Il pescatore di perle

Il mosaico sotto di te brillava: le rose, i melograni, le foglie, le bacche rosse.
Non mi ricordavo tutti quei dettagli. La pioggia di stanotte aveva lavato tutto: splendeva come quando le vecchie lo strofinavano con gli stracci bagnati. Allora ho visto il tuo sangue e i tuoi grandi occhi, tondi e gialli come susine. Ma i gufi non stanno sugli alberi?
Dev’essere stato il temporale di stanotte.

Prima lo capivo quando finiva l’inverno: guardavo gli alberi, i nidi. Se comparivano le prime foglie, e poi le corniole, quelle che mia madre raccoglieva e che invece io e Mir ci tiravamo tra i rami. E poi il dondurma del venditore in piazza.
Yaz abbaiava strano stamattina. Quando abbaia così, è di sicuro successo qualcosa.
Perché non era uno, ma due o tre latrati lanciati nell’aria, acuti e ritmati come i tocchi delle campane prima dei bombardamenti. Forse ha imparato a imitarli.
Il naso di Yaz è come un setaccio. Non ci vede più, ma se c’è qualcosa di vivo lo sente. Lo annusa. Ha trovato anche una mano senza tutto il resto, mi capisci? Ma c’era ancora l’orologio, che però non funzionava più.
Sei caduto, eh? Adesso mi avvicino e tu stai fermo, promesso? Non ti faccio niente: devo solo vedere come sei messo con quell’ala. Ecco, bravo. Guarda le chiavi. Sì, brillano, vero?
Sono le chiavi di tutte le case, compresa la scuola. Ecco. Fermo. Non fanno più rumore.

La prima che ho raccolto era quella di Mir, questa grande. Ho dovuto scavare un po’ per trovarla e non era semplice muoversi tra le macerie: un passo sbagliato e veniva giù tutto.
Ho camminato sulle pareti della sua stanza, sai?
Ricordo che lo guardavo quel celeste chiaro dietro il suo tavolino per i compiti. Di nascosto ci abbiamo scritto, poi lui ha provato a cancellarlo, ma non veniva via, e così ci teneva sempre qualcosa davanti, tipo una fotografia del presidente. Se avessi visto la faccia di sua sorella.
Non credevo che mi sarebbe piaciuto avere fratelli, cugini, cose così.
Ce la facciamo, sai. Tu e io ce la facciamo. Però non puoi rimanere qui.

Ti dicevo di sua sorella.
Quando andavo a trovarlo per giocare, li trovavo sempre lì, sotto al gelso: lui che strappava erba a ciocche, lei che gli leggeva a voce alta storie che trovava in libri bruciacchiati, con gli occhiali storti e una lente sola. Quando ci leggeva racconti di paura ci infilava sotto la coperta. Così.
Starai bene nella mia maglia, anche se puzza un po’.

Mi piacevano le storie.
E questa invece è la chiave della scuola.
Non so se la ricostruiranno uguale, se arriverà qualcuno e la tirerà su identica a prima, ma io avrò la chiave e potrò dire che è mia.
Nella casa di Mir non voglio che ci entri più nessuno. Tu ci sei volato giù. Non conta.

Tua madre forse pensava che Yaz ti volesse mangiare o che io ti volessi fare del male. Ci segue ancora, la senti? Le sei rimasto solo tu? Forse piange come faceva la nonna di Mir. Sembra stanca.
Era da tanto tempo che non mi ritrovavo lì, dentro casa sua. Quando giravo quest’angolo per tornare a casa, lui era ancora sulla soglia: lo sapevo senza guardare. Sentivo il cigolio del cancello. È ancora chiuso dall’ultima volta, vedi? Le colonne hanno retto. È il muro che non c’è più.

Un cancello senza muro, un moncone di casa. Forse l’avete scambiato per un albero. A me invece sembra un dente, il dente marcio di un vecchio sdentato. Ce n’era uno che rideva sempre, un mendicante zoppo. Non aveva mai smesso di ridere, neanche dopo. Si metteva sempre su quel gradino.
Ecco, siamo quasi arrivati al ponte.
Ma tu cosa sei esattamente? Un gufo, una civetta? Sì, lo vedo che l’ala è rotta e l’unica cosa che possiamo fare è capire se dall’altra parte c’è ancora il presidio con i volontari.
Basterà una garza con un legnetto e poi avrai sete, fame. Chissà se hanno il gelato.
Se la smetti di graffiarmi, ci arriviamo.

Scusa, sono inciampato. È che mi sembrava… no, era solo un gatto. Che scemo.
Era da tanto che non arrivavo fin qui. Lo vedi lassù? Lì c’era sempre un cecchino. Credevano fosse un po’ pazzo perché sparava a tutti, perfino ai suoi. Poi è venuto giù il palazzo e hanno scoperto che era un ragazzo, poco più grande di me. Che roba. Io non ho mai sparato. Con Mir usavamo la fionda. Il povero Yaz si beccava tutte le noci secche, quelle che non erano buone da mangiare.
Stai fermo, già non riesco quasi più a tenerti con un braccio solo.
Ecco, da lì in poi cominciava il campo di mine.

Sarebbe bello volare.
No, non mi sono sbagliato: era proprio qui, dove il terreno iniziava a scendere. Dev’essere stata la pioggia di stanotte. Forse l’argine del laghetto s’è rotto. Solo fango.
Ti dico che era qui.
Ci venivamo sempre, anche se non volevano. Volete saltare in aria? dicevano.
Poi un giorno Yaz – lui era bravissimo – una mattina eccolo che compare con una gallina in bocca. Qui non c’erano più galline da tanto. Lo videro che sì, insomma, attraversava il campo. Io me ne stavo con le mani a tapparmi le orecchie e gli occhi stretti ma non chiusi, perché non doveva essere un bello spettacolo vedere il vecchio Yaz esplodere in mille pezzettini, ma volevo vedere, mi capisci? Non so nemmeno io perché.
E invece tornò, che sembrava averci preso gusto a rubare i polli del villaggio vicino.
Poi segnarono il percorso con degli stracci attaccati ai cespugli di melograno e solo noi lo conoscevamo.

«I forestieri, boom!» faceva Mir. E Yaz scodinzolava.

Mica mangeresti le mie budella? Una volta ho visto due cani che se le litigavano. Erano di un soldato. Due uomini ridevano. Come quei ragazzi che mi prendevano in giro perché non ero bravo a giocare a calcio. L’unica volta che mi trovai con la palla provai a tirare e colpii la zia di Mir che stava in ginocchio davanti alla bottega. «Però che tiro!» mi disse mentre ci picchiavano.
Parlavamo troppo. Ce lo dicevano sempre. È che non ci riusciva di stare zitti, noi due.

No, non guardarmi così. Non si vede più niente con tutto questo fango. Ecco, socchiudi gli occhi. Dormi e basta, vero? Resisti, ti prego.
Anche Mir dormiva così. Il Brasile ha vinto il mondiale proprio il giorno dopo.
Andrei dall’altra parte solo per dirglielo.
Ora anche Yaz non saprebbe dove andare. Sembra il mare. O almeno credo.
Me lo immagino esattamente così. Sì, lo so che è fango, ma brilla come il mare sotto al sole, e sotto le onde ci sono un’infinità di pesci e piante marine, coralli e conchiglie, perle e tesori dei pirati. E mine.
Hai paura? Stai fermo. Anch’io ne ho un po’. Se ti muovi così esce più sangue.
Ma come fanno i pesci?

C’era un ruscello dietro casa dei miei nonni. C’andavo a pesca, l’acqua era gelida e Mir diceva che si poteva anche bere. Sapeva di… non ricordo.
Invece l’acqua del mare è salata. Mi chiedo come fanno i pesci che dal ruscello finiscono nel mare. Chissà se ci pensano, al mare. Se hanno paura.

Baba mi raccontava sempre delle storie quando non riuscivo a dormire. Poi iniziava a cambiarle perché non se le ricordava bene nemmeno lui, e io facevo finta, chiudevo gli occhi, ma non del tutto. Lui rimaneva lì con me e quello era il mio momento preferito. Perché mi accarezzava i capelli e mi diceva cose. Non era mai così, di giorno.
Tu almeno, quando l’ala sarà guarita…
Sì, è proprio laggiù, oltre quegli alberi, il presidio. Curarono la sorella di Mir, la prima volta. Poi beh…

Insomma c’era questo pescatore di perle. Era una delle mie storie preferite. Uno che scendeva più giù di tutti gli altri, dove l’acqua diventava quasi nera e non si vedeva nulla. E tutti si chiedevano perché andasse proprio lì.
E io chiedevo a Baba come facesse a trattenere il fiato, e lui: «Prova!».
Allora io tiravo la coperta fin sopra la testa e lui contava, piano, e faceva finta di uscire dalla stanza: un numero, un passo.
Non ti addormentare, conta con me.
Uno, due, tre…

1 Reply to “Il pescatore di perle“

  1. Ecco un altro racconto di Leyla Cappelli. Bello, coinvolgente, appassionante.
    Ricco di dettagli che fanno da richiamo di vita vissuta. Sembra
    di essere nel posto descritto.
    Parola dopo parola, ecco un nuovo personaggio, un luogo inatteso… uno scenario inedito.
    Eppure, sembra di essere lì nella storia… rapiti dalla situazione e dallo stupore di un evento che non ti aspettavi.
    Complimenti ! Molto bello.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *