Bocca di pipistrello

Lidia adora il momento in cui Cinthia Hopkins dice “always” per la prima volta.

Pensa che se indossi le cuffie senza prestare attenzione alle immagini, quando la sua voce arriva il tuo cervello capisce che lì c’è un gemito inguaribile, un suono da campionare e imparare a riprodurre senza i cedimenti che si avrebbero con la spontaneità.
È seduta davanti al pc col video dell’esibizione di Bonnie Prince Billy a Coney Island, quello in cui lui si è messo la matita nera nell’angolo esterno degli occhi e indossa una tuta che le sembra possa essere di ciniglia, per trattenersi addosso un calore, della stessa tonalità di azzurro di cui sono fatte le copertine in cui si avvolgono i neonati maschi. La felpa col cappuccio tirato su, la lentezza che lo trascina. Vorrebbe poterci dormire dentro. Se lo annota, questo desiderio di assopirsi in alcune precise parole, che sono quelle in cui può vedere dei passi che si allontanano su un pavimento appiccicoso. Sta scegliendo le canzoni da far ascoltare a qualcuno di cui riuscire a innamorarsi, che sappia riconoscere le smorfie diaboliche in cui le si contraggono i pensieri sul futuro poco più che imminente. Riceve un messaggio che le chiede se quella sera si vedranno, non risponde “dove?” perché i posti da raggiungere sono delimitati dalla distanza che riesce a percorrere in bicicletta o con il tram 1/. Sorride, le labbra schiuse rivelano denti sottili e troppo aguzzi, e quelli che stanno proprio al centro della bocca sono leggermente distanti fra loro. Una sua amica le ha mostrato una foto dell’interno della bocca dei pipistrelli, le ha detto che era identica alla sua e quando l’ha vista annebbiarsi ha aggiunto che era comunque meglio del doversi tenere l’apparecchio per tutto il liceo. Anche una vicina di casa, una vecchia del paese, glieli aveva studiati e aveva ipotizzato che avesse degli antenati polacchi, una malignità sulla condotta coniugale di sua madre che Lidia però non poté cogliere. Risponde che deve chiedere. Suo padre è in salotto e le grida, prima che Lidia abbia detto A, che deve stare zitta, che non ha tempo, che va di fretta, che lui ha un lavoro, che non trova le chiavi del camion e dove cazzo è finita sua madre.

Suo padre è un uomo atroce, più volte lo ha guardato con il sospetto sotto le ciglia chiedendosi se quella stessa atrocità avrebbe finito per appartenere pure a lei. Si è procurato un’epatite dopo quattro anni di alcolismo che lui definiva poco più che vivace, e per migliorarsi ha deciso di smettere di fumare – per riguardarsi, per avere cura di sé – ma continua a correggersi il caffè del mattino e a buttar giù dei liquidi densi che dice, a chi avanza un sospetto, essere degli sciroppi utili a aumentare la compattezza degli organi. Lidia ha intuito che ha paura di dissolversi dall’interno, di doversi sentire un contenitore, e lui per natura non trattiene mai una memoria che sia una e non gli si può affidare nulla che non sia già stato almeno in parte deteriorato dall’atmosfera.
Una mattina di primavera si erano svegliati tutti perché la casa si era riempita di un’aria mortale che avevano cercato di decifrare inspirando forte col naso fuori dalle finestre, tutte le finestre, su tutte le esposizioni, e lui aveva inspirato più di chiunque prima di affermare che lì, indicando un punto nel vuoto, era scomparso un bosco, e chissà ora l’aria cosa era costretta ad attraversare prima di raggiungerli, sicuramente una discarica di rifiuti tossici o che sa lui. Per la prima volta aveva cercato di formularsi delle oscurità e aveva preso a lamentarsi della degenerazione, concludendone che sapeva di essere nato per soffrire, una nota quasi ammirativa, un compito che lo sollevava dal rimediarsi. Il suo lavoro al momento consiste nel trasportare, alternandoli, polvere di cemento e calcinacci.
Lui e Lidia litigano sempre e la frase che più spesso le scaglia addosso è un invito a tacere prima di parlare. Qualche volta la prende a schiaffi sul viso e subito dopo dice di averlo fatto perché lei riesce a provocarlo in un modo… non sa come proseguire, si sente sconfitto dalle parole che gli mancano e per sopraffarla sceglie il dolore fisico, che lui è cresciuto con l’inclinazione a credere di qualità migliore.
Lidia ricorda una parola che lui usava spesso per negarle delle cure, la parola è “briga”, ricorreva in una frase precisa che è “non tengo briga”, quando lei gli chiedeva di giocare insieme con la plastilina. Forse in una sola occasione aveva ceduto alla sua insistenza e senza offrirle neanche un occhio aveva stretto un pezzo di plastilina marrone nel suo pugno immenso e glielo aveva restituito dicendo ecco un riccio, una creatura nodosa inimmaginabile che l’aveva tormentata e che lei aveva lasciato essiccare per poterla poi frantumare e impedire che le si ripresentasse negli incubi. Per un suo compleanno le aveva comprato una bambola che emetteva suoni umani di pianto, per fame o per sofferenza astratta. La bambola aveva un bottone al centro del petto che poteva essere rimosso per sostituire le pile scariche e permetterle di ricominciare a piangere: finché non venivano cambiate, le restava una cavità vuota che a Lidia piaceva ispezionare con l’indice. La bambola poteva rimanere così squarciata anche per settimane intere. Quando aveva un segreto e doveva mantenere la testa a digiuno, per evitare di tradirsi lo trascriveva su un pezzo di carta che piegava su se stesso per il numero di volte necessario ad assottigliarlo, lo nascondeva nella cavità e se lo dimenticava subito per sempre. Così tornava a poter dormire e dal primo sonno vero dopo la scomparsa del segreto riemergeva dicendo di aver avuto un incendio, con la fame di un frutto dalla forma di un globo in fiamme. Lo addentava con passività.

Quella mattina suo padre è così di corsa che fa una retromarcia folle e investe il loro cane. Il cane è più o meno vivo e si contorce, ha il cranio spaccato, esce un sangue cremoso direttamente dal cervello, una spugna intrisa di vernice che viene strizzata fino a esaurirsi. Lidia abbassa lo sguardo e vede che attorno ai suoi piedi si è creata una conca di sangue cupo. Dice al padre che vuole che salvi il cane. Lui mormora che lo porterà da un veterinario, ma non sembra troppo convinto, e lo carica sul camion accanto a delle piastrelle rotte che hanno un motivo romboidale di colore verde. Se ne va gridandole di ripulire la breccia.
Il cane lo rapirono anni prima – lei lo rapì, suo padre non è mai stato complice – dal cortile di un uomo marsicano che aveva mostrato loro il coltello svizzero, diceva che se lo portava dietro ovunque perché poteva dovercisi salvare la vita o mangiarci del pollo arrosto che qualche contadino gli offriva nei campi. Nel cortile c’era una cagna scura e deperita che si spostava seguita da sei o sette creaturine zampettanti, dei cagnetti affamati che la stavano prosciugando. Alcuni arrivavano a saltare abbastanza in alto da azzannarle i capezzoli e farla ringhiare. Ce n’era uno in particolare che sembrava non riuscisse a farsi spazio tra gli altri, era una composizione di ossicini sui quali si tendeva un manto chiaro pieno di macchie nere, e visto da lontano, in quel giardino con l’erba secca, poteva essere preso sia per una iena che per un cucciolo di cerbiatto. Lo fece salire in auto mentre il padre e l’uomo erano distratti da un trattore maltenuto di oltre sessant’anni, e una volta in viaggio il cucciolo si manifestò vomitando su tutti i sedili. C’era così tanto vomito dappertutto che pure lei dovette vomitare, e il padre, inferocito, non volle accostarsi e le disse che poteva aprirsi il finestrino o vomitarsi addosso. Intanto giurava che l’avrebbe scorticata viva e poi l’avrebbe buttata in strada insieme al cane. A casa si era ripulita sotto la doccia mentre sua madre cercava parole che impedissero che lei venisse presa a calci. Il cagnetto si era dissetato leccando via l’acqua che dai capelli di Lidia colava sulle piastrelle del bagno. A tarda notte i suoi avevano taciuto, stremati di insulti, e nel silenzio si era messa ad architettare un’idea di se stessa per sottrazione, una speranza remotissima da quando aveva cominciato a esprimersi nella lingua in cui pensava, e che veniva sommersa da un rigoroso strazio cronologico in cui riconosceva, nessun equivoco, una predestinazione alla zoppicatura.

Lidia va nell’orto a prendere il tubo di gomma che sua madre usa per dissetare le piante di pomodoro e i gerani, e dal quale crede che sgorghi la causa per cui le piante non danno frutti e le radici dei gerani invece crescono così tanto da spaccare i vasi che li contengono. Cammina nell’erba che le accarezza i polpacci. Un ragazzo che glieli ha guardati attentamente le ha detto che ha le gambe di una modella di collant, con le cosce solo un poco poco più grandi. Erano usciti e lui l’aveva portata in un albergo in cui dopo aver scopato si era chiuso in bagno a parlare al telefono con qualcuna che gli chiedeva di essere rassicurata sulla sua fedeltà, e ci era rimasto così a lungo per riuscire a replicare l’idea di un pentimento convincente che lei stava morendo di caldo e di sete e aveva deciso di sedersi a terra nella speranza che ancorarsi al pavimento la facesse sentire meno dispersa. Lì, con la sua poca intelligenza, i sensi ingenui e aperti, a fissare una porta chiusa. Aveva già letto tutte le indicazioni da seguire in caso di incendio o altra catastrofe, e aveva memorizzato la password del Wi-Fi composta sia da lettere che da cifre e da un paio di lineette, quando lui era riemerso e l’aveva cercata nel buio e non avendola trovata ad altezza di persona doveva aver creduto che si fosse dileguata, aveva fatto una certa faccia che lei aveva decifrato d’istinto: era sollievo. Sarebbe dovuta fuggire sulle ginocchia ma per andare dove, e poi non poteva essere così facile liberarsi di lei. Per il resto della notte si erano detti parole sacrificate e lei con gli occhi aveva preteso di negare di non servire a niente. Lui la penetrava a fondo e prima di venire usciva per farle colare addosso lo sperma, si passava la mano sul cazzo tenendo gli occhi chiusi e li riapriva solo quando ne era uscita l’ultima goccia. Lidia doveva ogni volta alzarsi per andare in bagno a ripulirsi mentre lui restava disteso e si ritirava su i boxer sollevando di pochissimo il bacino dalle lenzuola, un movimento a cui sembrava abituato.
Era andata via alle quattro del mattino per non perdere l’ultimo autobus e aveva aiutato una studentessa fuorisede a sistemare la valigia solo per sentirsi dire grazie. Camminando si era ricordata di aver sentito di una città che sorgeva sul confine, i cui abitanti erano tutti ciechi e in qualsiasi punto si trovassero in piedi potevano cadere fuori dal mondo, sarebbe stato così facile. Per diversi giorni dopo quella notte si era sentita perplessa e aveva scattato foto al suo corpo nudo per studiarlo e imparare a riconoscerlo quando l’avrebbero toccata di nuovo. Lui l’aveva invitata a rivedersi al mare, scusandosi che la costa adriatica fosse squallida. Le aveva comprato un pacchetto di sigarette e ne avevano condivisa una prima di cominciare a leccarsi e a fare sesso su una sedia a sdraio. Quel suo tornare l’aveva riempita di una gioia fragile. Le aveva chiesto di non gridare e lei aveva risposto che non voleva farlo. Si erano detti che potevano essere visti.
L’acqua inizia a uscire dal tubo e la pozza di sangue prima si riempie quasi a straripare e poi si svuota; l’acqua rossastra viene del tutto assorbita, come quel ch’è accaduto allo sperma di quel ragazzo che le stava dentro e poi ha detto no a mo’ di vago dispiacere ed è uscito di corsa per schizzare sulla sabbia quel che gli restava, subito sparito. La parte densa del plasma del cervello del cane resta in superficie e le appare insopprimibile. Continua ad annaffiarla e per la prima volta si mette davvero a desiderare che il mondo sia diverso da come lo conosce.

1 Reply to “Bocca di pipistrello“

  1. Incalzante. Molto bello. Un cerchio duro come un pugno che indeciso ti gira nel plesso solare come un cacciavite che forse vuole farti male o forse solo svegliarti.
    Brava

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