Sabbiato di provincia

L’autunno era la sua stagione preferita perché lui sapeva di essere un po’ più lento degli altri a capire le cose e in autunno tutto era più lento, quindi andava bene come stagione, andava bene essere lenti in autunno, si poteva fare.

Suo padre diceva che andava bene prendere le cose con calma anche in inverno e in estate e in primavera. Suo padre non diceva mai “essere lenti”, diceva sempre “prendere le cose con calma”.

Suo padre diceva tante cose e lui se le appuntava su un piccolo quaderno che si portava sempre in giro. Se le segnava perché le cose che diceva suo padre erano cose giuste – come potevano essere altrimenti? – e a lui piaceva sapere cose giuste e gli piaceva anche dirle le cose giuste. Alcuni pomeriggi si annoiava perché dove abitavano loro non c’era molto da fare, allora andava giù in paese a dire delle cose giuste.

Il proprietario dell’unico bar che si affacciava sulla piazza di S.F. si chiamava Alberto, ma tutta la gente del luogo lo chiamava Albert. Il bar di Albert si chiamava Al Berto, ma lui lo chiamava Al Bert, lo faceva però solo con suo padre perché era particolarmente fiero di avere trovato quel soprannome e non voleva che gli altri glielo rubassero. Diceva «Pa, vado all’Al Bert», e ridacchiava. A volte andava all’Al Bert senza dirlo al padre, ma ridacchiava lo stesso prima di uscire: era proprio una bella trovata quel nomignolo. Albert gli permetteva di prendere un bicchiere di aranciata e non chiedeva mai di essere pagato mentre agli altri chiedeva sempre di essere pagato. Lui ringraziava, prendeva un sorso dell’aranciata e tirava fuori il quaderno per dire una cosa giusta. A volte diceva «d’inverno bisogna sempre lasciare delle braci vive nella stufa», a volte diceva «Gauli è uno stronzo che ci deve ancora pagare», a volte diceva «Domenica bisogna andare a messa e bisogna vestirsi bene». Non ne leggeva mai più di tre o quattro, non voleva mica esagerare. Non finiva mai la sua aranciata, che infatti avanzava sempre dopo un paio di sorsi, perché a lui, l’aranciata che gli dava Albert, non piaceva poi così tanto. Albert gli dava sempre l’aranciata San Pellegrino amara e non sempre lui riusciva a stendere un braccio lungo il bancone ed afferrare una bustina di zucchero e poi ritrarre velocemente la mano, di scatto, senza farsi vedere mentre strappava l’angolo della bustina e la rovesciava dentro l’aranciata che finalmente diventava, deo gratias!, dolce. A lui piaceva l’aranciata San Pellegrino ma quella normale, o al massimo la Fanta. La scelta migliore, lo sapeva anche lui, sarebbe stato chiedere qualcosa di diverso dall’aranciata, ma lui non se la sentiva perché aveva paura che se avesse chiesto qualcosa di diverso Albert gli avrebbero chiesto in cambio dei soldi e lui non aveva i soldi perché il padre diceva che i soldi rendono le persone vili. Lo aveva anche segnato nel quaderno delle cose giuste.

La strada che dal paese di S.F. riportava alla contrada di V. in cui abitavano era lunga solo due curve, un pezzo diritto e poi bisognava girare a sinistra dove c’era il cartello rosso con la barra bianca, quindi non era molto difficile e lui se la ricordava sempre e non sbagliava mai. Con le altre strade sbagliava spesso: a C., ad esempio, non ci sapeva mica arrivare da solo. Per tornare a casa da S.F., invece, se la ricordava sempre, e dato che bisognava attraversare la strada solo una volta, il padre gli permetteva di andare da solo, anche senza dirglielo, che tanto lassù dove stavano loro non c’era molta gente in giro. «Ci sono più alberi che cristiani», diceva suo padre. L’unica regola che aveva era rientrare prima del buio, e lui rispettava sempre quella regola. In verità c’erano anche altre regole da rispettare ma lui non se le ricordava mica tutte. Aveva provato una volta a mandarsele tutte a memoria ma poi si era distratto che in televisione su 7 Gold trasmettevano Lamù la ragazza dello spazio e lui si era messo a guardare quel cartone con una ragazza in costume leopardato e le cornina piantate in testa che svolazzava per la città, e l’aveva trovata proprio bella, e l’aveva detto a suo padre.

Suo padre aveva risposto: «Beh, le donne sono proprio una bellezza». Lui se lo era scritto sul suo quaderno delle cose giuste.

***

Lui si chiamava Edoardo, alcuni in paese lo chiamavano Ritardo. Gli piaceva il suo nome per esteso, Edoardo, gli piaceva scriverlo per esteso ma per esteso non riusciva bene a pronunciarlo perché il nesso liquido-dentale sulla fine del suo nome era bello tosto, bisognava fermarsi o se si stava armeggiando con qualcosa bisognava mettere giù tutto e concentrarsi un po’, quella erre sul finale gli faceva arrotolare tutta la lingua in gola e poi avrebbe dovuto farla sbattere contro l’arcata dei denti tipo frusta, ma lui non ci riusciva sempre e allora si presentava solo come Edo che così bisognava solo aprire la bocca ma non troppo e poi chiuderla veloce.

Da qualche giorno aveva imparato la parola mavalà e gli piaceva proprio tanto perché gli ricordava il latte che suo padre lavorava nelle malghe, o meglio, la parola mavalà era per lui come la somma delle parole malga e latte, e poi quell’accento finale sulla “a” gli faceva picchiare la lingua sul palato e lui si divertiva ad accompagnare questo schiocco sollevando veloce il capo, chiudendo gli occhi e puntando l’interlocutore con la punta del suo naso. Gli sembrava il modo corretto di pronunciare quella parola che se avesse dovuto scriverla l’avrebbe disegnata tutta inarcata, come la schiena di un gatto che si stiracchia, l’avrebbe disegnata con il “ma” che punta verso l’alto, poi il “val” che scivola giù di nuovo come se scendesse a valle, e poi la parola si sarebbe impennata tutta sul finale accentato. Allora, anche quando la diceva, cercava di impennare la propria testa. La usava di continuo. Il padre gli diceva che un uomo deve sempre rifare il letto prima di colazione. Lui rispondeva mavalà e sollevava il capo. Il padre gli diceva di smetterla di uscire a giocare con il fucile, che il fucile non è un giocattolo ma uno strumento da grandi. Lui rispondeva mavalà. Il padre insisteva e alzava la voce, lo scuoteva e gli diceva delle cose ma lui non le capiva perché le mani che gli stringevano le spalle stringevano troppo forte e lui sentiva del sudore che gli colava un po’ dalle ascelle. Allora rispondeva mavalà e aggiungeva anche un secondo mavalà per essere sicuro di essere capito. Gli sembrava una situazione che richiedeva due mavalà. Non andava più a scuola perché era troppo grande ormai ma non grande abbastanza da usare il fucile e andare in giro di notte quindi non capiva cosa volesse dire essere grande. Quando Albert gli chiedeva se si fosse trovato una ragazza ora che è grandicello lui rispondeva mavalà. Quando l’Achille gli chiedeva se preferisse le tette o il culo lui rispondeva mavalà, quando l’Achille gli chiedeva se preferiva le more o le bionde lui rispondeva Lamù.

Questa nuova parola l’aveva imparata “lunadì” che è il giorno più bello della settimana dopo il “sabbiato”, perché il “lunadì” gli ricordava la luna ma il “sabbiato” gli ricordava la sabbia e il mare. Lui sapeva che si dice sabato e lunedì ma lo divertiva dire “sabbiato” e “lunadì”. Quando qualcuno lo correggeva ricordandogli che si dice sabato e lunedì, lui rispondeva mavalà. Era proprio una parola utile.

***

L’Achille era l’unico amico del padre che inforcava due volte alla settimana la strada che portava alla contrada di V. per venirli a trovare. Di solito parlava della stronza che se ne è andata. La stronza che se ne è andata aveva una sezione tutta sua sul quaderno delle cose giuste perché l’Achille e suo padre dicevano un sacco di cose su di lei anche se non sempre lui le capiva tutte. All’inizio chiedeva cosa volessero dire ma poi veniva sgridato perché queste erano cose che non si dovevano ripetere, quindi aveva iniziato solo ad appuntarsele, ma non le leggeva mai, a nessuno, perché erano cose che non si potevano ripetere. La stronza che se ne è andata era, a seconda dei giorni, troia puttana figlia di puttana gran puttana amore della mia vita una succhiacazzi il mio unico rimpianto il mio errore e tante altre cose.

Di solito l’Achille veniva il martedì che è il giorno in cui Edoardo e suo padre mangiavano la pizza anche se all’Achille la pizza non gli piaceva, e poi veniva il sabbiato, di solito verso le quattro, quando il padre di Edoardo tornava dal lavoro. A volte l’Achille veniva anche prima delle quattro, quando il padre di Edoardo ancora lavorava, e si metteva sulla poltrona, in sala, ad aspettarlo. Edoardo gli preparava un caffè e l’Achille alternava i sorsi di caffè ai tiri di sigaretta. Quel sabbiato era andata proprio così: l’Achille era venuto alle due di pomeriggio. Appena Edoardo sentì il rumore del furgone dell’Achille, accese la moka che aveva già preparato.

Quando l’Achille fece il suo ingresso in casa disse «ciao» ed Edoardo rispose «era proprio una gran mignotta». Si sentiva grande abbastanza da potere dire ad alta voce tutte le scritte del suo quaderno delle cose giuste. L’Achille rise e gli disse di non ripetere più quella frase, prima che gli scappasse davanti a suo padre. Gli argomenti dei grandi andavano lasciati ai grandi. Edoardo si sentì offeso perché proprio non riusciva a capire cosa volesse dire essere grandi, allora uscì di casa senza neanche rispondergli mavalà. L’Achille rimase solo, ma poi Edoardo tornò indietro perché sicuro l’Achille non avrà mai aperto la finestra e suo padre si lamentava sempre quando c’è l’aria viziata. «L’aria viziata toglie ossigeno al cervello», lui lo aveva anche appuntato sul suo quaderno delle cose giuste.

Edoardo comparve sull’uscio di casa con il fucile in mano e lo appoggiò sul davanzale per potere aprire le finestre. L’Achille gli chiese se fosse scarico, lui rispose mavalà, l’Achille fece spallucce e si accese un’altra sigaretta, dicendogli di rimetterlo a posto, Edoardo fece a sua volta spallucce, dicendo mavalà, l’Achille allora gli disse di non giocare in casa con il fucile, Edoardo allora gli rispose che il fucile non è un giocattolo. Poi uscì. Soppesò il fucile e si chiese se fosse scarico o meno. Sapeva che non si guarda mai dentro la canna del fucile, non era mica un bambino. Lo puntò dritto davanti a sé.

***

Con tutta questa storia Anna non c’entrava mica, oppure sì. C’entrava nella misura in cui si è ritrovata sulla strada che porta da C. a S.F., ma ugualmente si potrebbe dire che questo non è un vero e proprio c’entrare perché avrebbe potuto fare un’altra strada e non ritrovarsi in quel punto specifico oppure avrebbe potuto aspettare cinque minuti prima di uscire e ritrovarsi in quel punto specifico con qualche minuto di ritardo. Non che avesse un appuntamento in quel punto specifico, ci passava e basta, oppure sì, oppure ce l’aveva un appuntamento in quel punto specifico, chissà. Sono tanti gli avrebbe potuto. Gli avrebbe voluto invece è solo uno: avrebbe voluto andare in bagno, e a questo avrebbe voluto si aggiunge anche un avrebbe dovuto perché sì, avrebbe dovuto andare in bagno che mica sta bene morire trattenendo la pipì, non è manco una bella parola da scrivere, “pipì”.

Riassumendo: Anna è morta assieme a un sacco di avrebbe potuto ma con un solo avrebbe voluto che per di più condivide il posto con un avrebbe dovuto. La morte è stata abbastanza frenetica per cui non ha avuto il tempo di gridare frasi tragiche oppure disperarsi oppure richiamare alla memoria ricordi con i quali morire oppure vedere davanti a sé tutta la propria vita in un flash. Semplicemente la pallottola l’ha presa sulla tempia destra mangiandole metà della testa, giusto il tempo di fare due pensieri e si era ritrovata sul prato. I due pensieri sono stati: “tutto qui?” (primo pensiero) e “avrei voluto fare la pipì” (secondo pensiero).

Anna era invischiata nella vita nel momento in cui quella pallottola dalla vita l’ha cacciata, senza manco chiedere. Aveva addosso quel bel chiodo – ma non nero, che nero lo portano tutti – che aveva preso da Conbipel, nel grande centro commerciale a V., aveva anche dovuto implorare sua madre per farsi portare in quel centro commerciale perché a tredici anni non si sa cos’altro fare la domenica pomeriggio. Ora di anni ne aveva ventiquattro e ne avrebbe potuti avere anche venticinque e poi ventisei, ma almeno, grazie al cielo, in questo giorno specifico dei suoi ventiquattro aveva indossato quella giacca che per fortuna era la sua preferita e che per fortuna non si era logorata con gli anni – la madre, giorni dopo, ancora sommersa dal dolore, riuscì la madre, cosa che non capitava da giorni, a tenere quel dolore, che aveva una consistenza fisica, ovoidale, come se avesse ingoiato qualcosa di estremamente grosso e inopportuno e si fosse piantato nella bocca onnivora dello stomaco, questo dolore riuscì a tenerselo nello stomaco senza farlo risalire in gola con quel suo sapore acido per poi vomitarlo; quindi, forte di questa ritrovata mobilità corporea, si fiondò dal prete di S.F. che era stato un suo compagno di banco nei tempi del liceo che avevano fatto a V.V. prendendo tutte le mattine il pullman insieme, alle sei e mezzo, dato che le corse erano solamente due, una la mattina, alle sei e mezzo appunto, per andare, e una per tornare, alle quattordici spaccate, e con anni di pullman e anni sui banchi erano diventati veramente amici, si fiondò dunque la madre dal suo amico prete perché era suo amico e aveva bisogno della compagnia di un amico e si fiondò dal suo amico prete perché voleva confessarsi, e nello specifico confessò i primi due pensieri che le esplosero involontariamente nella testa quando vide la figlia con mezza testa spappolata, il primo pensiero era stato “una giacchetta così bella e ora sporca di piscio e sangue, che peccato” e il secondo riguardava la correttezza o meno di indossare ancora quella giacca se fosse riuscita a lavarla, sapeva ovviamente che i pensieri sono involontari. Oppure no, oppure non lo sono.

L’ultima cosa che Anna aveva fatto nella sua vita era stata aggiornare la sua presentazione su Tinder. Si era accorta con sua grande vergogna che la frase che aveva era, in effetti, un cliché, e attribuiva il suo scarso successo social a quel cliché, perché magari la gente che leggeva “uno pensa solo di essere incompleto e invece è soltanto giovane. V.V., 24” forse pensava che anche lei sarebbe stata un cliché. Aveva deciso allora di cambiare la frase in “per scopare cerco fascisti, cerco antifascisti per parlare” ritenendo questa frase a chiasmo una bella presentazione ironica e arguta, l’esatto contrario di un cliché. Ed ecco che una bella testa fasciata da lunghi capelli tutti arricciati, appena raccolti in una coda perché pesano troppo e fanno venire mal di testa, si ritrova ad aggiornare la propria bio su Tinder, mentre cammina svelta per raggiungere un bagno il prima possibile e mentre ridacchia figurandosi la buffa situazione di un coito con un fascista al quale vengono attribuite delle prerogative animalesche, seguito da una conversazione a un tavolino riguardo David Foster Wallace con un antifascista che chissà perché ce lo si immagina, per contrasto con il fascista, più frocetto, poi all’improvviso qualcosa bussa alla scatola cranica, si pensa “tutto qui?” poi si pensa “avrei voluto fare la pipì” e poi questi pensieri vengono proiettati all’esterno assieme al sangue, a ossa di scatola cranica, a capelli ondulati intrisi di sangue e di parti di cervello.

***

Lo sparo rimbombò in mezzo ai boschi e sorprese l’Achille mentre stava avvicinando la tazzina alle sue labbra. Uscì di corsa fuori, con la camicia che aveva indossato pulita ora macchiata di caffè. Trovò Edoardo in piedi, con la faccia rivolta verso la strada, il fucile ai suoi piedi.

L’Achille urlò «Cristo santo, non avrai mica sparato?!», Edoardo rispose, ma sottovoce e senza voltarsi, «Mavalà mavalà mavalà».

Era questa una situazione che gli sembrava richiedere tre mavalà.

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