Il Nuovo Ramses

1.

Lo scarabeo danza nell’orbita oculare, lo scorpione scivola sul petto. Sciami di acari, minuscoli dèi, digeriscono infinitesimali brandelli di questo involucro eterno.

Riposo sotto tonnellate di buio, avvolto in lino fossile e cunicoli scavati a suon di frustate e vite spezzate. Niente mi turba, proprio come quando ancora vivevo; niente mi commuove né mai l’ha fatto. Ho plasmato il mondo attraverso il mio sangue e il mio seme, con essi ho corrotto l’animale che narra e per generazioni ho atteso di vedere il risultato. Sono rimasto deluso. Allora mi sono costretto a un sonno prossimo alla morte, confinato per secoli in queste camere mortuarie.

Sono settimane, forse mesi, che odo tonfi distanti, ritmici: becchi metallici mangiano i coaguli di roccia, aprono una strada che altri hanno chiuso. La storia dell’uomo è un continuo disfare il lavoro degli altri. I sigilli, le maledizioni e gli incantesimi altro non sono che favole per soggiogare i cuori: basta un colpo di spugna per cancellarli. In questo caso, duecento grammi di dinamite. Piacevole solletico.

Luce. Percola dalle fessure dalla pietra. Il primo fotone che mi raggiunge dopo duemila anni pare avvicinarsi con timidezza, attende i compagni prima di concedersi ai miei resti. Luce: non posso vederla come uomo la percepisce, eppure so che c’è. Come so della presenza di Sir Thomas Wimbledon alla guida di una coraggiosa spedizione composta da dieci uomini fedeli a Sua Maestà d’Inghilterra, due negrieri egiziani al loro soldo e una trentina di poveracci che hanno buttato il sangue per presentarsi al mio cospetto. Sir Wimbledon è l’eroe che riporterà in superficie le spoglie dal più grande Faraone di tutti i tempi. Non sa che sono molto più di un re, non sa che ho costretto gli dèi a scendere a patti. Non sa di essere mio discendente e che nelle sue vene scorre la mia volontà.

Il mio Sah può espandersi oltre questa collezione di ossa e tessuti rinsecchiti, è un po’ intorpidito ma recupera in fretta energia vitale. Si nutre dei sudori freddi e dei peli rizzati su braccia e nuche dei miei ospiti mortali. Tutte le lampade a olio si estinguono all’unisono e un uomo collassa senza che sia dato sapere se per colpa dello spavento o della disidratazione. Sir Wimbledon si complimenta con i compagni. Sarà l’unico a sopravvivere di tutta la spedizione. Muore dalla voglia di aprire il sarcofago, ma il buio della camera lo turba: ordina che sia portato fuori.
Posso contare ogni singolo granello di questo deserto bollente e darvi un nome, una parola per ciascuno. Una manciata di sabbia: una storia.

Vengo da un tempo in cui la scrittura era una dottrina di simboli elaborati e cerimoniosi, custodita da caste di pochissimi eletti; una catena di rappresentazioni che all’uomo comune era proibito imparare e utilizzare. La fisicità del geroglifico era il cifrario del potere. Percepisco sir Thomas – qui di fianco al mio guscio depositato nella sua tenda – vergare su una pergamena sgorbi d’inchiostro. Li riconosco solo perché il senso mi appartiene per diritto, così come i pensieri di chi scrive: Deir el Bahari, Egypt, 1834. In questo tempo la scrittura è tutta un’altra cosa.

Giacevo al centro di una camera spogliata dai tombaroli nel corso dei secoli – uomini che hanno conosciuto il brivido della ricchezza assieme a quello di una morte prematura – e non è stata rinvenuta alcuna indicazione riguardo alla mia provenienza e alla mia identità. Come avevo predisposto. Al British Museum si dibatte per mesi sui miei resti; boriosi egittologi, antropologi, storici, biologi, geografi, perfino poeti che millantano prove e barattano teorie sul valore della scoperta di Thomas Wimbledon, il quale invece non ha dubbi: hanno davanti ai loro occhi i resti di Usermaatra Setepenra Ramessu Meriamon, ovvero l’Ozymandias tramandato dalle testimonianze greche. L’unico, il vero Ramses il Grande. Nessuno, per motivi politici, scientifici o personali, sarà disposto a concedere a sir Wimbledon questa soddisfazione; egli rimetterà insieme una squadra di uomini, due anni dopo, con l’intento di tornare in Egitto a cercare le prove e il riconoscimento negato: perirà tra i flutti durante una traversata nefasta e verrà perso tra le pagine della storia. Lascerà due figli illegittimi a Il Cairo, con due madri diverse, e in corpo un millesimo del mio sangue ciascuno.

Nel 1889, sarà rinvenuta una mummia con indosso il mio cartiglio, e la già misera memoria che il mondo aveva della scoperta di Wimbledon verrà cancellata del tutto. Quel falso Ramses II avrà una sua storia, tra Il Cairo e Parigi, che non mi riguarda. La mia mummia, invece, non sarà mai esposta nella parte aperta al pubblico del British Museum perché i resti sono parziali, senza nome e di ben poco interesse. La falsificazione del mio cadavere era stata opera del fedele sacerdote Herihor – l’unico al corrente del fatto che quella non fosse la mia prima morte nel corso dei millenni. Egli componeva canti di lutto sulle rive del Nilo e fu il solo essere umano in grado di farmi sentire in difetto nel non poter provare emozioni.

2.

Se la storia è circolare, è perché si tratta di un mio sogno ricorrente. Vedo le società evolvere e crollare, il progresso armare erezioni e sedurre le menti, le religioni ruminare gli stessi precetti e vomitarli nei cuori squarciati dei disperati; vedo le guerre gonfiarsi come onde, passare e ritornare ad abbattersi sulle fondamenta dell’umanità fino a rischiare di eroderle per sempre. Vedo tutto, da sempre, e continuo a vedere tutto anche se trascorro decenni in questo magazzino in cui l’odore di stantio si stratifica quasi a ricalcare le età dei manufatti raccolti – il retrogusto post-mortem delle umane miserie. Sopravvissuti ai creatori, hanno perso lo scopo e sono tornati a essere un nulla non pensato, non percepito, culle svuotate dai processi cognitivi che le avevano abitate; finché altri uomini hanno dato loro un fine, un nuovo significato. Per poi dimenticarli ancora e ancora. È il 1922.

C’è una donna, Delilah Irons, fa la guida per i visitatori del museo; finito il lavoro, sguscia sul retro e raggiunge il magazzino dove vengono ammassati e archiviati gli oggetti di proprietà della fondazione che non trovano posto nelle sale. Ogni volta che Delilah entra qui, le pare di sentire il peso di tutti gli spazi in cui l’uomo non tornerà mai più a mettere piede: case abbandonate, terre sommerse, cigli di strade lungo il deserto, camere mortuarie dai soffitti crollati. Si fa commuovere e invadere da una sensazione d’impotenza nei confronti del tempo. La percepisco dal mio sarcofago, in cui resto sigillato, che a sua volta è protetto da una teca di plexiglass. Non è al corrente delle ricerche di sir Wimbledon, né dell’inganno di Herihor, eppure sa esattamente chi sono: lo avverte sotto la pelle, come una tensione intraducibile, come un prurito profondo. Entra e oltrepassa la protezione, si sdraia sulla pietra tiepida, imita la mia posa calcificata con le mani incrociate sul seno. Inala la polvere. Apparentemente ha una vita normale, un figlio, un marito, degli amici, ma se perdesse una di queste cose non soffrirebbe così come se le portassero via questi istanti con me. Le parlo, durante questi incontri – parole che durano settimane e mesi e le si sedimentano nel petto, suono dopo suono – le insegno la mia lingua, no, non la lingua dei faraoni, ma quella che venne prima ancora delle sue antecedenti. Se le chiedessi il sangue me lo offrirebbe, se le chiedessi il corpo non opporrebbe resistenze. Ma in questa forma non sono altro che una volontà sussurrata, un suggerimento che gonfia il cuore, magnetismo ventrale. Le chiedo di prestarmi la sua mano e la sua penna. Scrivo, attraverso di lei, dieci, venti, cento, infinite storie. Delilah digrigna i denti per i crampi, strizza lacrime di dolore, ma continua a scrivere. Scrive le mie storie, le mie infinite vite, lo fa di notte per due giorni a settimana ed esce dalla trance solo alle prime luci dell’alba. Per la stanchezza perde il lavoro, ma non le importa: ha fatto una copia della chiave per entrare nell’area di stoccaggio del museo. Così le notti scrive e di giorno consuma tutti i risparmi per spedire le sue pagine a magazine, giornali, università, case editrici britanniche e statunitensi.

Delilah diventa un best seller, abbandona la famiglia, comincia a ingrassare, brucia la casa, parte per un tour mondiale alimentato da anfetamine e valeriana. Un inserviente del Plaza Hotel di New York rinviene una lettera sul letto king size della camera al diciottesimo piano prenotata a nome di lei: la donna vi rivela la fonte del suo genio, la mummia di Ramses il Grande, e descrive il peso mortale che l’entità le ha trasmesso, l’angoscia derivante dall’impossibilità di fissare su carta una fine, che poi è l’origine di tutte le storie – forse, scrive, una barriera fisica separa la nostra realtà dalla pura ispirazione, forse è la scrittura stessa a essere inadeguata. Non ho avuto tempo di dirle che si tratta senz’altro della seconda e che l’ispirazione è solo un miraggio, per quel poco che ce n’è, inconsistente e ingovernabile. Quando il dipendente dell’hotel legge la firma in calce, Delilah Roberts non ha ancora raggiunto l’asfalto della Grand Army Plaza. Faccio tutto il possibile per scioglierle i muscoli e allentare i lacci del suo corpo mortale, prima dell’impatto. Non credo sia stata ammessa all’aldilà, così conciata.

Nel corso dei decenni successivi trovo un altro paio di scrittori – scribi – di cui servirmi, entrambi hanno un destino simile a quello di Delilah, ma non altrettanto interessante.

3.

Mi sono perso cose importanti, riguardo le Grandi Guerre e a causa di esse. Avrei potuto essere uno degli attori di questi massacri scientificizzati, avrei potuto fare in modo di essere al posto di uno qualsiasi dei comandanti militari e capi di stato, e vincere la guerra sprecando molte meno vite. Ma non ne avevo interesse. Ciò che richiama la mia attenzione sono le voci che si alzano una volta gettate le armi e posate le polveri: hanno necessità di raccontare quanto vissuto. Nelle loro parole già vedo i fatti trasfigurare in altro – carburante per la sanificazione – la loro veridicità non è più fondamentale.
Attraverso l’Europa in un treno merci: un puzzolente corteo funebre di metallo e fumi di scarico. Dopo il sacrificio di milioni di vite ci si aspetterebbe che le parole siano più grevi, le storie più profonde, i silenzi più vitali. E invece nulla di tutto ciò. Ho capito che sono necessarie per questo animale, le storie: relativizzano e rassicurano. Ridefiniscono. Ho capito che, per quante ne abbia sentite e narrate io stesso attraverso loro, non ve n’è una sola che mi interessi davvero. Ciò che cerco è quel qualcosa che sta dietro alle storie: non l’origine del significato, ma la causa della sua necessità. Ho capito che sarebbero serviti molto tempo, molte storie, per arrivarci. Il primo non mi manca, per le seconde dovrò affidarmi al mio piccolo esperimento fuori controllo.

Sono precisamente trentasei anni, tre mesi, dodici giorni e sei ore che nessuno apre più il mio sarcofago di pietra. Adesso il coperchio viene tolto con grande cura, posato al mio fianco, in piedi come una lapide, e io resto esposto per i visitatori della Galleria del Nuovo Regno presso il Museo Egizio di Torino. È un peccato che dei mortali debbano vedermi in questo stato. Se solo potessero conoscere lo splendore della mia vera forma, cadrebbero in ginocchio ai miei piedi e mi offrirebbero in sacrificio i loro figli. Come potrei far capire che i miei, di figli, sono tra loro, che sono stati i loro padri e le loro madri, i loro nonni e i loro avi, come potrei spiegare loro che ho una completa contezza di questo mondo proprio perché il mio sangue scorre sottotraccia in quello dell’umanità? Proprio come sir Wimbledon, sarà uno di questi miei discendenti inconsapevoli a riconoscermi. Succede da sempre, riaccade nel 1972.

Ma prima, c’è un gatto che dorme all’interno del Museo Egizio, un bel gattone rossiccio con aspetto da randagio – in realtà di proprietà di una signora che già sente il richiamo di Anubi e che fatica a badare a sé stessa, figuriamoci ai suoi sedici animali. Il felino entra nelle sale per ripararsi dalle fredde sere della città. Ha trovato un’intercapedine negli scantinati dell’edificio attraverso la quale può scendere a livello delle fondamenta e delle fogne: il suo terreno di caccia. Bracco e afferro roditori attraverso il suo corpo agile, il brivido dell’assassinio senza implicazioni morali. C’è un intero mondo privo di senso in questo sotterraneo, un distillato della natura tutta. Un mondo nel quale potrei rifugiarmi e tornare immobile a ospitare scarabei, scorpioni e funghi sulla mia carcassa e nel mio cervello diffuso.

La tortura del primo uomo è stata anche la mia tortura: nel suo bisogno di espressione e conoscenza ho trovato il baratro da cui non sarei mai uscito. Capii che avrei dovuto accumulare vite e un infinito sapere per arrivare al fondo. Ma a volte pare che un fondo non vi sia e che sarei stato molto meglio nel nucleo della terra a osservare l’ingranaggio perfetto della materia che si disfa e ricombina. Dove ci sono meccaniche precise non c’è bisogno di significato. Diciamo Amen.

I visitatori del Museo cominciano a notare la serie di prede senza vita accasciate fuori dalla teca in cui sono esposto. Uno di questi è un professore in gita al museo con la sua classe: Gianluca Pagliarini è un educatore per lavoro e uno storico per passione. Cerca invano di infondere ai ragazzi il suo interesse per le antiche civiltà, ma non si definirebbe un uomo frustrato. Almeno finché non mi incontra.

Sarà abbastanza inutile il suo tentativo di spiegare agli inquirenti quell’urgenza di tornare ripetutamente a visitare la sala che mi ospita, l’ossessione della mia presenza. Il professor Pagliarini cercherà con goffaggine di giustificare le sue azioni davanti agli agenti del Comando Carabinieri di San Carlo a Torino, quel terrore di dover morire prima di poter vedere il grande faraone tornare alla vita – i suoi tentativi di organizzare gite sempre più frequenti al museo, con tutte le classi, con gli oratori, con le scolaresche di turisti, come se per lui fosse necessario che i fanciulli vedessero i miei resti. Non aiuterà, nel corso del colloquio con le forze dell’ordine, il fatto che il professore si sia sbarazzato dell’apparecchio acustico e si ostini a esprimersi con un frenetico linguaggio dei segni – elemento che contribuirà però a far nascere un certo timore reverenziale da parte degli agenti nei suoi confronti, e che più tardi li poterà a parlare sia di una possessione da parte del demonio che di un’ispirazione divina. Pagliarini non verrà tuttavia incriminato per aver sequestrato l’autobus con a bordo una trentina di giovani turiste tedesche, poiché di fatto, nonostante lo spavento provocato alle ragazzine, la sua stazza non rappresenta una minaccia e non gli sono state ritrovate armi addosso. Gli verrà invece ordinata una serie di visite psichiatriche e, dopo che si sarà riusciti a convincerlo a tenere un diario per dipanare la matassa delle sue motivazioni, un TSO.
Un nuovo involucro, si evince da queste pagine, Pagliarini voleva solo aiutarmi a trovare un nuovo e giovane corpo fisico.

4.

Luca Marinelli sta parlando davanti alla classe all’interno dell’edificio della scuola Holden. Le civiltà hanno pazientemente evoluto e consumato in pochi decenni un’enorme industria di narrativa, ma anche adesso, sull’orlo del collasso dell’intero mondo editoriale, continuano a tramandarsi i metodi più efficaci per mettere in fila delle frasi e trasmettere quel qualcosa che il claim sulla brochure dell’istituto definisce vagamente come emozioni/intensità, ma che al sottoscritto pare si identifichi meglio come un istintivo senso di ordine. Il ragazzo si stropiccia gli occhi mentre segue gli appunti, parla a mezza voce e più di uno tra i presenti è costretto a sporgersi in avanti per mantenere il filo. Sta presentando il suo progetto, il suo romanzo, a tutta la classe: una qualche elaborata scomposizione metanarrativa di questa stessa storia o di una molto simile. È bravo e lo sa – quando si vede riflesso negli occhi degli altri ha la conferma delle sue doti; soltanto dubita di sé quando è solo nella propria stanza spoglia – si pasce nell’idea di suscitare invidie e, più è consapevole di questo potere, più si dilunga nelle pause tra tema e rema.

L’essere umano non sa scendere a patti con il caos che l’ha scaturito e allora nel corso della sua storia si è voltato indietro e ha detto: in principio era il verbo.
Luca è mio discendente diretto e, da come sceglie di esprimersi con frasi sibilline, da come scrivendo allarga lo sguardo su molteplici orizzonti, si direbbe che ne sia al corrente. Non è un caso se al termine delle lezioni esce dalla scuola e prende il tram fino all’entrata del Museo: è stato il sogno della notte precedente a portarcelo, una visione post sbornia tra i bollori di una febbre chimica. Ignora tutti i pezzi dell’esposizione e viene da me. Passa un’ora intera a fissare i resti, storce il naso nel vedere che sulla targhetta non è indicato il mio vero nome. È sera, i custodi stanno facendo l’ultimo giro per invitare gli avventori a raggiungere l’uscita. Luca svuota lo zaino da tutti i quaderni e gli appunti e li ammucchia sul pavimento dei bagni: dà loro fuoco. Quando scatta l’allarme antincendio, lui è già davanti al lucchetto del plexiglass dove sto io, con un estintore in mano.
Trascorro due anni in uno zainetto Eastpack in fondo all’armadio di Luca Marinelli.

In principio fu il verbo, ma soltanto per me. Un verbo che era maledizione di tempo infinito trascorso a cercare e cercare. La parola tramandata per bocca non mi offriva supporto e consolazione. Trovai il modo di farmi uomo, di mescolarmi alla discendenza di Adamo – così come a loro piace credere di ricordare. Una rappresentazione fu il seme: da esso attesi il germogliare di una scrittura. E furono millenni di impazienza e sete; se mai ebbi un’oncia di cuore, evaporò tutta durante quell’era. Mi incarnai duecentosettantré volte, finché divenni Ramses il Grande, condottiero e tiranno, progenie degli dèi. Epoche in cui si ergevano statue e templi immensi, monumenti alla vita e alla morte. Era così che celebrazione, riflessione e obbedienza venivano imposte al popolo. Capii che i tempi non erano ancora maturi. Il geroglifico non era adatto a scrivere storie, a trasmettere la loro ambiguità, il senso di controllo che viene continuamente ceduto e sottratto al lettore. Il geroglifico era l’unica versione, l’unica voce e qualunque espressione apocrifa andava soppressa e cancellata. La scrittura umana necessitava di crescere senza interferenze, così trovai nelle bende e nel natron la mia nuova occupazione.

5.

Lo spritz ha il colore dei tramonti sul Nilo. Mi autoassolvo per questa nota lirica, poiché la memoria equivale a una serie di cunicoli e camere funebri collegate tra loro, senza apparente logica, in cui tutto si tiene per mezzo del vuoto. Avere di nuovo un corpo è limitante dal punto di vista sensoriale, tanto vale trattarsi bene e concedersi ogni piacere a disposizione. Donne, uomini: macchine che si fanno assorbire completamente dal piacere, ma non accettano di lasciarsi esaurire da esso. Mi aggiro tra gli stand di questa piccola fiera dell’editoria di Firenze. Vengo salutato come se tutti mi riconoscessero. Sbracciano, ridono, scodinzolano; gente che adora la propria piccola disperazione. Libri nuovi, riviste fresche, progetti neonati, eppure è come se questo fosse un mercatino dell’usato dell’anima, un mercatino delle pulci fatte al proprio ego. Mi piace da morire. Il mio nuovo keht realizzato da Marinelli è davvero ottimo: ho un sorriso che spacca in due la diffidenza; avverto le ghiandole di tutti i presenti rilasciare ormoni in risposta ai miei muscoli facciali. Lo zygomaticus major di Ozymandias.

