Austria

L’acqua salata avvolgeva le caviglie, sottili, e la donna si guardava il polpaccio con un poco di fastidio, quasi una sorta di nostalgia. Non sarai mai un’étoile, guarda che attaccatura! Così diceva la Madame.

Dal piede, ben formato, saliva un muscolo tonico, lungo, senza dubbio slanciato ma troppo omogeneo, carente di quel pregevole gradino che spicca, guizza per la tensione dei tendini, e, sul palco, la differenza si nota. Così diceva la Madame. Il bambino corre, sorride, lancia un grumo di sabbia umida verso l’acqua, gesto inutile ma che lo riempie di una felicità quasi inspiegabile. La donna lo segue con lo sguardo, la superficie marina è docile, qualche increspatura dissemina tutto attorno una luce silenziosa. Le piace la sabbia scura, le piace, qui. Il bimbo ha trovato un sasso trasparente, lo leviga col palmo, prova a toccarlo con le labbra ma la donna lo ferma in tempo. Il bimbo studia il sasso, che sasso non è, lo confronta con altri, opachi ma non meno lisi, non capisce, ma la madre non interviene, è straniata da un riflesso anomalo, fuori statistica, che schizza dal vetro e le impone di spingere l’immaginazione a ritroso, di pensare da chissà quale bottiglia venga, quel frammento, lanciata da una festa, satura di amanti, a bordo di una lussuosa barca a vela, o gettata dagli scogli con rabbia, da un innamorato deluso, e poi rotta dagli eventi e consumata dalla frizione impercettibile di milioni di litri d’acqua. E, mentre si sta quasi convincendo che la bottiglia provenga da un passante indisciplinato, da una serata banale, da una storia qualunque priva di interesse, proprio allora nota un giovane, forse non così giovane, una punta di bianco gli macchia i capelli neri proprio accanto alle orecchie, che la guarda. Dura qualche istante, poi il ragazzo torna al suo libro, un volume po’ troppo ingombrante, lontano a sufficienza perché il titolo non si riesca a leggere.

Il figlio della donna, abbandonato il coccio alesato dal tempo, ha rivolto la sua attenzione verso alcuni pesci, minuscoli, che attendono nell’acqua bassa, poco al di là della battigia. Non nuotano; allineati come tronchi bruciati, avanzano e arretrano senza volontà, l’onda li governa, e nessuno di loro, neppure il più avventuroso di essi, che pur ci dev’essere, si ribella. La madre, senza volgere il mento, lancia un’occhiata di lato; accanto alla passerella per la doccia, poco distante dal pattìno di salvataggio, il giovane sdraiato sul lettino, l’enorme libro sul petto, lo spigolo che incide lo sterno, la guarda. Lei allora, rapida ma senza scatti, piega la gamba sinistra e copre il ginocchio con l’altra, che non si veda quella brutta cicatrice, ch’è bastato qualche giorno di sole ed eccola, emersa, a contrasto. E prova a tendere il polpaccio, che non si noti l’attaccatura così alta, disarmonica, la Madame ne sarebbe stizzita. Il ragazzo la sta ancóra guardando. Lei prova a girarsi un poco, non vorrebbe che, torcendo come ha fatto le gambe, le comparisse qualche piega di carne sul fianco increspato, che la farebbe sembrare grassa e grassa non è. Certo, la gravidanza si è fatta sentire, ma ben meno che alle sue molte amiche sformate, perse, e tutte hanno un amante, più o meno brutto. Lei ha resistito al parto, quasi; tira in dentro la pancia e tocca i capelli. Sono due giorni che non li lava, accidenti. Se lo sentiva che, prima di uscire dall’albergo, avrebbe dovuto occuparsene, ha portato il suo asciugacapelli per quello. Per cosa, altrimenti? Il bambino s’è annoiato, ignora anche i pesci. Il ragazzo sul lettino, intanto, l’uomo, ha posato il volume e si è alzato. Anche lui ha un poco di pancia: meglio, vuol dire che non passa le giornate in palestra. O forse sì, le spalle sono ben formate ma è lo sguardo ch’è interessante. Il bambino arriva accanto alla madre, indica la zona dei tavoli, la nonna che sta compilando i cruciverba; la donna allora gli tocca il capo leggera, come a dire, sì, vai pure, e lui obbedisce mentre il ragazzo continua a fissarla. È, forse, un po’ troppo insistente, lei non respira più in quella postura, vorrebbe voltarsi ma è meglio di no. Avrebbe dovuto sforzarsi di più, quest’inverno, lo dicevano le amiche, in palestra. I glutei si possono salvare ma lei non ci ha creduto fino in fondo. Il ragazzo si muove.

Mentre si avvicina le vengono in mente, con urgenza, le dita dei piedi. Le guarda, tozze, infelici, le sotterra, la sabbia copre, e salva; torna con lo sguardo verso il giovane, lo studia, così giovane non è, al massimo qualche anno di meno, forse addirittura più vecchio, di poco, e ora che lui si è spostato quasi sulla battigia, la donna ne approfitta per voltarsi, nasconde quel piccolo taglio sul naso, quello che a suo marito piace tanto; colpa della cugina, di una bicicletta vecchia, erano bambine. Spinge le dita dei piedi sotto la sabbia scura, di nuovo, col gomito copre il fianco, la cicatrice al ginocchio è protetta, oddio mio marito, se mi vedesse parlare con quest’uomo, sempre che lui voglia parlarmi, cosa penserebbe? Io non gli parlo, non per prima, anche se pare più attratto dall’orizzonte, lo indica al bagnino, è di casa qui, si vede, saluta una coppia che si immerge nell’acqua. Poi si congeda dal bagnino e s’avvicina di un poco; fermo, coi piedi affondati nella sabbia, anche lui, mi saluta. Ricambio. Torna a guardare il mare e lo noto, che trattiene il fiato. Si volta e gli sorrido. Se me lo chiede, io lo bacio, ho deciso. Ma come? E dove? Non certo qui davanti a tutti.

Nel frattempo si è radunata, dall’altra parte del lido, una piccola folla. Indicano, anziani e bambini, un cormorano. Galleggia poco distante dalla riva, lo sguardo altero si muove tutto attorno, poi si immerge. Anche il ragazzo lo ha notato e lo indica con un cenno del capo; la donna cerca l’animale, con lo sguardo, sguardo che però torna spesso al ragazzo, poi al mare, finché, dopo un tempo lungo, il cormorano emerge. Ma si tuffa di nuovo, la donna ne approfitta per guardare i polpacci del ragazzo, che ragazzo non è, trova lo scalino, l’attaccatura è perfetta, entrambi stanno trattenendo il fiato. Immersione dopo immersione, fallimento dopo fallimento, il cormorano sta perdendo la sua lotta per la sopravvivenza quotidiana. Senza cibo non avrà forze per corteggiare una compagna, e senza compagna non potrà trasmettere il suo patrimonio alle generazioni future. La piccola folla sta resistendo, ancóra ci crede, vogliono vedere la preda, non ci stanno a perdere uno spettacolo che ritengono, ormai, dovuto, e il ragazzo si è fatto ancóra più vicino. Ora è a portata di tocco. Lei sistema i capelli, le dita aperte della mano, l’orecchio è piccolo e ben formato. Ma qualcuno chiama dalle cabine, il marito, tiene il bambino nella mano e indica l’albergo, proprio al di là della strada. Lei guarda il ragazzo, lui ha notato la famiglia, là in fondo, ma il sorriso non si è spento. La donna resta ferma, i pesci, schierati, oscillano sincronizzati dalle forze del mare; la folla si è dispersa; il cormorano, dopo l’ultima pesca infruttuosa, si è riposato qualche istante e ora allarga il piumaggio, lo becca, poi stende le ali mentre arranca con le pinne, non visto, sotto il livello dell’acqua; spinge, spinge, finché le zampe spuntano dal mare e, sopra di esse, tutto il resto. La donna vuole aspettare, è presto, crede, alza gli occhi ma il sole, i suoi raggi imprevedibili, il calore riflesso dalla sabbia scura, il suono attutito della luce sulle nuvole rade, anche il sole; tutto sembra davvero al posto giusto.

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