La crocifissione di C.R.I.S.T.O.

Le civiltà umane sono grandi parchi tematici: ognuna sceglie i propri personaggi, le proprie mascotte e il proprio décor. L’umanità esercita su sé stessa la più grande crudeltà concepibile: è cavia e, allo stesso tempo, sperimentatrice. Dopo una interminabile attesa in un luogo virtuale asettico come i bagni del MoMah, punteggiata di partite a Tetris e Puzzle Bobble, ho finalmente acquistato due biglietti, uno per me e uno per mia figlia, per lo spettacolo dell’anno: la crocifissione di C.R.I.S.T.O. «Ancora una volta la porti a quel noiosissimo museo?» intervenne mio marito, al tintinnio dell’acquisto effettuato. «No, amore mio, ti sbagli. Questa volta andiamo sul monte Calvario».  

Migliaia di persone di ogni nazionalità accorrono dalle più remote superfici del pianeta per assistere allo spettacolo di C.R.I.S.T.O. (Creatura Rosa Ingiustamente Sottomessa Tramite Oscenità) sulla collina del Calvario; in chiusura, a ogni spettatore viene servito dell’ottimo punch. L’Ancient Rome Park è raggiungibile via aerea con scalo a Rabat e atterraggio a Gerusalemme. Ho rassicurato mio marito: l’esercito statunitense ha bonificato la zona dei perdigiorno, tagliagole, perverse creature dal sesso indefinito, terroristi, borseggiatori e allibratori che proliferano nelle zone d’ombra. Nei giardini della civiltà, ogni giardiniere che si rispetti sa bene che una zona incolta è una zona selvaggia e per i selvaggi non c’è che una soluzione: lo sterminio. L’animale sorteggiato nell’edizione presente della crocifissione è un maiale: di agnellini non nascono più. «Mamma, ancora una volta quel noioso spettacolo? Ma è così démodé» A Eugenia piace usare parole in francese, è tornato di moda sul finire del secolo scorso come lingua morta. «Eugenia», le dico, «se non ami la sofferenza come puoi amare il piacere?».

Atterriamo a Gerusalemme, Ancient Rome Park, zona bonificata. Ci sono i soliti poveracci vestiti da centurioni, ma Eugenia sa già come evitarli: non bisogna guardarli negli occhi. Larena è gremita di cittadine e cittadini di ogni angolo del mondo: tutti uguali, tutti ugualmente rispettabili. «Amate l’uomo anche col suo peccato, perché questo riflesso dell’amore divino è appunto il culmine dell’amore sulla terra. Amate tutta la creazione divina, nel suo insieme e in ogni granello di sabbia. Amate gli animali, amate le piante, amate tutte le cose. Se amerai tutte le cose, scoprirai in esse il mistero divino. Una volta che l’avrai scoperto, comincerai a conoscerlo sempre meglio, ogni giorno più a fondo. E alla fine amerai tutto l’universo d’un amore totale, completo». Queste le parole del presentatore, un uomo con un buffo pompadour biondo, blazer stretto sul torace e pantaloni larghi da clown. Si muove al centro di unenorme arena su cui piccoli robot gialli hanno montato un lungo percorso a ostacoli che si piega due volte su sé stesso e termina con due croci poste in vetta. Hanno già crocifisso due maialini: il pubblico, in qualsiasi momento, il replay della crocifissione sui due grandi maxischermi posti a estremità opposte dellarena. «E adesso, siniore e siniori, fate entrare il piccolo C.R.I.S.T.O.» conclude il presentatore. Entra un maiale bruno, di grosse dimensioni. Si guarda intorno, come guidato da una certa coscienza della situazione. Ai lati, due centurioni emaciati stringono le corde che lo tengono legato a loro. Dico a Eugenia di mettersi comoda, lo spettacolo sta iniziando. Due soubrette, con al centro un uomo con un cappello da Kung Lao di Mortal Kombat, ballano sulle note di una canzone pop; quando il pezzo termina, luomo, conosciuto come Honzio Pelato, legge la condanna di C.R.I.S.T.O.  