Le lune trascorse nell’appartamento di Luca aspettando i sacrifici per costruirmi un corpo: attese affondate nella lettura. I miliardi di biblioteche d’Alessandria racchiuse nell’Internet. Luca usciva nel cuore della notte di Roma, nei bar di studenti e di Erasmus, nei ritrovi dei turisti stranieri e nei covi delle piccole gang di sbandati; io nel mentre sceglievo in maniera del tutto arbitraria la lingua italiana e l’infinita produzione delle riviste online. Luca spendeva le sue conoscenze da scrittore, il suo fascino da finto ingenuo, offriva da bere a sconosciuti mentre con uno sguardo veloce cercava di calcolarne il peso e l’eventuale resistenza; io nel frattempo tornavo Ramses, ben prima di avere un corpo, attraverso un avatar virtuale.

Non posso farlo. Non posso scrivere nulla. Le esperienze e le conoscenze si sommano in una perfezione formale di cui non riesco a liberarmi, il senso si compone sulla mia pagina con matematico rigore, somma aritmetica delle parti che colma l’intero spettro espressivo. Alla scrittura di Ramses il Grande non manca nulla, non un solo difetto apre lo squarcio prospettico nella mente umana. Ancora una volta ciò che cerco mi elude. Ho bisogno delle loro mani, ho bisogno delle loro dita e dei loro occhi, ho bisogno delle loro notti insonni e dei caffè e di tutti i loro errori. Che siano altri a costruire per me.

O magari no. Forse potrei scolarmi l’intero bar, salire sul palco, strappare il microfono al saccente capellone di turno ed esprimere il desiderio che tutti periscano. Sottrarre gli uomini dall’equazione dell’esistenza. Ho il potere di farlo? Non lo so, sarebbe una prova anche per me. Sarebbe qualcosa di nuovo, finalmente. Forse la mia peculiare versione della scrittura è la firma della morte, quella che ho sempre portato con successo in ogni dove – l’interruzione del processo semiotico e l’epidemico stallo del circolo ermeneutico. La fine dell’uomo, la fine del senso. La vera liberazione. E avrei ancora scorte di Campari per cinque anni, a occhio e croce.

Il corpo donatomi da Luca Marinelli ha una voce secca, imperiosa, da precettore; la trovo adeguata: in fondo cosa sono gli insegnanti se non simbolici genitori per l’individuo maturo; e chi meglio di me potrebbe fare da maestro all’umanità, io che sono il seme dell’evoluzione stessa di questa specie? – mi guardano con gli occhi sgranati e le espressioni indecise tra l’ironia e l’indignazione: cosa mi fa sembrare più intellettuale? La militanza, la combattività o il distacco, la superiorità? Sì, vi leggo tutti, vi seguo sempre, vi capisco del tutto, eppure non è mai abbastanza: non ve n’è uno di voi che mi sappia portare oltre a questo grande brusio che fate. Un gran sfarfallare di caratteri e di voci, questo siete. Sì, penso sia il caso di eliminarvi in toto.
Non ho bisogno di dire o fare altro affinché tutti i presenti mi credano e nella fiera si diffonda il terrore.

Giada Verdi ha un passato da tossicodipendente e una laurea in giurisprudenza che – tutti tranne il padre lo sanno – non verrà mai fatta fruttare per trovare un lavoro stabile; ha preso tre treni e due autobus per arrivare all’incontro editoriale nel centro di Firenze, dove ha avuto modo di conoscere i propri idoli e almeno tre quarti di quelli che le mettono il cuore sotto le foto Instagram; ha speso un mese di stipendio da rider Foodora in libri che forse leggerà tra un anno, se va bene: è un’accumulatrice seriale di letture – tratto in apparenza negativo in termini di successo riproduttivo, ma che suscita in certi maschi un fascino effimero di personalità elevata; sembra suggerire una psicologia complessa ma facile da piegare a un discorso colmo di rivelazioni intime davanti a vino scadente e, dopo, al materasso. Mi concentro su di lei perché è l’unica che in questa massa di sguardi atterriti osa muoversi. Si muove verso di me.

Stiamo per tornare sulla Luna, dice, quasi declama. Resteremo lì e poi forse andremo su Marte, ma non ci spingeremo oltre. Al massimo qualche luna di Giove, ma è già fuori mano, dice. Non c’è in lei una goccia del mio sangue e non so se sia perché l’ha vomitato tutto, l’ha inquinato con la roba, oppure perché discende da una popolazione isolata in un continente a me ignoto o direttamente da una razza di alieni. Quel che importa è che punta al cielo e mi guarda, sfida con gli occhi l’ennesima incarnazione di Ramses e dice: sei sicuro di voler stare qui?
Cosa intendi, ragazzina? Che il senso non è necessario in sé, questo lo sapevo. È bassissima, mi si avvicina e sembra sempre più una bambina scappata di casa; parte di lei vorrebbe davvero che la sua storia fosse così semplice.
Sei tu l’essere superiore, mi aggredisce, sto solo dicendo che invece di farci fuori tutti potresti aiutarci ad arrivare molto più lontano.
Nuovi ambienti: nuove necessità: nuove espressioni: nuovi racconti: il mio piccolo esperimento fallito potrebbe degenerare un altro po’ e io starei a vedere dove mi porta.
E se ti annoi puoi sempre andare in un’altra galassia e levarti dalle scatole, dice.
Ragazzina, ti annichilisco. Ti avverto.
Potresti ricominciare daccapo con un’altra specie e lasciarci in pace.
Forse non è chiaro che…
Mi ammazzi?
Allarga le braccia come ho già visto fare a dieci, cento, mille cristi in croce collassati in un’unica tradizione. Una mossa che non mi commuove ma mi mette sempre nella spinosa situazione di provare simpatia per chi decide di farla finita con queste beghe terrene.
Avanti, dice Giada, voglio crepare prima di tutti allora.
Taci, insignificante sgorbietto, sei un refuso in un testo sacro, non vali nemmeno come blasfema. Potrei renderti immortale solo per farti un torto.
E farmi diventare come te? No, grazie.
Rido come solo un corpo mortale può fare; una piccola scossa di terremoto si unisce al sottoscritto.

Palmi e fronti a terra, tra la folla c’è già chi si prostra al mio potere. Qualcuno riesce a piangere, qualcuno si è dimenticato come si fa, ma compensa con il piscio. Prima debole, poi sempre più sfacciato, sale il coro scomposto: domanda che io prenda la vita di Giada Verdi, colei che osa rispondermi, e che lasci in pace tutti gli altri. S’alzano lodi alla mia figura, alla mia linea perfetta e alla camicia fasciante. Preghiere patetiche. Promesse di celebrazioni, riti, racconti in mio onore. Prendi lei, risparmia noi che conosciamo il nostro posto e abbiamo – oh! – così tanto da dire. Un dio qualsiasi di un generico pantheon immaginato da questi stessi uomini non esiterebbe a punire tanta meschinità e magari sciacquerebbe via tutto con un bel diluvio. Ma io non sono così suscettibile, io adoro questi pessimi sentimenti e so anche che mi occorreranno. So che avrò bisogno di tutto.
E che questa ragazzina merita una carezza e una pedata nel culo.

Andremo lontano io e questo mio piccolo esperimento fallito. Mi sdraierò sulla terra, o dovunque capiterà, e gli uomini danzeranno nelle mie orbite celesti e scivoleranno sulla mia carcassa galattica e faranno quello che han sempre fatto, qui o altrove.
E la loro relativa piccolezza sarà sempre l’unità di misura per la mia visione delle cose.
Perché assieme a loro sono misero, ma senza di loro non sono Ramses il Grande.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *