Da quando il Signor Quieto, uno tra gli architetti più conosciuti dell’Isola Bergamasca, aveva perso l’ultimo capello, sarà stato il faccione espanso, sostenuto dalle mascelle potenti e segnato dallo sguardo impenetrabile, o magari la stazza, compatta e robusta ma all’occorrenza scattante, o forse era semplicemente il portamento, deciso e sicuro di sé, quasi di sfida, con quelle mani sui fianchi e il petto in fuori, sempre teso verso l’interlocutore, fatto sta che gli abitanti di Chignolo, il suo paese d’origine, il suo mondo, il suo tutto, di fronte a questa bizzarra combinazione di elementi unita alla nuova crapa pelata, avevano iniziato a scambiare il Signor Quieto per il sosia bergamasco di Benito Mussolini.
I colleghi, compreso il geometra Beghelli, l’amico e vicino di casa, fischiettavano «Faccetta Nera» e borbottavano «Armiamoci e partite», nella speranza che lui li sentisse e cogliesse l’allusione. Ma niente, il Signor Quieto pareva non farci caso, così come non capiva perché il sindaco non rispondeva alle sue email o per quale ragione i compaesani non lo salutavano più. Non si accorgeva neppure che Gretabalda, la figlia grande, era spesso di cattivo umore, in quanto i compagni di classe l’avevano ribattezzata «La Mussolina» e le insegnanti non facevano nulla, a parte sghignazzare e chiedersi come fosse possibile che il padre di una loro alunna somigliasse tanto, ma proprio tanto tanto, al Duce, Gloria della Patria, Luce dell’Italia.
Alle cinque in punto il Signor Quieto spense il computer, uscì dallo studio, entrò nella sua Renault Megane GT – bianca opaca non di serie, ma per la polvere dei cantieri – e guidò fino a casa provando senza successo a contattare il sindaco. Perché era sparito? E perché annullare le riunioni del martedì sera? Si domandava l’architetto non sapendo che il primo cittadino non aveva né cancellato le assemblee né perso il telefono; banalmente, non lo coinvolgeva più agli incontri pubblici per colpa di quella faccia squadrista che metteva a disagio mezzo municipio.
Quel viso ambiguo, dal profilo così cameratesco, non andava giù nemmeno a don Guido e all’Epistola, la cuoca tuttofare e braccio destro dell’oratorio di Chignolo, tanto ghiotta di Dio quanto intollerante verso ogni briciola di politica.
E persino dentro casa tirava una brutta, bruttissima aria. Se Gretabalda si vergognava a morte del Signor Quieto, perculato a ciclo continuo dall’intero istituto, Meretrice, la sorella piccola, ne era addirittura impaurita: la testa lucida del padre, liscia quanto una palla da bowling, le ricordava il pagliaccio del film horror.
«È uguale uguale, vero?»
«Sì, da non crederci.»
«Bisognerebbe attaccargli un cartello al collo con su scritto: molti nemici, molto onore.»
«Robe da matti.»
«Non vorrei essere la moglie.»
«Già. Fossi in lei, non mi farei vedere in giro.»
Questo dicevano in paese e questo pensava pure Bernarda, la compagna di vita da una vita che per la prima volta in vent’anni di matrimonio sentiva il terreno franarle sotto i piedi.
A turbarla maggiormente erano quei messaggi anonimi su WhatsApp. Li stava ricevendo da giorni ormai, tipo quell’immagine generata con l’intelligenza artificiale che ritraeva lei e il Signor Quieto impiccati per le caviglie, un macabro quadretto seguito da una didascalia altrettanto atroce: “La Bernarda, peggio della Petacci”.
«Oggi è diverso, oggi sarà diverso», ripeteva la povera donna sperando che la maledetta faccia, così com’era arrivata, se ne sarebbe andata via. Invece no, il processo pareva irrimediabilmente irreversibile. Le settimane volavano e il marito rimaneva uguale identico, inchiodato in quell’ultimo stadio ducesco.
Quando dormiva, la somiglianza col capo del manganello fascista tendeva persino a intensificarsi. Guardandolo lì, disteso pancia all’aria, le braccia incrociate sul torso nudo e i lineamenti rilassati dal sonno, sembrava proprio che il Grande Dittatore in persona fosse risorto dalla sua cripta a Predappio, avesse marciato per chilometri nel buio fino a Chignolo e, stanco morto, si fosse infine sdraiato nel letto di Bernarda.
