Se c’era una cosa che Adelaide detestava con ogni fibra del proprio essere, quella era stirare. Inserire l’acqua nel serbatoio calibrandola al millimetro per poi farla puntualmente traboccare nel lavandino nonostante tutta la cura posta nell’operazione, piegarsi a infilare la spina nella presa, attendere che la flebile luce arancione si spegnesse e iniziare a ripassare la piastra con movimenti monotoni su qualche t-shirt o peggio su una maglia con le maniche lunghe o, impresa insopportabile e tediosa, su qualche lenzuolo con le arricciature agli angoli. Era una corvée infausta, che la gettava nel più profondo sconforto. La noia prendeva il sopravvento attanagliandola e la sua mente si lasciava cadere in modo rischioso in spirali discendenti di pensieri negativi, rivivendo antichi torti subiti o lasciandosi sopraffare dall’angoscia per qualche evento futuro. Nessun’altra attività, domestica e non, riusciva ad abbattere altrettanto il suo umore e a fare indugiare il suo cervello in tormentosi e incontrollabili rimuginii. Nessuna distrazione ― la TV accesa, la radio sintonizzata sul suo programma preferito ― era in grado di distoglierla da quel meccanismo così tenace. Avrebbe di gran lunga preferito lavare con minuzia il pavimento della cucina per dieci volte o passare il pomeriggio a fare il cambio degli armadi eliminando a mano, a una a una, le tarme che vi albergavano. Perché sapeva bene a che rischio correva incontro stando in piedi davanti a quell’asse con il ferro in mano.
Quel giovedì accadde di nuovo.
In uno di quei cortocircuiti delle sinapsi in cui d’un tratto, nonostante il tempo trascorso, si ritrovava a incespicare suo malgrado (afferra una camicia dal mucchio di panni che si è accumulato nel corso della settimana) come in pozzanghere affioranti lungo un sentiero battuto malauguratamente da una pioggia improvvisa, Adelaide tornò ancora una volta a riflettere sul fatto, conservatosi come un mistero mai risolto nei reconditi della sua coscienza, che di lui non le fosse rimasta alcuna memoria (mette a rovescio la camicia e la stende con attenzione sull’asse) grazie alla quale potesse rispondere in modo soddisfacente alle domande “Che odore aveva la sua pelle?” e “Quale profumo indossava?” oppure “Di cosa sapevano i suoi abbracci?”. Questi ganci sensoriali mancavano completamente all’appello (spruzza l’appretto sul colletto della camicia). Tuttavia per qualche tempo dal giorno in cui con lui tutto finì, poteva avvenire che qualche molecola volatile giunta da chissà dove le si insinuasse nelle narici innescando il processo (passa con cura la punta del ferro lungo la fila di bottoni) che portava il suo sistema limbico a riconoscere l’odore sbiadito di ammorbidente che a volte fluttuava sospeso nel suo bagno oppure, più spesso, quello pungente di frescume che a volte rilasciava lo spesso tessuto delle sue polo, messe ad asciugare sullo stendino aperto in qualche angolo di quello che tra sé aveva sempre definito come l’appartamento triste.
Per quanto si sforzasse (procede a stirare le maniche su entrambi i lati) non riusciva a trovare traccia di cosa percepisse col naso quando lo affondava nell’incavo del suo collo le volte in cui vi cercava rifugio né l’odore che lui le lasciava sulla pelle dopo uno dei loro incontri in cui consumavano tra le lenzuola la loro feroce attrazione (infila le maniche, una alla volta, nel braccio apposito per togliere le pieghe appena impresse). Ricordava invece quando, chiudendo gli occhi nell’attraversare uno dei generosi orgasmi che lui era capace di assicurarle, riusciva a vedere di sfuggita intere galassie e costellazioni che emergevano dal blu profondo dell’Universo.
Un altro mistero su cui tornava sovente a ruminare era l’assoluta assenza di nostalgia (distribuisce un altro spruzzo abbondante di appretto) che aveva per il suo corpo, nonostante il fatto che quello che succedeva quando i loro appetiti si affrontavano voraci non era per lei paragonabile né per intensità né per coinvolgimento a quanto esperito con gli altri, conosciuti prima o dopo di lui. Non le mancavano i suoi graziosi occhi a mandorla e il suo sguardo astuto, la sua bocca sottile contornata dalla barba sempre ben tenuta, il suo naso (il ferro fa un clic e la luce della caldaia si accende) perfettamente dritto. Ricordava il suo modo di starnutire, trattenendo il rumore. Cosa che aveva sempre apprezzato, detestando profondamente invece chiunque si lasciasse andare a fragorose emissioni tanto parossistiche da fare temere l’espulsione prossima di un polmone da entrambe le narici. Non le mancavano le sue mani, piccole ma sapienti (la spia arancione si spegne) nell’agevolare le esperienze cosmiche di cui sopra. Non sentiva nessun vuoto nel petto al pensiero delle sue braccia che non erano mai state sufficienti ad avvolgerla e a farla sentire al sicuro. Non le mancavano le sue gambe bianche, pur avendo amato visceralmente il candore della sua pelle. C’era qualcosa di chirurgico in quella scissione della memoria e del cuore che non riusciva a spiegarsi. La sofferenza per la separazione, brusca e non contemplata, aveva percorso altre strade in lei, scavandole trincee profonde (prende la camicia stirata e la aggiusta su una gruccia) nei meandri dell’animo. L’esperienza era stata traumatica e dolorosa tanto da lasciarla a lungo disorientata e carica di dubbi sul proprio valore personale e sul posto che occupava nel mondo, dopo che lui era uscito di netto senza troppi complimenti dalla sua vita.
Il filo dei suoi pensieri andò poi a intrecciarsi con l’eco dei discorsi che lui riusciva a generare con sconcertante profusione e Adelaide fu presa, ancora una volta, dal rimorso per non aver mai e poi mai, in quegli anni di intensa relazione, avuto il minimo istinto di mettere in discussione ciò che cadeva dalla sua bocca (osserva la camicia ma il risultato non la convince). Possibile che l’innamoramento l’avesse resa così ottenebrata? Avrebbe dovuto imporsi di più fin da subito ma allora era soggiogata dal suo modo di fare. Dalle sue capacità di eloquio, la sua spigliatezza. Tutte le qualità che sentiva di non possedere. Adelaide pendeva docile dalle sue labbra, ascoltando i racconti sulle sue ex (individua delle pieghe residue attorno al colletto). Ne parlava scegliendo con cura le immagini da affibbiare loro affinché le facesse emergere sotto una cattiva luce. Una era pazza, l’altra frigida, l’altra ancora aveva una madre narcisista con tendenze maniacali. Lui, irrimediabilmente, da quei racconti ne usciva come innocente vittima immacolata (cerca indispettita di stendere la camicia alla meno peggio sulla punta dell’asse ma l’operazione le risulta difficoltosa). Era certa che quella stessa sorte fosse toccata anche a lei: chissà quale epiteto usava per descriverla denigrandola agli occhi della sua nuova conquista. La immaginava assorta, con la stessa espressione ebete che si era dipinta anche sul volto quando era stato il suo turno, ascoltandolo parlare come se fosse il Messia. Solo dopo anni di tormentose masticazioni mentali, Adelaide aveva compreso la regola aurea secondo la quale se qualcuno parla male delle persone che dice di aver amato, è cosa buona e giusta andarsene a rapidi passi il più lontano possibile. All’epoca invece, con il fervore che si riserva al cospetto di una apparizione mariana, aveva creduto a tutto quello che a parole lui le faceva balenare davanti. Proprio a tutto, comprese le sue esorbitanti promesse di una vita futura insieme (le pieghe sono davvero ostiche, l’asse oscilla sotto gli strattoni assestati con il ferro).
Aveva l’abitudine di farcire copiosamente i suoi discorsi declinando i verbi al futuro. Faremo, saremo, andremo… (più passa il ferro in quei punti e più la stoffa si raggrinzisce). Rovistando tra le pile di cimeli mentali, faticò a trovare il ricordo netto di una sua minima azione, un suo sforzo, anche solo un tentativo nel cercare di creare le premesse per trasformare quel rapporto a distanza in una relazione duratura. Anzi. Mentre lei faceva i salti mortali per riuscire a stare con lui, giocando a complicate partite di Tetris con i vincoli e gli oneri della vita, lui se ne andava per locali con gli amici. Oppure si concedeva una cena con una delle sue numerose conoscenze femminili, così come aveva scoperto dopo, non appena la nebbia dell’infatuazione aveva accennato a diradarsi. Epifanico fu il ritrovamento dell’autoscatto in cui lui affondava la testa nell’abbondante seno di una delle sue amiche, sorridenti e a loro perfetto agio, scovato sul profilo di lei lasciato in modo sapiente senza tag (la dannata camicia non fa che sdrucirsi).
Una sensazione di calore pizzicò il collo di Adelaide per poi andarsi a distribuire sul suo volto e accenderle le guance. Non aveva fatto una piega nemmeno quella volta in cui, non appena finite le loro evoluzioni corporali, lui aveva risposto a una chiamata sul cellulare apostrofando con la parola “Amore” chi c’era dall’altro capo del telefono. L’ennesima amica. (Toglie con stizza la camicia dall’asse da stiro e la appallottola tra le mani in maniera convulsa). Alle sue deboli rimostranze, mentre era ancora nuda nel suo letto, lui le aveva risposto con tono placido di stare tranquilla, che non significava nulla e che era una loro abitudine chiamarsi vicendevolmente in quel modo. Adelaide, ancora una volta, aveva ritenuto ragionevoli e perfettamente legittime le sue spiegazioni. Arrivata a questo punto, su questo preciso episodio a cui la conduceva sistematicamente il vortice tossico dei suoi pensieri ricorrenti, la vista le si annebbiò.
Adelaide getta la camicia lontano. Poi si avvicina alla pila di panni da stirare e comincia a sfilarli dal mucchio. Uno per uno. I vestiti volano dappertutto nella stanza, tra le urla furiose che non riesce più a trattenere. Poi, esausta, si lascia cadere in mezzo al caos. Modula un “Amore un cazzo, stronzo!” che rimbalza sul mobilio laccato di bianco. Va in corridoio, afferra un paio di borse, le più capienti in mezzo a quelle raccolte alla rinfusa nel mobile dell’ingresso. Ci infila dentro le magliette, le tovaglie, i pantaloni della tuta, gli asciugamani che giacciono sul pavimento. Esce di casa e si dirige alla lavanderia alla fine della strada. Cammina come un’esagitata con il suo carico pesante, guadagnandosi le occhiate torve dei passanti. Fa il suo ingresso nel negozio affidando il suo enorme fardello emotivo al gestore che la accoglie asettico, senza nessuna espressione. Giura a sé stessa che non toccherà mai più un ferro da stiro finché avrà vita.
Nel salotto, sul rivestimento bianco dell’asse, la piastra rovente ha lasciato un grosso foro a forma di lacrima.
