Le casse di piombo

Il rispetto di cui ero stato circondato per tutti gli anni della mia infanzia in paese mi aveva fatto crescere nella sicurezza che tutti quei piccoli atti di gentilezza, di favore, di deferenza di ogni fattore, artigiano, uomo di Chiesa che si dava da fare per mio padre – e già allora tendevo a credere che la causa di tutto risiedesse nelle sue famose casse con i beni di famiglia che teneva al sicuro in banca, quasi una stanza solo per lui –, tutti gli atti di attenzione, dicevo, tutti i piccoli lavoretti fatti in casa in cambio di niente, le ceste di salumi e frutta, le lezioni di matematica per un caffè e un bicchiere d’acqua, i saluti riverenti fatti da lontano da parte di persone di cui io non conoscevo nemmeno il nome, le offerte di aiuto per ogni lavoro manuale, i “signore, ci penso io”, le file dal panettiere in cui eravamo i primi a essere serviti, i conti sospesi, gli aggiusti sartoriali i cui pagamenti si risolvevano in un “non si preoccupi, è stata una sciocchezza”, tutto, tutto mi sarebbe stato conservato o, piuttosto, dovuto anche in città. Con stupore, negli anni, mi resi conto che si moltiplicavano a mio danno gli atti di maleducazione, di indifferenza; me ne accorsi soprattutto da parte delle donne, dei compagni di studi e dei professori; poi, sul lavoro, non contavo che clienti che sembravano non voler perdere tempo con un ridicolo intermediatore commerciale venuto dalla campagna e, soprattutto, sentivo la frustrante e ottusa pressione del mio capo – o dovrei dire, padrone – che, incurante dei risultati, ripeteva sempre la stessa frase, sia che quel mese avessi doppiato gli obiettivi, sia che non avessi portato a casa nemmeno un contratto: “Non avete voglia di lavorare”, rigorosamente al plurale. Non eravamo singoli individui, ma uomini che lui doveva pagare e che dovevano ricordarsi solo di quello: è così che, sotto il peso delle sue continue offese, dimenticavamo persino che eravamo i primi artefici del suo guadagno.

Quando mi giunse la notizia della morte di mio padre, che inspiegabilmente mi aveva mandato via quando ero ancora giovane, e che mi aveva costretto non solo a vivere lontano da casa, ma anche dei miei soli guadagni, pur essendo un padre amorevole e attento, cosa che mi aveva sempre causato un bruciante senso di ingiustizia affaticato dall’oscurità in cui permanevano le ragioni delle sue decisioni, perché non potevo nemmeno dubitare che il punto fosse volersi tenere le ricchezze delle casse tutte per sé – lui, che mi aveva sempre fatto promettere che qualsiasi cosa fosse successa non avrei mai, mai dovuto dare via i ricordi della famiglia lì contenuti, come se fossero reliquie sacre e se l’esistenza stessa della nostra famiglia dipendesse dalla magia scaturita da quegli oggetti contenuti nelle casse e di cui nessuno sapeva niente, cosa fossero, quanto valessero, nessuno a parte lui – quando, dicevo, la notizia della morte di mio padre mi raggiunse, ricordo, ero curvo sui conti di quanto mi sarebbe dovuto spettare nel trimestre precedente, per controllare di non essere stato derubato di niente dal mio padrone, e insieme a tutti i pensieri sulla mia giovinezza, sull’ingiustizia dell’esilio, sulle donne, sul lavoro, uno solo fece scomparire gli altri: e non fu il dolore della perdita.