E russava. Dio mio, se russava. Quel gemello orobico del Duce gonfiava a dismisura il torace, risucchiava tutta l’aria presente nella stanza e poi attaccava a ronfare. Russava da bastardo, russava da reazionario, russava come uno che ti avrebbe fatto volentieri tracannare due fiale di olio di ricino alla prima buona occasione.
Bernarda, pensando e ripensando, si era illusa d’aver trovato una soluzione: convincerlo a lasciarsi crescere i baffi. Sì, a Chignolo potevano dire di tutto, ma non certo che il Duce avesse il mustacchio.
La serratura sferragliò, la porta d’ingresso si schiuse e il Signor Quieto, di ritorno dall’ufficio e ancora sconvolto per il ghosting del sindaco, comparve in salotto.
«Perché non te li fai crescere?», gli chiese Bernarda.
«Cosa?»
«I baffi.»
«I baffi?»
«Sì, ci stavo riflettendo stamattina e mi son detta: va’ che secondo me starebbe bene.»
Il Signor Quieto la osservò stranito, come se la moglie avesse uno scolapasta in testa, poi tolse il cappotto, si stravaccò sul divano e accese la televisione.
«Quindi?»
«Quindi, cosa?»
«I baffi. Li farai crescere?»
«Non saprei. Credo m’invecchino.»
«E che ne dici della barba?»
«La barba?»
«Sì. La barba.»
«Bah. Lo sai che non posso presentarmi al Comune in disordine, chissà cosa penserebbe la gente.»
«Prova, anche solo qualche peletto», prese fiato e poi aggiunse al limite della disperazione: «fallo per me.»
«Vediamo, dai», le rispose il Signor Quieto lasciando comunque intendere che avrebbe continuato a radersi, pelo e contropelo.
Bernarda non insistette oltre, indossò la giacca, prese le chiavi della sua monovolume – una Citroën Picasso scassata – e se ne andò sbattendo la porta.
Anche lei, adesso? Gesù, ma che diamine stava accadendo? Si chiedeva il Signor Quieto. Aveva in effetti notato le occhiatacce di don Guido e dell’Epistola in chiesa, senza contare il mutismo cosmico di Gretabalda e il cambio d’atteggiamento del Beghelli che ora gli rivolgeva a stento il saluto.
«È l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende», diceva il geometra alla macchinetta del caffè senza curarsi di lui.
«Libro e moschetto, fascista perfetto», rilanciava un neoassunto alle prese con la fotocopiatrice.
«Boia chi molla!», replicavano dalle scrivanie.
«Me ne frego!», urlava la segretaria.
Scervellandosi senza trovare una risposta soddisfacente che spiegasse lo strano comportamento degli abitanti dell’Isola, il Signor Quieto si trascinò alla Megane e mise in moto, direzione Brembate di Sopra, per recuperare la piccola Meretrice all’allenamento di calcio.
Arrivò al centro sportivo, raggiunse a piedi il campo riservato alle mini-pulcine, salì sulla tribuna e individuò la figlia che sfrecciava lungo la fascia destra con addosso la maglietta verde e gialla del Brembate.
Il Signor Quieto alzò il braccio e agitò la mano svariate volte, ma Meretrice non si girava, continuava a correre, correva con la testa bassa, correva come se stesse contando i fili d’erba uno a uno. Al contrario, la capitana, che aveva qualche anno in più delle altre, vedendo quel pelato cicciottello in cima agli spalti, fermo sull’attenti, con il braccio teso e il palmo aperto, commentò a gran voce «A noi!», scatenando una risata plateale dell’allenatrice.
Intorno alle sei e mezza la piccola uscì (per ultima) dagli spogliatoi, si avvicinò con riluttanza alla Megane, scaraventò il borsone nel bagagliaio e si fiondò sui sedili posteriori, imbronciata peggio di un mastino napoletano con la luna storta.
«Brava Mere, ti sei divertita oggi?»
«Uhm.»
«Ci mangiamo la pizza stasera. Würstel e patatine, la tua preferita. Va bene?»
