A pulle

Ieri, mio padre, mi ha chiamato in disparte, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: «Per te è arrivato il momento di diventare un uomo».

Io ho risposto: «Va bene».

E lui: «Allora, domani sera, ti porto a pulle».

Io sono rimasto a fissare i peli attaccati alle sue orecchie e non ho detto niente.

Siamo usciti da casa. Lui un passo avanti, io un passo indietro. Sull’uscio, mia madre mi aveva sistemato la cravatta. In salotto, le mie sorelle ballavano lo swing di Fred Buscaglione.


Mio padre è alto, è grasso e tiene un passo rigido e regolare. Indossa un gessato grigio e calza scarpe nere, ben lucidate, coi lacci.

Davanti a una palazzina signorile e decadente del centro di Palermo, estrae dal taschino il suo orologio d’oro. Apre il coperchio, fa una smorfia d’assenso e suona un campanello.

Mi dice: «Forza, Nino; entra!»

Entro. Il portone è in legno.

L’androne è vuoto, la scala è ampia, il bordello è al primo piano, il secondo è disabitato.

Mio padre dice: «Forza, Nino; sali!»

Salgo.

Dopo la prima rampa dice: «Vedrai, ti piacerà».

A me piace Nina. Non abbiamo mai parlato. Ho dato un biglietto a sua cugina durante la processione della Santa. All’uscita dalla chiesa, dopo che la statua era rientrata, Nina mi ha fatto un cenno con la testa, come per dire: va bene, sarò la tua fidanzata.


Io e mio padre saliamo appaiati.

Lui dice: «Tra poco andrai all’università, non puoi dire che non hai ficcato mai! Perché tra maschi, alla fine, sempre di questo si parla».

Lo guardo.

Mio padre è il tricheco stampato sul sussidiario della quinta elementare.

Io dico: «No, non posso dirlo».


Potrei dirgli che Nina è un miracolo, che ogni pomeriggio passo sotto casa sua e lei s’affaccia. Che sembra una Madonna staccata da un dipinto.

Potrei dirlo, ma non dico niente.

Il salone è ampio. Finisco su un divano color porpora. Me ne resto seduto sul suo bordo. Altri clienti attendono composti su sedie da salotto. Per le tende prevale l’uso del velluto, di un rosso cangiante e cupo. Due militari guardano fuori. In piedi, davanti alle persiane. Una signora di mezza età confabula con mio padre. Ridono entrambi, mostrano confidenza. Tra una risata e l’altra, lei mi scruta.

Poi si avvicina, mi passa una mano tra i capelli, li scompiglia. Dice: «Ciao, sono Marisa; Marisa, da Bologna! E tu bel ragazòl

Io alzo gli occhi, ma non parlo.

Parla mio padre: «Lui è Nino. Nino, di Palermo!»

Io mi sento risucchiato da una forza ostile, loro ridono ancora.

Da una stanza con una porta a vetri esce una ragazza, bionda come non se ne vedono, indossa una vestaglia di raso rosa e si intravede il seno. Io ho le gambe rigide e le mani aggrappate alle ginocchia. Un’altra ragazza sta seduta sulle cosce di un cliente, altre due parlano stravaccate contro il muro e lanciano sguardi stanchi e languidi. A intermittenza.

La signora Marisa s’allontana. Mio padre si siede accanto a me e senza guardarmi chiede: «Ti piacciono queste femmine?»

Io dico: «Certo».

Lui dice: «Non sei finocchio?»

Io dico: «Non sono finocchio».

E fisso le sue mani pelose e il pavimento.


La pulla ha l’accento di una originaria di Catania, dice di chiamarsi Luisa, e non dimostra più di ventisette anni. Alla signora Marisa ha detto: «Datemelo a me ‘stu carusu…» E poi ha chiuso la porta.

Luisa ha i capelli rossi ed è anche bella, ma non bella come lo è Nina. È bella come una buttana.

Luisa dice: «Spogliati».

Dice: «Vieni che ti lavo».

Dice: «Ci penso io per te».

Dice: «Ora, rilassati».

Io annuisco e mormoro: «Rilassato, sono».

Mi dice: «Lo sai che sei più attrezzato di tuo padre?»

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