L’Universo è un fatto

In macchina, sulla strada del ritorno, Giulia mente. Quando Margherita le domanda chi sia l’uomo con cui l’ha vista parlare finge di non saperlo. «Dai, il tizio vestito di nero», insiste l’amica.Giulia alza le spalle, sorride nello specchietto, rimane in silenzio. Margherita continua a guidare. Stanno passando davanti a una chiesa: in questa parte della città gli edifici sono quasi tutti strutture pubbliche, palazzi in cemento, lunghe terrazze d’asfalto affacciate sul niente: l’unica cosa che distingue la chiesa è la croce. I faretti illuminano la facciata dal basso disegnando sul prospetto brutalista un’insegna di luce.
«Sei sempre dell’idea della cena?»
«Perché me lo chiedi?»
«Be’»
Be’ fa la pecora, vorrebbe rispondere Giulia. Invece si morde il labbro.
«Grazie», dice dopo un po’. «E non solo per questo»
Adesso Margherita è seccata, lo si capisce dal tono di voce. Poco male, pensa Giulia, non può biasimarla: prendersi cura degli altri è un automatismo; per la maggior parte delle persone si tratta di un riflesso, la risposta a un’educazione appresa. La verità è che non esistono obblighi tra gli esseri viventi.
«Secondo te è vera questa cosa dei segni?»
«Cosa intendi?»
«Numeri che ritornano, parole, dèjà vu. Tutte quelle cose che ci portano a credere che esista un destino. Una predestinazione. Ad esempio, tu hai due figli, due figli assolutamente perfetti, no? E avresti potuto averne altri, oppure nessuno, o fermarti dopo il primo. Invece hai loro. Non può essere un caso. Magari questa cosa c’era già, c’era da prima che tu la scegliessi.»
«Non penso che le cose stiano così.»
«Allora come stanno?»
«Non saprei, Giulia, non me lo chiedo. Mi limito a vivere». Margherita cerca lo sguardo di Giulia nello specchietto. «Potresti provarci anche tu, sai? Una cosa non è vera soltanto perché ci credi».

Non ha telefonato al lavoro. Non ha telefonato a nessuno. Quando Roberto è passato da casa gli ha detto che era questione di giorni, una settimana al massimo. «Non erano questi gli accordi» ha risposto lui, la voce dura, le braccia rigide lungo i fianchi, la convinzione di essere sempre dalla parte del giusto. Giulia ha fatto finta di niente. Ha promesso che sarebbe tornata – una settimana, dieci giorni al massimo – poi l’ha abbracciato. Per un istante lui è rimasto immobile. Le ha passato una mano tra i capelli. «Devi solo impegnarti» ha detto. «Impegnati a stare bene».
L’anno prima, Giulia aveva rimandato il matrimonio. Da allora Roberto voleva solo parlare del futuro, arrivare a una decisione definitiva. Le cene, i fine settimana, ogni momento insieme erano occasione per discutere: più lui esprimeva il suo bisogno di parole più lei restava in silenzio. I reel erano comparsi sulla bacheca di Giulia a inizio dicembre. Uno dietro l’altro, ciliegie offerte dal rigoglioso frutteto di Instagram: una volta visto il primo l’algoritmo aveva continuato a proporli.
Ad attirare la sua attenzione erano stati gli occhi.
Il modo con cui muoveva le mani.
La frase sovraimpressa in campo nero alla fine dei video.
A febbraio, il primo scambio in privato:
Non mi stai facendo perdere tempo, no. Sono questioni importanti. Non si può scappare dall’Universo: l’Universo è un fatto.
Ecco il pensiero che l’aveva inchiodata: lui aveva l’Universo e lei non aveva altro che un lavoro a tempo indeterminato e un uomo con cui conviveva da dieci anni.