«Uhm.»
Meretrice, la tempia schiacciata contro il finestrino e un’espressione assente, vagava tra i suoi pensieri. Erano tanti, ma uno in particolare prevaleva sugli altri. Non si trattava più della paura per la pelata, e non era nemmeno la vergogna di Gretabalda al cospetto dei compagni di classe o la rabbia di Bernarda durante quelle notti insonni. Era uno stato d’animo diverso, un’emozione dura, adulta, un sentimento che una figlia non dovrebbe mai e poi mai provare nei confronti di un genitore: la delusione. Sì, benché la piccola non capisse le risatine della capitana né cosa fosse questa benedetta Abissinia, citata dall’allenatrice quando il Signor Quieto si presentava al campo, era certa che qualcosa, anzi, qualcuno, non andava, e quel qualcuno era suo padre.
Attraversarono in silenzio l’Isola Bergamasca – Ponte San Pietro, Locate, Presezzo, Bonate Sopra, Terno – sbucarono a Chignolo e il Signor Quieto rallentò. Voleva assaporarsi la vista di casa sua, una villa con piscina interrata e giardino sul tetto, progettata col Beghelli nel boom edilizio anni Duemila.
Ogni passante ammirava l’edificio del famoso architetto, e anche il Signor Quieto, alla guida della Megane, osservava compiaciuto la sua opera architettonica più riuscita, convintissimo che questa sensazione di pienezza, di orgoglio, quasi di vanto per aver tirato su la miglior villaccia del paese, nessuno gliel’avrebbe potuta togliere.
E proprio mentre stava per dire: «Ma guarda te che bella casetta che c’ho», un dettaglio nuovo appena visibile sul muro esterno gli saltò all’occhio. Era un’anomalia, un piccolo elemento di troppo che c’era ma che non avrebbe dovuto esserci. Da lontano sembrava solo un puntino. Avvicinandosi, il puntino si ingrandiva diventando un pasticcio scuro, poi uno scarabocchio e infine, a pochi passi dalla villa, un murales enorme che imbrattava la facciata.
L’architetto frenò di colpo, piantò la macchina in mezzo alla carreggiata, sgranò gli occhi e lesse la scritta nera che risaltava sull’intonaco giallo.
«Meglio un giorno da leone che cent’anni da Quieto.»
Scosso fino al midollo, pestò sull’acceleratore e infilò la rampa dei box a gran velocità con l’idea di rimuovere quella porcheria prima che Bernarda la notasse.
Spalancò la saracinesca, entrò svelto in garage e si ritrovò faccia a faccia con la moglie intenta a caricare tre valigie stracolme di vestiti dentro la Picasso.
Gretabalda era con lei. Piangeva. Corse incontro a Meretrice, la prese per mano e trascinò la sorella nella monovolume della madre. Nel frattempo, Bernarda, seduta al posto di guida, ingranò la retro, diede gas e sparì insieme alle figlie, dove non si sa.
«Meglio un giorno da leone che cent’anni da Quieto. Questa è bella», disse tra sé e sé l’architetto mentre frugava nel banco degli attrezzi alla ricerca di una corda.
«Perché a me?», si chiedeva annodando uno scorsoio, «qualcosa devo aver fatto. Per forza», mormorava incastrando il cappio tra la guida della saracinesca e il soffitto.
Ecco il Beghelli, eccolo passare sorridente in auto davanti all’area di manovra del Signor Quieto. Il geometra tirò dritto e non fece caso all’architetto. Non ci badò perché non lo guardava, e non lo guardava perché aveva smesso di parlargli.
Se solo lo avesse salutato, almeno uno sguardo, un piccolo e rapido cenno, il Beghelli avrebbe visto che il Signor Quieto, ex amico, ex persona per bene, oscillava tipo un pendolo umano al centro del garage.
Nessun rumore.
Nessun respiro.
Niente.
Qualche metro più in là, a Chignolo d’Isola, il suo paese d’origine, il suo mondo, il suo tutto, la vita continuava come se nulla fosse.
Uno scooter F12 con la marmitta taroccata accelerava in strada.
Una tizia stramba passeggiava col barboncino.
Una finestra sbatteva e delle voci, forse i ragazzi dell’oratorio, si sollevavano nel vento.
