Lo incontrai vicino al cinema una sera di dicembre. Pioveva, lui se ne stava sotto l’acqua senza ombrello né giacca, immobile, la schiena appoggiata alla parete di un palazzo, la testa coperta dal cappuccio fradicio della felpa. Mi avvicinai, gli dissi di venire con me sotto i portici, di coprirsi, voleva forse ammalarsi? Lui sorrise, alzò il braccio destro e vidi che stringeva nella mano un sacchetto pieno d’erba. Ne vuoi un po’? Sono andato oggi a tagliare i capelli e me l’hanno regalata. Cercai nei suoi occhi la risposta che non sapevo darmi. Pensai anche, all’inizio, che non mi avesse riconosciuto. Gli dissi di nascondere quella roba, se non voleva farsi arrestare. Il mio corpo era rigido e il mio sorriso falso. Gli chiesi se avesse modo di tornare a casa. Vieni con me in macchina? Ti faccio sentire le canzoni che ho registrato con il mio gruppo. Lo seguii, aveva parcheggiato vicino. Non seppe spiegarmi perché era venuto lì, né dove fosse stato prima. Girò la chiave nel cruscotto e collegò il cellulare alla radio. La registrazione riprodusse un suono di tamburi che battevano scoordinati tempi diversi. Provò a farsi una canna ma la mista continuava a cadergli, aveva gli occhi rossi, le dita gli tremavano. La barba e il cappuccio continuavano a gocciolare, bagnando la cartina. Avevo forse bisogno di un passaggio? Puzzava, volevo allontanarmi, non lo vedevo da dieci anni. Gli dissi di nuovo di tornare a casa. Prese dal cruscotto un pacchetto fatto con la carta di giornale e me lo porse. Non aprirlo adesso. Lo lasciai e andai al cinema.
Eravamo stati compagni di banco per tutto il liceo. Leggemmo insieme Franny e Zoey e prendemmo a prestito quei due nomi per chiamarci, per dare a ciò che sentivamo le parole. Scoprimmo i russi, lui preferiva Dostoevskij e io Tolstoj. Ci scambiavamo i libri, facevamo lunghissimi giri in bici la sera, suonavamo male la chitarra, preparavamo storyboard per fumetti sulla fine del mondo. Se lo vedevo con una ragazza all’intervallo mi chiudevo nei bagni a piangere e mi chiedevo se anche a lui succedesse lo stesso. Non glielo dissi mai. Spesso andavamo a camminare nel bosco in collina, sognavamo di trasferirci nel nord della Francia, a Étretat, trovando casa nella guglia che un tempo era stata la tana segreta di Arsenio Lupin. Quando non stavo bene andavo da lui, stavamo nella sua camera, io sdraiata sul letto, lui seduto alla scrivania a leggere. La fuga è nei fogli, mi diceva, bisogna dare loro vita, non c’è altro che conti. Credevo davvero che avremmo cambiato insieme città, che saremmo stati liberi. Un giorno lo vidi davanti a scuola con un ragazzo che sembrava un folletto, piccolo, con i capelli a caschetto castani, gli occhi neri. Fui sorpresa quando scoprii che aveva più di trent’anni. Mi chiese se volessi andare con loro a pranzo, se avevo soldi per la bamba. Cambiò tutto, smettemmo di vederci fuori da scuola. Stava sempre con quel piccoletto e poi con una ragazza con le treccine e gli occhi verdi con cui si tenevano per mano. L’estate dopo la scuola partii da sola per la Normandia. Trovai lavoro in un negozio a Caen. Decisi di restare e mi iscrissi all’università. Gli mandai una cartolina da Étretat dicendogli che ero riuscita a trovare l’accesso segreto al nascondiglio di Lupin e che se fosse venuto a trovarmi avremmo realizzato insieme il nostro sogno. Non venne mai, né mi rispose. Io tornavo a trovare i miei genitori durante le vacanze, i primi anni da sola e poi con mio marito. Ogni volta lo pensavo, avrei dovuto provare a chiamarlo ma non trovavo il coraggio. Chissà poi se non era andato via anche lui, se aveva ancora lo stesso numero.
Un giorno ricevetti un suo invito di amicizia su Instagram. Quando accettai, vidi che aveva caricato di recente diversi video e fotografie. Era nel sud della Spagna, in una zona che sembrava montuosa. Con lui c’erano altre persone, avevano molti cani che giravano liberi per quello che sembrava un accampamento abusivo dentro un bosco. Ogni giorno caricava nuove fotografie o video spesso sfuocati e molto brevi. Si vedevano loro che camminavano nel bosco, suonavano la chitarra, ascoltavano di sera i rumori attorno. Una sorta di comune improvvisata. Un luogo dove poteva essere libero, avevo pensato, come nella nostra collina. Poi avevo visto delle immagini che lo ritraevano in modo nitido. Era magrissimo, la faccia terribilmente invecchiata e fatta. Iniziai a preoccuparmi. Per mesi guardai quei video di pochi secondi che continuava a caricare senza riuscire a decifrarne i messaggi, il branco di cani che giocava nel fiume, le due ragazze inquadrate di schiena che camminavano nel bosco, la tenda illuminata con la torcia, la pila di libri, i rumori della notte. Voleva forse che li vedessi? Che cosa voleva dirmi? Che era lui ad essere riuscito davvero a fuggire? E perché, se fosse stato così soddisfatto, avrebbe avuto bisogno di documentare la sua vita a quel modo? Stava male?
Fuori pioveva ancora, mio marito era passato a prendermi e mi aspettava con le quattro frecce. Lui non c’era più e nemmeno la sua macchina. Andammo a bere qualcosa e poi tornammo a casa dei miei genitori. Al mattino, perdendo tempo al cellulare, vidi il post che era appena stato caricato sulla sua pagina. Una scritta bianca su sfondo nero. Aveva avuto un incidente, da solo. La strada doveva essere ghiacciata e le ruote avevano slittato, probabilmente andava troppo veloce. La macchina si era schiantata contro il guard rail. Chi aveva scritto quel post? Mi ricordai del pacchetto e lo recuperai dalla borsa che avevo abbandonato sulla sedia, nascosta sotto ai vestiti. Lo scartai e sfogliai le pagine del libro. Rimasta sola, Franny giacque immobile, lo sguardo al soffitto. Poi le sue labbra cominciarono a muoversi, formando parole senza suono, a muoversi, e non smettevano più.
