Il fatto di mio padre

questa di fronte, che abita no pari pari a me ma giusto al piano di sotto, ha incontrato mio padre e gli ha detto che doveva dirgli una cosa, e allora mio padre, che la conosce e non la conosce, che diciamo che nel quartiere tutti si conoscono, gli ha detto Dimmi dimmi, e quella ha cominciato a parlare.

Gli ha detto che il cognato, che sarebbe a dire mio zio, che vive in casa con noi, fuori al balcone… ehm… che sua figlia, la figlia di questa che ha fermato mio padre, stava affacciata e ha visto questo mio zio che faceva delle cose che non doveva fare. Che in pratica lei, la madre, non voleva dire niente, perché sa che ha problemi, che prende la pensione, e cioè che è pazzo e il resto appresso, però questo mio zio, a sua detta, aveva un po’ esagerato, siccome, a detta della figlia, se l’era toccato e insomma il sunto è che affacciato al balcone, mio zio, aveva fatto qualche porcheria guardando la figlia. Ora io so certo abbastanza da poterlo dire che mio zio non sta bene, da sempre, da quando sono nato e anche da prima, che ha cinquantacinque anni ed è andato di testa da quando ne aveva almeno venti, e so anche che per questo uno può pensare, e fa bene a farlo, che chi sta fuori può fare qualsiasi cosa. Figuriamoci che il mio ex-presidente di pallavolo, quando a volte ci trovavamo a parlare, che pure lui aveva avuto un caso simile in famiglia, e cioè il marito della sorella andato di testa, sempre mi voleva far capire che un malato non è gestibile, ma no nel senso che non lo puoi gestire in generale perché fa cose di pazzi, e quindi fisicamente parlando, che so, che può lanciarti qualcosa contro, ma semplicemente, voleva dire, scavando più a fondo la paura di noi uomini, che non puoi, che non ci riesci proprio a gestirlo in testa, che tipo uno bene o male ha sempre pensato in testa ciò che una persona può e non può fare, le varie possibilità insomma, e diciamo che può capitare per eccezione, solo per eccezione, che questa persone esca fuori dallo schema. Normale. Però per un malato, per uno a cui è stato diagnosticato un timbro di schizofrenia e depressione o quel che sia, invece è diverso. Diciamo come se l’eccezione di poco fa fosse meno eccezione, come se uno si dovesse abituare a l’eccezione in fretta, che vuol dire più o meno che l’eccezione diventa normalità, e anche che l’eccezione aumenta di grado, di livello e di pericolosità perché le possibilità smettono di definirsi in quantità; che quando c’è l’eccezione dell’eccezione, che uno quindi si comporta assai assai fuori dallo schema, in sostanza, la spara davvero grossissima che uno alla fine il più delle volte non se l’aspettava proprio; e può succedere davvero di tutto. E infatti alla sorella del mio ex-presidente capitò esattamente una brutta eccezione dell’eccezione, perché il marito, per un litigio partito dal cosa mangiare e cosa non mangiare e cosa mi metti a tavola e ti sembra questo il modo di porti e non ti porre mai più in questo modo con me, le diede dodici coltellate nel culo e incendiò la casa in cui vivevano, e lei non ha potuto davvero per parecchio tempo sedersi a tavola né mai più ritornare a casa sua. Questo per dirvi che ci sta pensare… cioè che io potevo tranquillamente pensare, e che forse era proprio meglio così, che mio zio, nonostante non avesse mai dato segni di squilibro tendenziosi alla perversione sessuale, se lo fosse sbattuto a dovere davanti a una bambina di tredici anni. Eh, ci potrebbe pure stare, vorrei dire! Cioè che un chiaro comportamento di pedofilia, se già è accorpato a segni di malattia accertati, diciamo che nel caso di mio zio ci andava giusto, preciso, che quello già era pazzo assodato e si sapeva. Va bene che non me lo sarei mai aspettato e che mi faceva venire un po’ d’ansia e che sentivo anche un certo schifo e spavento salirmi in gola, però, come dire, mi dovevo stare; che poteva succedere qualsiasi cosa, che nonostante negli anni tante volte avevo provato a delinearmelo caratterialmente per come si comportava e che poche volte mi era uscito fuori dallo schema e mai in questa direzione e in questo modo, mo proprio mi era saltato troppo fuori, spaventosamente fuori e in un modo nuovo, e dovevo solo dirmi che poteva succedere e mi dovevo stare, e pazienza.

Comunque mio padre alla fine risponde a questa signora, alla mamma della bambina, dicendole che gli dispiaceva di questa cosa, che gli dispiaceva assai, ma che lei poteva e doveva capire meglio di lui, che quella la testa non aiuta; e dice così proprio sottolineando, quando dice La testa non aiuta, alzando le sopracciglia: Tu tieni i figli, capiscimi; e dice così siccome sia la bambina, la figlia che aveva subito la presunta molestia al balcone, sia l’altro figlio, il maschietto, che non usciva di casa da quando aveva sette anni, erano fondamentalmente riconosciuti, se anche solo in via ufficiosa, da tutto il quartiere come malati.

E quando mio padre sale e racconta a mia madre l’accaduto viene cazziato a dovere, pesante, perché mamma gli dice preciso preciso che non doveva in alcun modo rispondere quello che aveva risposto, che non doveva dirle che lei doveva capire perché aveva i figli lasciando intendere che i figli non stanno bene di testa, ed è chiaro e doveva essere chiaro anche a lui, a mio padre, che la madre non aveva mai ammesso a se stessa e agli altri del quartiere che i figli, i due figli, erano fondamentalmente malati, dissociati e che avevano bisogno di andare dal dottore; e che invece suo cognato, e cioè mio zio, era riconosciuto psicopatico praticamente e ufficialmente da chiunque e da sempre. E gli aggiunge pure, mia madre: Guarda come te lo dico, questa mo sale e dice che eri tu fuori al balcone, uguale, così come ha detto che… E cioè mia madre intendeva dire che mo la madre della bambina sarebbe salita e avrebbe accusato mio padre di aver praticamente fatto le porcheria con la figlia affacciato al balcone. E va proprio così, pari pari come aveva preavvisato, che dopo due minuti ci sta questa che grida a dovere nel palazzo e si fa le scale davvero velocemente e arrivata sul ballatoio del secondo piano sudata e affannata e appesa alla ringhiera invita mia madre a chiamare il marito mommò e a farlo uscire, e mio padre che era appena andato in bagno sente e esce fuori la porta di corsa e la vede, a questa, che aveva tipo la faccia che gli usciva dalla testa, gli occhi appesi e il muso tirato giù ai lati, e resta davvero sconvolto e le chiede Ma che… Ma neanche il tempo di finire la frase prende i primi due schiaffi in faccia e li prende insieme, nello stesso tempo, e mio padre sta per toccarsi il viso e dire qualcosa ma nel frattempo ne prende altri due che dopo ha la faccia che è rossa bollente e gonfia da fare una cosa nello stomaco. Che pena. E nel mentre il palazzo si fa pieno zeppo di gente che grida Ma che è successo. E la cosa triste è che a nessuno importa che è successo, perché alla gente alla fine importa solo quello, che è successo, che è successo almeno qualcosa, che ci sta da cavalcare, da parlare e da ricucire in un numero grosso di stronzate un briciolo di movimento. Come dire che se la madre della bambina fosse solo salita e basta, e detto quello che teneva da dire se ne fosse poi scesa quasi civilmente, allora il resto appresso sarebbe stato meno equivoco e sinistro e per niente stimolante. E ci sta, perché affacciarsi per vedere che è successo è significativo, che la curiosità è un verme che in non pochi casi ti cresce dentro appena c’è l’eccitazione del Cosa sta succedendo? e Speriamo stia succedendo proprio qui sotto che così si vede bene e Non vedo l’ora di affacciarmi per vedere un quadro totalmente sconvolto del quotidiano tedio a cui in quanto essere umano sono giornalmente sottoposto! Solo che in questo caso il verme stava nello stomaco delle decine di persone giù e che il fuoco della situazione che avrebbe dovuto stanarli o quel che sia era nella vergogna di mio padre e nel cazzo che aveva potenzialmente fatto fuori al balcone.

Per non tirarla per le lunghe alla fine la madre della bambina se ne scende così com’è salita mentre mio padre se ne resta completamente immobile e zitto, e se ne scende dicendo che mio padre doveva ringraziare che aveva i figli, e cioè noi, me e mia sorella, e che per questo non lo diceva al marito e all’altro figlio, sennò… E si sente il rumore del palazzo giù che sbatte a intermittenze fastidiose facendo la conta di quanti cristi erano entrati dentro per sapere non quello che era successo ma quello che non avrebbero potuto sapere.

E la situazione, appena questa va via, è come dire un attimo ingarbugliata. È inspiegabile. Nel senso che ci sono quei pensieri veloci che ti aprono un po’ il cranio a furia di sfregarlo e faresti allora meglio a aprirtelo con le mani o a testate nel muro.