Di fronte al notaio fui più silenzioso del dovuto e riuscivo a stento a seguire tutti quei cavilli burocratici, rigirando nei miei pensieri le frasi di cordoglio che avevo sentito rivolgermi pochi giorni prima al funerale e nelle visite di condoglianze dei giorni successivi.
Sebbene la casa della mia infanzia fosse spesso piena di persone, per istinto sapevo che mio padre non approvava che io fossi troppo estroverso e socievole con chi non apparteneva alla famiglia: una famiglia fatta solo di me e lui. Soprattutto, sapevo di non dover parlare di come vivevamo, di cosa facevamo, di ogni nostra abitudine, anche la più innocua: sembrava che in qualche modo gli altri volessero e potessero controllarci, sapere qualcosa di noi, e questo potesse essere dannoso in un modo che non mi spiegavo, ma che accettavo come dato di fatto. Mio padre era forestiero in quel paese e conservava ancora l’accento delle sue terre. I commerci con quel posto lontano, di cui non avevo mai saputo molto, continuavano regolarmente attraverso i venditori che mio padre mandava avanti e indietro; sempre meno negli anni che ero rimasto lì, a dir la verità.
Non c’è da stupirsi, quindi, che di tutte quelle persone che avevano popolato la mia infanzia e che mi ero ritrovato in quei giorni in casa io non conoscessi realmente nessuno, sebbene loro fossero molto solerti nel venirmi a fare visita e nel rivolgermi frasi più che di cortesia; non erano brevi parole di cordoglio, ma lunghi discorsi e domande incalzanti. Era quasi ingiurioso supporre che solo la curiosità li spingesse a un atto tanto pietoso, ma sembrava che fossero lì come per voler sapere tutto di un mistero su cui si erano interrogati da tempo. Da quanto mancava dal suo paese di origine, manteneva i rapporti con le sue terre e i suoi parenti, se era vera la storia del litigio per il pasticcio con il fratello, perché non sembrava proprio da lui e sicuramente suo fratello – mio zio – forse aveva ben altri interessi, chissà quali interessi poteva avere che erano stati in un certo qual modo frustrati… e soprattutto, come mai ero lontano da tanto tempo e se me la passavo bene in città, se lavoravo, che lavoro facevo e se il lavoro mi permettesse di vivere o se lo facessi solo per qualche forma di svago dal mio tempo libero, perché insomma, pensavo, a loro risultava strano come a me che il figlio del signor Mazzocchi vivesse lontano da casa, lavorando per sostentarsi.

Mi ero accorto sin da subito dell’incuria in cui versava la villa: le mattonelle rotte, le pareti che tradivano di non essere state ritinteggiate da anni, i fili elettrici scoperti, persino le lampadine fulminate e non sostituite, e sembravano accorgersene con stupore anche molti di loro, guardandosi intorno.
Quello che mi inquietava fu quanto tutti, nei brevi ma infiniti incontri che ne seguirono, mi riferissero con sicurezza aspetti del suo carattere e della sua vita che cozzavano gli uni con gli altri. I suoi lavoratori lo ritenevano il più generoso e liberale degli uomini, mentre la donna che si occupava di tenergli in ordine la casa ne decantò le lodi di uomo parsimonioso e di minuziosa previdenza, dal carattere difficile ma tanto, tanto caro. Con suo fratello, mio zio, invece non si era sentito più per trent’anni dopo un litigio riguardante non so quale pasticcio durante la cena, che doveva o meno contenere anche i piselli, in un rancore permanente che doveva per forza, per forza tradire altro. La sua compagna, che aveva passato gli ultimi vent’anni con lui, mi aveva descritto, con sguardo basso e voce rotta, quanto erano divenuti difficili gli ultimi anni a causa delle ristrettezze economiche in cui versavano, e che lui nell’ultimo periodo della sua vita aveva finto di stare molto male per poter rimanere a casa, tra il letto e il camino spento, e non dover spendere e regalare come aveva fatto fino agli ultimi istanti della sua vita fuori, tra la gente del paese che rimaneva convinta della sua immensa ricchezza e grandezza d’animo. Troppe volte gli aveva chiesto di attingere, almeno in qualcosa, alle sue casse conservate in banca, ma lui si faceva cupo, ripeteva che lei non capiva, le faceva promettere che non avrebbe mai cercato di dare via i suoi ricordi di famiglia, nemmeno dopo la sua morte. E proprio sul letto di morte, giunta in pochissime ore, con gli ultimi respiri che faticavano a uscire, le aveva detto le estreme parole dopo averla fatta chiamare. Lei immaginava che sarebbero state parole sul loro amore che era andato avanti nonostante tutto, su suo figlio, su suo fratello, sul suo passato, parole di riconciliazione o di costruzione, un messaggio da lasciare in eredità a qualcuno. “Promettimi una cosa”, disse. “Ti prego, non dare via i ricordi della mia famiglia”.

In qualità di unico erede, dato che non aveva mai formalizzato l’unione con la sua compagna, ero finalmente vicino a svelare quel mistero grazie al quale avevamo goduto di ogni favore in paese, circondati sempre da un alone di mistero, ricchezza esotica, rispetto, ossequio quasi religioso e così untuoso come quello di cui sono destinatari solo gli uomini potenti grazie a cariche pubbliche, ricchi patrimoni e solide famiglie o alte dignità ecclesiastiche. Noi, una famiglia di commercianti giunti in una terra di poco commercio, dove nessuno sapeva niente di chi fossimo, padre e figlio soli.
Mi vidi come da fuori recarmi in banca, farmi aprire la cella dove era contenuto il mio ricco patrimonio, ed essere lasciato solo con in mano le chiavi che mi avrebbero svelato il mio passato e il mio futuro.
Iniziai dal plico di documenti sigillato su cui leggevo Inventario – riconobbi la grafia di mio padre nelle voci della lista. Quanto mi girò la testa nel leggere i numeri segnati vicino a Collane di Smeraldi di Kobe, Sesterzi d’oro babilonesi, o, scorrendo velocemente l’elenco, Lingua incorrotta di Sant’Andrea, Gladio cinese imperiale, Caravaggio appartenuto a Gian Galeazzo Visconti, in un’infinità di nomi e storie che conoscevo poco, ma che mi rivelavano depositario di una enorme, spropositata ricchezza.
Erano segnalati in un allegato a parte anche beni di minor valore, ma a cui forse mio padre teneva di più per questioni affettive, come Secondo libro della Poetica di Aristotele o Pietra filosofale.
Senza indugiare oltre nella lettura, iniziai con l’aprire una delle casse più pesanti, sperando di trovarvi gli smeraldi di Kobe o i sesterzi babilonesi. Scoprii però che il maggior peso era dato dal rivestimento in piombo, dato che dentro trovai un lungo vestito in tela grezza, un plico di fogli contenente le trascrizioni dei testi di conosciutissime ballate popolari, tanti rosari, un paio di occhiali, matite colorate, sughero, una macchina da scrivere rotta, e mi affrettai a cercare sulla lista qualche corrispondenza, finché l’occhio non mi cadde su Veste della Regina del monte Athos, e stetti lì a pensare se poteva mai essere quel vestito grezzo, ma poi pensai che non conoscevo nessuna Regina del monte Athos, e allora mi misi ad aprire tutte le casse, e ritrovai collane con pietre di vari colori in plastica, gioielli di ferro arrugginiti, molti souvenir da viaggi, comprese le riproduzioni in plastica leggera delle monete antiche che potevi comprare per pochi soldi e che avevo visto in alcune gite per la città, uno spadino di legno, il disegno di un bambino con una casa e un albero, incorniciato in legno con rivestimento argentato, piume di pavone, stracci, fino a che mi persi d’animo nel continuare a cercare qualcosa che davvero avesse un valore tra quelle cianfrusaglie.

Trascorso qualche giorno, dopo essermi fatto aggiustare un nuovo vestito su misura al paese, decisi, con la paga dell’ultimo trimestre di lavoro – a cui mancava, dai miei calcoli, qualche manciata di soldi ormai di poco conto – di far trasferire nella banca del mio quartiere in città tutte le casse, con un lungo corteo che fosse ben visibile. Le feci depositare lì, tutte rigorosamente ben chiuse: un’intera cella dotata della massima sicurezza solo per le mie nuove ricchezze ereditate da mio padre. Già sulla strada del ritorno, nel quartiere, il tono con cui mi salutavano quelli che avevano assistito alla sfilata aveva qualcosa di diverso.
In fondo, pensai, la città è solo un paese un po’ più grande.

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