Dispari

Nove passi dividono il letto dal bagno.
Quando dorme sono sette, i piedi accarezzano la moquette in uno sfiorare leggero. Se beve, undici: i numeri pari li salta da quando è rimasto solo, Zoran.

Le mani tastano i pannelli in compensato, trovano i fili di perline della tenda, sotto le sue dita stonano. Anka era capace di farle suonare: le annodava a gruppi di cinque, in cima o in fondo, metteva una fila di bicchieri sul bordo della porta e ridendo le scuoteva come corde d’arpa. Anka e Zoran dormivano a cucchiaio, sul fianco destro: Zoran le passava un braccio sotto il collo, l’altro lo appoggiava sul bacino e teneva la mano aperta sul ventre di lei. Adesso che è rimasto solo, la testa preme sull’angolo in corrispondenza del catarifrangente rotto, i piedi escono dal vano, penzolano nel vuoto, non avrebbe mai creduto che un camper ne potesse contenere tanto.
Le tendine di pizzo, lise dalla condensa e dal sole, coprono le finestre in plexiglass. L’oblò in alto è libero, aperto anche in inverno, lo chiude solo quando piove o nevica. La cucina è lunga e stretta, ci sono macchie di sugo secco e calcare sui fuochi, qualche briciola sparsa. Un televisore piatto oscilla appeso a un’asta precaria, la scheda video si è bruciata. Zoran non ha voglia né soldi da spendere per farlo riparare, così passa le serate ascoltando film ciechi. Si improvvisa regista, scenografo, direttore della fotografia, ma è nell’immaginare i costumi dei protagonisti, le calzature in particolare, che la sua fantasia si scatena. Ha una vera passione per le scarpe, qualcuno dice una mania, anche se a lui non piace chiamarla così: è convinto non ci sia alcuna forma di amore nelle ossessioni.
L’armadio con i vestiti di Anka è ancora lì, vi ha lasciato le cose com’erano. Il suo abito a fiori, il preferito di entrambi, davanti agli altri. Non le aveva mai chiesto se stargli vicino le era di sollievo, se averlo al suo fianco le rendesse i carichi meno pesanti, se sapere che c’era le permettesse di guardare al futuro come a una meta gradevole verso cui viaggiare. Zoran non aveva mai pensato che sarebbe arrivato un momento nel quale non avrebbe più potuto chiedere.

Negli anni in cui avevano viaggiato, prima dell’Europark, Anka e Zoran facevano un gioco: cercavano le scarpe abbandonate ai bordi delle strade– quelle consumate, affidate agli umori del tempo, alla disattenzione degli animali. Una volta a Zoran la nonna gli aveva raccontato che durante gli incidenti capita di perdere le scarpe. La paura contrae i muscoli, il corpo si ritira come per difendersi dalla sorpresa del dolore, si raccoglie per sentirlo di meno. Nello shock le scarpe si sfilano, fuggono dagli eventi, si spostano, e ne rimane sempre una, sola, testimone muto di quello che è successo. All’Europark ne avevano già due bauli pieni. Li avevano appoggiati sopra un telo cerato e coperti con una tenda impermeabile; li aprivano una volta al mese, disponevano le scarpe in fila, le lucidavano. Si divertivano a contarle, stupendosi ogni volta del fatto che erano sempre dispari, nonostante i nuovi arrivi. A volte le lasciavano fuori per giorni, a prendere aria e polvere.

Quando andavano a caccia di scarpe, guidava Anka. Andava piano, lungo le statali, mentre Zoran si piegava in avanti, gli occhi spalancati a scrutare il crinale dei fossi.
Ferma! le gridava, e lei accostava. Se c’era traffico lo aspettava seduta in macchina con il motore ancora acceso. Lungo le strade quasi deserte, invece, parcheggiavano nel primo spiazzo libero e Anka andava con lui.
Se non avevano fretta camminavano a lungo nei paraggi dell’auto e, a volte, ne trovavano più di una. Mentre tornavano verso la macchina, a turno, inventavano la storia di chi aveva indossato quella scarpa. Dal colore, la suola, la misura, costruivano il personaggio, ne inventavano il lavoro, la casa, le abitudini, la relazione sentimentale, i figli. Ne parlavano come se lo avessero conosciuto davvero, se fossero stati a cena insieme, come se ne avessero condiviso le preoccupazioni, i giorni sereni delle vacanze, quelli vuoti della pensione, quelli pesanti della malattia. Poi, quando iniziava a farsi buio, cercavano un posto sufficientemente appartato, abbassavano i due sedili davanti fino a quando il poggiatesta toccava il sedile dietro e facevamo l’amore. Lo facevano a volte piano, altre forte, con i vestiti e le scarpe ancora addosso, sussurrandosi cose dolci o oscenità, chiamandosi con nomi che non gli appartenevano.

Sulla statale dietro il luna park, una notte ci fu un incidente. Un’auto finì fuori strada. Forse un colpo di sonno, forse una gomma bucata, forse, semplicemente, l’uomo al volante aveva perso il controllo dell’auto per la velocità sostenuta. Marito e moglie se la cavarono con qualche contusione: un paio di costole rotte, lei; una costellazione di punti sparsi sul corpo, lui. Che il bambino fosse grave l’avevano già capito prima che arrivasse l’ambulanza. Lo intubarono sul posto, poi lo portarono all’ospedale maggiore; Zoran e Anka accompagnarono i genitori. Il bambino rimase in coma venti giorni. Dal quarto i genitori iniziarono a fare i turni in ospedale. Il marito passava al luna park prima di iniziare il turno di notte. Si sedeva sul cavallo scrostato attraversato dal palo, appoggiava la fronte sul legno del bastone. Piangeva. Poi smetteva di colpo, mandava giù le lacrime con lunghe sorsate di birra. Quando si ricordava perché fosse passato di lì, scendeva dal cavallo, lanciava la bottiglia vuota contro il niente, pagava un conto immaginario e si trascinava in ospedale. Dal sedicesimo giorno il padre non passò più al luna park. Dopo un paio di giorni Zoran andò in ospedale. Li vide in lontananza dal corridoio, non si avvicinò, aveva sempre avuto pudore della felicità. Qualche mese dopo lui e Anka trovarono una piccola scarpa sinistra, un ventitré, a una ventina di metri da dove era successo l’incidente.
È strano che la madre non sia tornata a prenderla, aveva osservato Anka. Le madri tornano sempre, hanno bisogno di dettagli per continuare, per capire che quello che è successo è finito e possono ricominciare.
Avevano messo la scarpa dentro il baule, vicina all’unico altro ventitré che c’era, una ballerina bianca, sinistra. È difficile camminare con due sinistre, ma i bambini riescono dove i grandi falliscono.

Anka era morta un sabato. Una cabina della ruota panoramica si era staccata ed era caduta sopra la roulotte della biglietteria.

La morte arriverà dal cielo in una carrozza rossa con i finestrini in cristallo, le aveva predetto la cartomante e Anka si era sempre rifiutata di volare per questo motivo. La cartomante era miope, lasciò la comitiva una mattina di novembre, con i capelli bianchi di brina e il rimorso di aver sbagliato il mezzo di trasporto del destino. Il luna park fu sequestrato, il nastro rosso e bianco delimitava tutta l’area del campo. Restarono fermi per parecchio tempo, a nessuno era mai importato niente di quel posto né di loro. Riaprirono dopo alcuni mesi, per poco. Se ne andarono tutti. Anka era sepolta lì, così Zoran decise di rimanere, le giostre troppo vecchie e le scarpe con lui.§
Di lei aveva conservato quelle di camoscio beige. Erano le sue preferite. Chiuse, con un cinturino che correva tutto intorno alla caviglia. Quella destra aveva la fibbia rotta e Zoran le aveva lasciate dal calzolaio del paese vicino più del dovuto. Non che se ne fosse dimenticato, ma non sopportava l’idea di riportarle a qualcuno che non le avrebbe reclamate, così aveva lasciato passare una manciata di giorni prima di prenderle.
Nelle serate di luna piena Zoran accende la musica, appoggia le scarpe sotto l’abito a fiori di Anka dopo averlo appeso al gancio al centro della veranda. Si mette di fronte al vestito, in piedi, la schiena bella dritta, le spalle aperte. Apre e chiude gli occhi piano, a intermittenza, e immagina Anka ballare al ritmo di un battito di ciglia.

Quattro passi dividono il letto dalla cucina.
Quando il dolore diventa rumore forte e bussa sulle pareti del camper, Zoran prepara una tazza di caffè lungo ed esce in veranda. Si siede al tavolo pieghevole, beve piano e, quando ha finito, si accende una sigaretta pensando a quello che gli è rimasto. Arriva sempre il momento in cui gli prende una specie di felicità immotivata: è la consapevolezza di aver avuto una vita piena, un amore grande, tanto grande da bastargli anche da finito. In quei momenti apre i bauli e li svuota da tutte le scarpe. Le porta dentro la giostra degli specchi, rimasta in quel campo insieme al suo camper a condividere fango e ruggine. Accoppia le scarpe in paia improbabili, come quelle che ogni tanto svendono a un euro e solo aprendo la scatola si scopre il perché. Sistema le paia spaiate davanti agli specchi, se necessario passa uno straccio per togliere la polvere e le ragnatele. Poi si siede e aspetta il vento. Quel vento muove i fili di perline della sua tenda, gli passa tra i capelli come faceva la mano di Anka, soffia sugli specchi, entra nelle scarpe e improvvisamente il luna park si riempie di gente e torna a vivere. Zoran non se n’è mai andato.

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