Alla schiena del piccolo viene legata una croce; sulle prime, C.R.I.S.T.O. non pare accusare il colpo. Intanto, costumisti esperti e artiste del trucco lo conciano per bene: una parrucca castana, un po di maquillage sul volto e, per finire, una corona di spine. «Che il Calvario abbia inizio» annuncia il presentatore. Giubilo da parte del pubblico. Honzio Pelato, con un parrucchino che silenziosamente scivola via sotto il cappello, impartisce una frustata al corpo del maiale. «E adesso che succede, mamma?» mi chiede Eugenia. «Adesso inizia il bello, preparati» le dico. Inizia, così, la corsa di C.R.I.S.T.O. Corre C.R.I.S.T.O., corre terrorizzato allinterno del circuito. Corre con tutte le sue forze.
La croce sobbalza a ogni passo ma resiste, è ben legata alla pancia dellanimale. Sul più bello, però, C.R.I.S.T.O. viene sgambettato da una gamba robotica e cade; il pubblico è con il fiato sospeso. Per un momento, temiamo che non possa più rialzarsi. Il piccolo fa unenorme fatica, è sofferente: il volto ingigantito e trasmesso sui maxischermi tradisce tutto il suo dolore. Una donna gli viene incontro: le videocamere sono su di lei, ha il velo. Mentre allunga la mano, inizia a cantare. «Ma è Maryah! È Maryah!». Eugenia è in visibilio, Maryah è la sua pop star preferita. C.R.I.S.T.O. la guarda e Maryah intona un canto lungo e triste, a tratti querimonioso, che si converte però in una canzonetta da hit parade che tutto lo stadio riconosce (e canta). C.R.I.S.T.O. riprende vigore quando un uomo con una lunga tunica lo aiuta a tollerare la croce. Appare meno sofferente, sebbene il pubblico sia tutto preso dalla visione di Maryah e chiacchiera degli stilisti che le hanno disegnato il vestito. Dopo pochi passi, però, C.R.I.S.T.O. è già sudato, il peso della croce si fa sentire. La regia chiede lintervento di una donna, tale Veronica, che con un asciugamano gli deterge il volto. Mi fanno notare che il volto del nostro beniamino si è ricomposto sui tessuti dellasciugamano, come per magia; “varrà una fortuna” dicono. C.R.I.S.T.O. cade di nuovo, poi si rimette in pista e riprende a correre. Sul suo percorso si piazza un gruppetto di donne: C.R.I.S.T.O. non si ferma, questa volta corre spedito verso la meta. «Guarda qui, oggi C.R.I.S.T.O. va dritto come un tir» dico a Eugenia, «ora la mette sotto!». La donna prova a fermarlo, ma viene sbalzata via; unaltra vuole acciuffarlo per le orecchie, ma il piccolo e valente maiale le scappa via; una terza, prova perfino a cavalcarlo, ma C.R.I.S.T.O. la disarciona senza troppa fatica. Poco dopo, però, ecco lennesimo sgambetto: C.R.I.S.T.O. cade di nuovo, cade ancora. Il pubblico rumoreggia. Queste interruzioni minano la spettacolarità del Calvario. Così intervengono i centurioni, intamarriti dalla competizione con la manodopera robotizzata e abbrutiti dai tagli allo stato sociale; si lanciano sul maiale e gli strappano tutti i vestiti che i costumisti gli avevano cucito su misura. In capo a pochi minuti, slegano pure la croce e la depongono esattamente di fronte a lui. È un altro momento di tensione, ma dura poco. Tutto in questo spettacolo ha il fiato corto ed è per questo che piace tanto.

Il pubblico borbotta quando il presentatore biondo annuncia lentrata di Big Eye, il gigante ex galeotto, ora celebrità del mondo del wrestling. Fa uno strano balletto di presentazione, uno yuk yuk (così lo chiamano): saltella tre volte a destra e tre a sinistra, ed ecco che riappare anche Maryah, più verginea che mai, con un martello in mano e tre chiodi lunghi come lance. Big Eye accetta il martello e si inchina, con gentilezza; due robot gialli accorrono velocissimi su binari invisibili e catturano C.R.I.S.T.O., colto di sorpresa. Immobilizzano le zampe anteriori e posteriori e le posizionano in corrispondenza delle estremità della croce. C.R.I.S.T.O. cerca di divincolarsi, guaisce, azzanna i bracci dacciaio dei robot, si dispera. Una camera zooma sugli occhi del mammifero: il terrore della consapevolezza. Lo sentiamo tutti che è terrorizzato. Big Eye si piega sui ginocchi, fa qualche stiramento e flette i muscoli luccicanti. Con una mano prende il martello, lo solleva; con laltra afferra un chiodo, lo punta nella direzione di C.R.I.S.T.O. e, con un colpo secco, trafigge le carni del piccolo.  

Un urlo straziante squassa larena. 
Altro colpo, altro grido straziante.  

Guardo Eugenia: è eccitata. Al terzo e al quarto colpo non si sente più nulla, C.R.I.S.T.O. è svenuto, ma il pubblico esplode in un orgasmo di gioia ed esaltazione. I robot sollevano la croce, il gigante sorride — i pugni sui fianchi e le braccia piegate — accanto a C.R.I.S.T.O. crocifisso. Le videocamere raccontano ogni dettaglio di questo momento, c’è un lungo boato di approvazione; schiamazzi, urla e infine applausi. Sugli schermi, però, il gigante è meno sicuro di come appariva solo pochi minuti prima. Il sorriso è spezzato e le braccia gli cadono penzoloni lungo i fianchi. Sta guardando C.R.I.S.T.O: la muscolatura del maiale è in tensione, il dolore del corpo agonizzante si traduce in una miriade di scosse e sussulti, micromovimenti infinitesimali su ogni centimetro di pelle. Le videocamere indugiano su Big Eye e sul suo volto. Dimprovviso, sbocciata senza controllo, una lacrima riga il volto del gigante. 
Cerca di nasconderla, Big Eye, ma si accorge subito che è troppo tardi. Tutto il mondo lha vista. 
Quando la lacrima cade sulla punta del suo stivalone, unonda di fischi lo travolge. Anchio e Eugenia fischiamo, non è lo spettacolo per cui abbiamo pagato. Alla prima lacrima, seguono una seconda, una terza e una quarta, poi decine; il corpo di C.R.I.S.T.O. neanche agonizza più, è silente. 
La regia decide di mandare la pubblicità di un nuovo resort americano sulle rive orientali del Mediterraneo mentre il presentatore accompagna Big Eye verso luscita, scortato dai centurioni. Il silenzio si prende la scena, langoscia diventa il sentimento dominante: lentusiasmo è sparito e noi ce ne andiamo deluse. Mi hanno pure fatto piangere Eugenia. Ha ragione mio marito, le dirette non hanno più il fascino che avevano una volta. 

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