direzione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *