Il copiatore

Nei miei primi vent’anni di vita non ho fatto altro che copiare. Da che io ho memoria ho sempre copiato gli altri, ogni giorno tutto il giorno, dai miei genitori ai compagni di scuola, dagli amici agli sconosciuti incontrati per strada, dagli attori più celebri ai protagonisti dei libri letti.

Copiare, nient’altro che copiare, per un secondo, un minuto o un’ora. Gesti, tic, espressioni facciali e verbali, cadenze, modi di fare, modi di dire, atteggiamenti, capigliature, vestiario, compiti in classe, compiti a casa. Io come entità individuale, autonoma e specifica, semplicemente non esisto, sono un baro o forse un camaleonte. Mi mantengo eretto su questa terra solo in virtù degli altri, di chi mi sta intorno e mi circonda, e delle mie capacità, oramai insuperabili, di contraffazione e rifacimento. Sono un copiatore, sì. Non un copista, perché per me copiare non è questione di arte, di tocco e di stile, ma di pura sopravvivenza.

Il mio modo di stare al mondo, di essere nel mondo, è un inno all’altruismo, spontaneo e necessario: non vengo assalito da dubbi filosofici, etici e morali. Il parassitismo esistenziale che mi contraddistingue non è frutto di furbizia, interesse o calcolo. Esso è talmente connaturato in me, una pulsione viscerale sin dai primordi della mia vita, che non posso immaginare nemmeno lontanamente possibili alternative.

Non dovete pensare sia semplice, no. Copiare è una febbre che non mi concede tregue, un castigo biblico, una maledizione inscalfibile. Ne ho bisogno come dell’aria che respiro e perciò sono condannato a una perpetua insoddisfazione, a uno scontento indomabile. La felicità che anelo è sempre un po’ più in là del mio ultimo plagio.

Ora sono bravo e riesco a dissimulare in maniera pressoché perfetta le mie intenzioni e le mie tecniche, nessuno potrebbe accorgersene. In anni e anni di esercizio ho imparato a muovermi con rapidità ed efficacia, in silenzio ho accresciuto i miei talenti e limato i punti deboli a tal punto da non temere più di essere smascherato. All’inizio era diverso. Ho vissuto lunghi periodi di incertezza e timore in cui mi divincolavo tra impacci, fallimenti e grossi rischi. Venivo guardato con diffidenza e sprezzo non solo dai miei compagni di scuola, perché copiando prendevo voti più alti dei loro, ma anche dalle insegnanti, che avevano intuito il mio oscuro segreto, ma non riuscivano a mettere insieme le prove necessarie per incastrarmi e continuavano a riempirmi di otto, nove e dieci loro malgrado.

Gliela facevo sotto il naso eppure non mi sentivo appagato. Dentro di me covavo un’insicurezza latente e l’impossibilità di avere il pieno controllo della situazione, di ogni situazione, mi faceva soffrire più del dovuto. C’era sempre l’incognita imprevista, il cambiamento dell’ultimo secondo, la potenziale svolta, la magia del libero arbitrio. Io non conosco il libero arbitrio, io posso solo copiare.

Sapevo allora di dover migliorare e il mio orizzonte si arricchiva di obiettivi via via più complessi, quasi irraggiungibili. La sfida continua eccitava i miei sensi, ma allo stesso tempo mi relegava a una solitudine pressoché totale. Neanche i miei cari comprendevano il mio bisogno vorace e insaziabile. Facevano finta di non vedere, lo ignoravano. Mio padre accoglieva le mie marcate ed evidenti manifestazioni d’emulazione (brevi esempi: leggere il giornale tenendo esattamente la mano destra a mezz’aria pronta a girare con sveltezza la pagina successiva, ovviamente il pollice umidiccio per aver maggior attrito sulla carta, accavallare le gambe prima di girare il cucchiaino nella tazzina di caffè [la mia era una tazza di latte], sbuffare rumorosamente all’ennesima lamentela di mia mamma, affacciarsi alla finestra e osservare il cielo qualche minuto per valutare la probabilità di pioggia, ecc.) alternando orgoglio e irritazione, incapace di etichettare i miei comportamenti, che per lui oscillavano repentinamente tra il pieno e legittimo riconoscimento filiale e dunque l’eterno tentativo del figlio d’esser come il padre, e la strafottenza giovanile, tipica dell’età adolescenziale. In base a quest’altalena schizofrenica poteva destinarmi, nel giro di sole ventiquattro ore, occhiatacce furenti e risatine insofferenti di disapprovazione o cenni consenzienti con il capo leggermente reclinato in avanti e un leggero sorriso. Mia mamma si disimpegnava da tali ingegnose valutazioni, alzava le braccia sconsolata e mi implorava solamente di smettere e di comportarmi come si comportano i ragazzi della mia età. Sembrava dimenticare di proposito il fatto che io, in presenza di miei coetanei, non solo mi comportassi come loro, ma mi comportassi meglio di loro perché facevo esattamente quello che facevano loro, ma con maggior eleganza e dimestichezza.

Bene o male le cose si sono svolte ed evolute in tal modo, finora. Adesso però, sulla soglia dei vent’anni, sento il bisogno di osare. Copiare non mi basta più.


Carlo va in spiaggia ogni mattina intorno alle undici. Lo sento scendere le scale frettolosamente, aprire il cancelletto e salutare la madre che lo scruta attenta e silenziosa dalla finestra. Abitiamo a poche centinaia di metri dal mare, nella stessa palazzina, lui in un appartamento due piani più su. Io esco di casa circa dieci minuti dopo. Faccio il suo stesso tragitto a passo lesto e in pochi minuti sono al lido. Mi tolgo la canotta, sistemo il telo sullo sdraio e lo osservo leggere notizie sportive seduto qualche ombrellone più in là, in prima fila, noi ne abbiamo uno in terza. Apro anche io la gazzetta e mi sistemo comodo, le gambe allungate, gli occhiali da sole ben calcati sul naso e il giornale sospeso in aria con le braccia tese. Verso mezzogiorno lo osservo entrare in acqua lentamente e poi tuffarsi. Io mi appropinquo con nonchalance e mi butto a pochi metri di distanza. Lui non si gira mai verso di me, m’ignora totalmente. Alla mezza rientra a casa, io all’una meno un quarto.

Quest’estate fare quello che fa Carlo è salvifico per me. È lui il mio più prossimo, il più affine, anche anagraficamente, ed è sicuramente più divertente e stimolante copiare lui che i miei genitori, di cui conosco ormai a menadito ogni minimo movimento. Loro mi lasciano fare indifferenti, almeno non rimango in casa ad annoiarli con le mie bizze.

Nel pomeriggio si ripete il medesimo rito. Carlo si sposta in spiaggia verso le quattro, ma non va direttamente sotto l’ombrellone, come è solito fare in mattinata, bensì si ferma sotto lo stabilimento e incontra Sara, una sua amica che torna in paese ogni estate con la famiglia.

Io indugio qualche minuto fischiettando sulla soglia d’entrata e li guardo mentre parlano appoggiati al bancone. Poi vado a sedermi al tavolino all’angolo e comincio a leggere, o meglio a fare finta di leggere, un libro preso a caso dalla libreria di mio padre. Ordinano due caffè e si siedono anche loro e continuano a parlare e a parlare, ridendo e sghignazzando beatamente. Mezz’ora dopo si alzano e si dirigono verso il bagnasciuga, è il momento della passeggiata. Io raggiungo la spiaggia e mi accosto all’ombrellone, non ho voglia di pedinarli e quindi mi appisolo, confortato dall’ombra che cade obliqua su di me e sui miei sogni. Alle cinque sento le loro voci approssimarsi, mi sollevo e valuto la situazione. Sono appena tornati accaldati e leggermente affaticati dalla passeggiata lungo la riva. Rimangono per qualche istante in silenzio, fino a quando Carlo non propone a Sara un bagno rinfrescante. Corrono in acqua.

Io faccio altrettanto, tenendomi a debita distanza. Fare il bagno nel pomeriggio è più rilassante, il mare è tiepido e meno affollato. Loro scherzano, si inseguono, si tuffano, gareggiano, io invece faccio il morto, senza però perderli di vista. Dopo essersi asciugati, Sara saluta Carlo e raggiunge i suoi genitori, che hanno l’ombrellone nel lido accanto al nostro. Lui rimane un’altra mezz’ora solo, fissa il cielo e ascolta musica. Io prendo una birra e la bevo a piccoli sorsi, abbastanza contento. So cosa devo fare.

Nei giorni seguenti la routine è la solita. Copiando Carlo sto vivendo una bella estate, sono anche più abbronzato. A casa mangio con appetito e sono sollevato, i litigi con i miei sono drasticamente diminuiti. Eppure, sento il bisogno di spingermi oltre.

Voglio copiare l’innamoramento di Carlo per Sara, amarla come la ama lui.

Ho deciso allora di anticipare le mosse di Carlo. Adesso mi reco in spiaggia un po’ prima, non aspetto più di sentirlo scendere le scale per preparare lo zaino e mettere il costume. È strano, perché sono abituato ad agire dopo. Io agisco sempre in seconda battuta. Stavolta no. È necessario mettere in moto il meccanismo prevedendo l’azione, copiando lo ieri e non l’oggi. Conosco bene Carlo, so cosa fa, come si comporta, il modo in cui le sfiora leggermente le mani, la delicatezza con cui le sussurra chissà cosa all’orecchio facendola sorridere di gusto, il tono sicuro con cui ordina i caffè e le propone la passeggiata o il bagno a mare. Posso copiarlo così bene da diventare lui, da essere lui.

Sono uscito di casa alle tre e mezzo e sono arrivato al mare alle quattro meno venti. Ho poggiato lo zaino e mi sono seduto su una panchina di legno posizionata perfettamente a metà tra i due stabilimenti, sperando di intercettarla prima che arrivasse a destinazione. Ho visto apparire Sara pochi minuti dopo. È in anticipo, come succede spesso, d’altronde. L’ho notato negli ultimi giorni, da quando ho iniziato ad arrivare presto. Si sta dirigendo verso il casotto con passo cadenzato, zigzagando sinuosa tra sdrai e ombrelloni. Mi sono alzato immediatamente, ho sistemato i capelli e le sono andato incontro, guidato da un coraggio insperato. L’ho chiamata a mezza voce e lei si è girata subito. Mi sono avvicinato sino ad averla ad un palmo di naso.

«Ciao Sara, mi chiamo Paolo. Sono un amico di Carlo, nonché suo vicino di casa. Purtroppo, oggi non può venire perché è malato e ha incaricato me di dirtelo».

« Ah, capisco, mi dispiace molto. Strano che non mi abbia scritto. Niente di grave, no?»

«No no, solamente un po’ di febbre».

«Menomale, si rimetterà in pochi giorni. Comunque, piacere Paolo, sono felice di conoscerti».

«Come mai non ti si vede da queste parti?»

«Eh, storia lunga, se vuoi te la racconto. Ti va di fare una passeggiata sulla riva?»

«Certo, molto volentieri».

Ci siamo avviati verso la battigia. Quando parlo lei sorride.

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