Se c’entrava mio padre o meno o se questa aveva detto la cosa giusto per ripicca, per cattiveria e per diciamo vendicarsi dell’affronto che mio padre doveva evitare, o se mio zio s’era dato alla pazza gioia o se il pervertito era non mio zio, e quindi allora voleva almeno dire che mio padre s’era parato dietro a mio zio e aveva pensato di passarla franca e liscia mettendo un cronico malato davanti in grado dunque di fare qualsivoglia cosa e perché no anche sbatterselo o porcherie varie affacciato al balcone; in ogni caso, grave, la questione era inestricabile e inaffrontabile, la specie di sensazione di solo pensare che mio padre avesse realmente potuto fare una cosa simile fece fare a mamma gli occhi stanchi di quelli che cadono nelle borse del sonno. Fortuna che mia sorella parlò per dire, in privato a mamma, quando era passato un po’ di tempo e mio padre s’era messo chissà in quale punto della casa e a fare chissà cosa e con quali pensieri che gli giravano in testa, parlò per dire, mia sorella, a voce soffusa, che mio padre tutto una chiavica era, che ne aveva fatte e ne aveva fatte di veramente brutte e subdole, ma di certo non si poteva pensare che… E che non era punto e basta, fine della storia; e soprattutto che la figlia di quella, e cioè la presunta bambina che aveva dovuto vedere il brutto film affacciata al balcone e che aveva raccontato poi il fatto alla madre, non stava bene, ma serio però, da ricovero.

Quando lo seppi io, della vicenda e il resto appresso, non me ne capacitavo; cioè la vedevo molto come quelle cose che possono succedere solo quando tu non ci stai, perché era proprio assai assai fuori dall’ordinario, una cosa da film che prova a raccontare le vicende di quartiere e ci riesce male e poco, che si attiene a uno stereotipo fisso di dicerie che si porta avanti da sempre.

Solo una cosa chiesi quando mia sorella me lo raccontò, le chiesi che ore erano, quali erano le ore in cui tecnicamente era dovuto succedere il fatto e se nostro padre era effettivamente fuori al balcone in quelle ore. Lei rispose che grosso modo stava fuori al balcone in quelle ore, ma lo disse molto così, giusto per. Mah, non sapevo che pensare, solo mi ricordavo che sporadicamente prendevo in mano il telefono di mio padre e sempre vedevo che a imparare a usarlo proprio non voleva saperne. A pensare che il telefono rappresentava la traccia più minima e schifosa dell’essere umano proprio non voleva capirlo. Niente. Questo per dire che sempre gli trovavo sopra delle ricerche poco decorose e figuriamoci se mi scandalizzavo, no, sticazzi, solo pensavo che mai doveva succedere che un cristo santo prendesse in mano il suo telefono per fare una cristo di cosa, che altrimenti avrebbe visto di male in peggio la schiera infinita di ricerche spinte e da incapace che teneva lì a bella vista.

Quando lo seppi mi pare erano passati un paio di giorni, che ero appena tornato da un viaggio bello lungo, tipo trenta ore di flixbus perché avevo perso l’aereo per il ritorno. E io con mio padre di questa cosa del balcone non ne ho mai parlato, solo, ricordo, presi il suo telefono e in un momento provai a vedere in quelle ore, quelle che m’aveva riportato mia sorella, tramite cronologia, cos’è che stava facendo. E trovai davvero un elenco di siti porno abominevole. E quando chiamai mia sorella per farmi ripetere le ore in cui lui era forse stato fuori al balcone, le chiesi pure se ci stava con la sedia a sdraio e lei mi rispose di sì.