«Fermati!»
«Giulia»
«Per favore: puoi fermarti?»
Margherita accosta, il rumore delle quattro frecce simula una calma che non le appartiene ormai da quasi un’ora. «Cosa hai bisogno di dimostrare?», chiede. Sta per prenderle la mano quando Giulia apre la portiera.
Fuori la sera è fresca, limpida, un nitore ad alta definizione che riporta indietro ogni dettaglio: i piccoli insetti che si raccolgono sotto i lampioni, le griglie di areazione dei parcheggi sotterranei, la vernice bianca delle strisce pedonali. Per cinque o sei anni, da bambina, Giulia aveva frequentato l’oratorio del suo quartiere. Figlia di genitori agnostici, si era ritrovata a messa così come nelle domeniche degli anni precedenti aveva occupato le poltrone dei cinema o le lunghe panche squadrate davanti ai diorami del museo di storia naturale: dentro di lei fede e speranza erano diventate la stessa cosa e quando un giorno il prete le aveva chiesto di affidarsi a Gesù, di confidare in lui per la salvezza dell’anima, Giulia si era improvvisamente trovata davanti l’immagine di un grosso mammut seguito dai suoi tre cuccioli in un paesaggio assolato mentre scavava con la proboscide la poca neve rimasta.
«Non te lo meriti. Nessuno merita un’amica del genere.»
«La stai facendo più grande di quello che è.»
Margherita ha lasciato l’auto a lampeggiare sul marciapiede. Ora è in piedi, esattamente di fronte a Giulia che nel frattempo ha trovato posto a metà della scalinata che conduce alla chiesa. Sono alla stessa altezza, separate dai gradini. «Ho parlato con Roberto» dice Margherita mentre Giulia la guarda con sospetto. «Al telefono, intendo».
Giulia cerca con la schiena l’appoggio del gradino, butta indietro la testa e per un’istante respira soltanto, come nei tutorial che ha guardato per tutto l’inverno. Le viene in mente una cosa: a un certo punto, era da un paio di mesi che si scrivevano con regolarità, lui le aveva chiesto perché sentiva il bisogno di essere perdonata. Senza pensarci, Giulia aveva risposto che quello che desiderava non era il perdono, ma la punizione.
«Ti ricordi il mito di Pandora? Il vaso aperto con dentro tutti quei mali, le pestilenze che si abbattono sul mondo, la guerra, le malattie. E poi, proprio sul fondo, quell’unica lucina accesa.»
«La speranza.»
«La speranza, sì.»

Il fanatismo religioso non le apparteneva. Come tutta la sua generazione, Giulia era stata educata a diffidare dei Testimoni di Geova. Aveva assistito con la giusta indignazione allo scandalo di Scientology portato alla ribalta da Tom Cruise all’inizio degli anni Duemila. Non aveva mai pensato di convertirsi all’Islam e l’unica eccezione alla politica del nessun contatto era stata quella di ritrovarsi suo malgrado a un incontro della Soka Gakkai nel salotto di un’insegnate di yoga. Eppure, ad aprile, quando lui le aveva scritto in chat che l’Universo l’avrebbe alla fine conquistata, lei gli aveva creduto.
I giorni successivi erano stati diversi. Una nuova energia accompagnava ogni gesto. Aveva ripreso a fare l’amore con Roberto. Non le era sembrato per nulla strano fare un primo versamento di duecento euro sul conto dell’uomo dell’Universo.
Mi piacerebbe incontrarti aveva timidamente scritto Giulia prima di partire. Le era sembrato un segno troppo forte da ignorare che lui vivesse nella stessa città in cui Margherita si era trasferita solo un anno prima.

Potrebbe non muoversi più, pensa Giulia. Passare la notte su questo gradino. Dormire, svegliarsi, osservare le persone camminare sul marciapiede in compagnia dei cani poco prima dell’alba, preoccupate all’idea di fare tardi al lavoro. Potrebbe aspettare che Margherita si stanchi e che i primi anziani le sfilino accanto per correre in chiesa. Potrebbe chiudere gli occhi e immaginare di fare lo stesso gioco che faceva da bambina quando si chiudeva in camera e metteva tutte le coperte sul tappeto. Potrebbe costruire un rifugio, assicurarsi che sia abbastanza solido, mettersi di fronte allo specchio, iniziare la conta. Il compito di chi è dentro è difende la casa. Lo scopo di chi è fuori è attaccarla. L’unica regola, se proteggi la casa, è: io sono il nemico.
Non devi in nessun caso permettermi di entrare.

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