Mo, che sia chiaro, io posso pure dire che la figlia di questa di fronte non sta bene e che in pratica s’è potuta impressionare e che ha voluto raccontare a caso ciò che non ha visto chissà per quale cazzo di motivo, ma se per un attimo penso che mio padre s’è messo a vedere i filmini affacciato al balcone e sulla sedia a sdraio e la madonna santa, mi viene un attimo un capovolgimento che non ci sto più dentro al corpo. Al mio corpo. Che sennò devo pensare a cose come: mio padre se l’è toccato anche solo una volta e la figlia l’ha visto; mio padre non se l’è toccato ma la figlia ha intravisto da lontano, perché magari mio padre senza volere ha girato il display verso di lei, che sullo schermo girava un filmino porno o comunque di nudo; mio padre se l’è sbattuto a dovere e lei l’ha visto; mio padre perché cazzo avrebbe dovuto fare una cosa simile fuori a un balcone? D’accordo che la nostra casa non è una reggia, ma fuori al balcone ce l’hai così stronzo il cervello o solo, a questo punto, ridotto male e malato e pervertito. In ogni caso a qualsiasi cosa pensi c’è sempre una possibilità, piccolissima, che la bambina è stata esposta a qualcosa di non confacente alla sua età, e io voglio solo sapere perché mio padre mi sta esponendo a una simile circostanza di pensiero e sfiducia e totale angoscia, e come dovrei fare a invertire o comunque gestire la questione, e cioè qual è il motivo e il momento che dovrei trovare per essere completamente d’accordo con ciò che dice mia sorella, considerato che per me l’ha detto, mia sorella, solo per dire che se pensiamo che nostro padre fa lo sporco con una bambina stiamo bene che dobbiamo chiuderci in una clinica tutti quanti insieme e abbracciati. Perché ci sta, come dire, stare con uno in casa che già non fa davvero niente di buono e saperlo; fino a che uno sa le cose sbagliate che fa un cristo diciamo che è agevolato, che si sente in una zona disfunzionale di comfort, e che nonostante lo tiene, al cristo, contato sempre in errore, nello stesso tempo ne riconosce il numero e il tipo, e quindi va benissimo così, si procede; però saperlo in un nuovo errore che lo definisce praticamente daccapo è abbastanza estenuante, per dire che a farsi il giro per intero, daccapo, quando già la camminata è quella che è, ti si attaccano le punte; un miracolo all’incontrario che ti entra dal culo e ti si ficca in testa per metterci dentro un’ansia e una confusione che si gonfiano a mongolfiera, aprendo un nuovissimo capitolo fuori programma.

E io poi penso pure che uno la famiglia non se la sceglie, ma che uno sceglie di convincersi di una cosa e non di un’altra però sì, sicuro sicurissimo che lo penso, perché quello se lo sceglie, il convincimento, sì, se lo sceglie eccome, e spero solo che quando uno si convince che il proprio padre non se l’è sbattuto fuori al balcone o non s’è messo a fare chissà quale cazzo di porcheria, eh, spero solo, che semmai si stesse sbagliando e il padre invece l’avesse fatte buone e meglio quelle porcherie, eh, spero che almeno dopo i due buffettoni che ha ricevuto e l’infinita vergogna che ha potuto provare al solo pensiero che qualcuno dentro o fuori dalla sua famiglia solo per un attimo abbia potuto pensare che è davvero una cosa orrenda e che fa davvero schifo come essere umano… Spero solo che al padre allora non capiti mai più nemmeno di pensare a cose simili; che è capitato ma che non capiterà più; che è tipo come quando da bambino ti fanno il cazziatone perché hai fatto lo sporcaccione con chissà chi e dopo quel cazziatone esagerato rischi davvero di essere un represso a vita e magari vieni su pure con qualche problema che ha a che fare col fatto che il tuo cazzo è già di per sé una cosa non del tutto confacente e moralmente in linea con l’essere una buonissima persona, di valore e di rispetto; e soprattutto spero solo con tutto il cuore, arrivati a questo punto, che il padre non sia mai il vostro, mai.

E tornando alla questione dello psicopatico, della casa incendiata e alle coltellate ricevute dalla sorella del mio presidente, non so, mi viene molto da pensare… Cioè, sono anche d’accordo sul fatto che la difficoltà è tenere a bada o gestite le persone nella propria testa, per diciamo riuscire a vivere con un briciolo di serenità e il resto appresso, e che se questo fondamento più o meno fiduciario viene meno non si vive tranquilli. Va bene, sicuro, sono d’accordo, ma perché? Perché si spacca la serenità? Ci sta una specie di paura che t’accompagna, che m’accompagna, che mi fa pensare e credere fermamente che la realtà la fa la mia testa e che la mia testa in povera immaginazione, in questo momento, cioè, da questo momento in poi, da dopo l’accaduto di mio padre in poi, mi fa un gioco come quello di farmi vedere mio padre nelle vesti di… E il punto non è se mio padre è o non è una specie di maniaco, ma tutto ciò che c’è prima, tutto ciò che precede la prova schiacciante che mio padre lo è, e cioè tutto il rimuginarci sopra che io posso sostenere prima che di nuovo si verificherà il salto fuori dallo schema delle possibilità che ci avevo dato e in cui l’avevo centrato; il punto sta là, che sarebbe a dire nell’intero blocco di non-realtà che io posso ricreare, ammassandolo a container di potenziali pensieri, per paura, per trauma subito, sforzandomi a vuoto a prescindere da se ci azzeccherò o meno, da se mio padre farà o no… È solo questo che penso possa scaricarmi la serenità nel cesso, rovinarmela irreversibilmente, solo questo e credo niente più.

1 Reply to “Il fatto di mio padre“

  1. Congratulazioni Ale ! Che sia solo l’inizio di un lungo cammino , in bocca al lupo , ti voglio bene .

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