La spinta

Quella mattina Serena, aspettando lo scuolabus, lo vide camminare con lo zaino sulle spalle nei pressi della linea; gli mancava tanto così e l’avrebbe toccata.

Nessuno la toccava mai, la linea, tutti ne stavano alla larga; a controllarla c’erano sempre guardie in nero, alte, col torace gonfio. Camminavano su e giù, si davano il cambio ogni due ore. La città era piena di queste guardie: nessuno sapeva come e quando fossero apparse.
Erano i prescelti, coloro che distanziavano e minacciavano; non avevano bisogno d’armi per incutere timore: bastava loro la parola. Se sbagliavi qualcosa, te lo gridavano addosso. Un altoparlante risuonava meccanicamente tutti i giorni alle sei di mattina, all’una, alle sei del pomeriggio e a mezzanotte. Diffondeva i tre dettami per vivere felici. Questa ricchissima città chiedeva solo il rispetto di queste tre regole.

Da che ne avevano memoria i suoi nonni, la città possedeva radici secolari. Le strade erano solide e di cemento, i marciapiedi ornati da rettangoli rossi e bianchi. Sfilavano di continuo passanti, bici, auto e bus. C’era, però, quella cosa a distinguerla dalle altre: una linea la tagliava in due; una semplice linea gialla tratteggiata sul cemento. Non c’era nient’altro a separare edifici e persone. Nessun burrone, frattura, cratere o terreno friabile. Niente muri o vetri. Chiunque avrebbe potuto oltrepassarla.
Perché tutti vivessero separati come due fazioni nemiche, non era dato saperlo.

Quella mattina Serena aveva il compito in classe di matematica; l’ultimo anno di elementari era davvero difficile. Spiava il bambino con lo zaino blu e verde e il cappellino storto che passeggiava a pochi centimetri dalla linea e si chiedeva se anche lui avesse un compito ad attenderlo a scuola. Si torturò il labbro mentre lo seguiva con gli occhi. Pensò fosse matto, o forse non si era accorto di essere così vicino al limite; aveva le cuffie alle orecchie. Lo vide andare oltre: si alzò di scatto dalla panca, come se volesse fare qualcosa. Proprio in quel momento giunse lo scuolabus. Serena, una volta entrata, lo cercò dal finestrino, ma non vide niente: il bambino era scomparso.

La mattina dopo Serena andò alla fermata dello scuolabus in largo anticipo. Si scaldò le labbra nella sciarpa. Le temperature sfioravano lo zero; di neve, quanta ne volevi, in ogni angolo. Una città imbiancata e rumorosa; la linea costantemente pulita e liberata per mostrare il confine. Di fronte a lei passeggiavano due guardiani. Guardò altrove e lo vide: quel bambino era di nuovo lì, a muoversi in punta di piedi vicino alla linea gialla. Serena allora si alzò e corse verso di lui; passò un semaforo e raggiunse anch’essa la linea, dalla propria parte. Si diede un contegno davanti a quegli omoni grandi e grossi. Fischiettava e contava le piastrelle colorate a terra senza mai instaurare un contatto visivo con loro. I guardiani la osservarono sospettosi, ma poi tornarono alla loro marcia silenziosa. Serena seguì il bambino restando poco più indietro; alle sue spalle sentì lo scuolabus che se ne andava senza di lei. Il bambino canticchiava, questa volta niente cuffie. Serena cercò di stare al passo, evitava le persone come in un percorso a ostacoli. Tossì una, due, tre volte. E si infastidì. Desiderava la sua attenzione, ma lui non si girò mai.
Si fermò bruscamente e prese ad ammirarlo. Quel frangente le costò il rosso di un incrocio, uno scontro tra auto e un guardiano che le strillava dietro. Serena si girò di scatto: era in mezzo alla strada, avvolta dal fumo di un motore in fiamme. Quando realizzò, si mise a piangere: vide i guardiani correre verso di lei e così anche lei prese a correre. Non si voltò mai indietro. Per un attimo, accarezzò il confine senza rendersene conto.

Si ritrovò in un quartiere sconosciuto. Le strade erano interamente coperte di fiori.
Ehi. Come ti chiami?”
Era il bambino con lo zaino verde e blu. Lei fece un passo indietro. Era tutta rossa per il pianto. Si asciugò in fretta con i guanti e rimase zitta.
Non sai parlare? Anche a mio fratello hanno fatto qualcosa di simile. Ha rotto una delle regole e adesso non parla più, niente lingua”.
Serena tremava ancora per l’agitazione. Il bambino sospirò.
Io sono Francesco. Vivo da questa parte della città”.
Serena abbassò appena la sciarpa e fece sbucare il viso. Disse il suo nome.
Francesco fece un passo vicino alla linea; lei ebbe un sussulto e tagliò l’aria con le braccia.
Via! Sei matto? Ma cosa fai? Vuoi forse morire? Via!”
Lui indietreggiò rimanendo in sospeso su una gamba. Serena si strinse nella giacca.
Non guardarmi così. Lo sai, bambino, che cosa succede se superi la linea”.
No, non lo so. E anche se lo sapessi non ci credo. Vieni tu allora”.
Serena lo guardò in malo modo e con un cenno morbido della testa indicò i guardiani al fondo della via. Francesco si sedette a terra incrociando le gambe e la invitò a fare lo stesso.
Allora facciamo amicizia. Qui, ognuno nella sua parte. È da un po’ che ti vedo in quella fermata, sai? Che scuola fai?”
Serena non si sedette, ma non si allontanò nemmeno. Rimase lì, in piedi. Lui sistemò il cappellino e rise.
Perché ridi?”
Perché sei buffa. E sei scomoda. E hai freddo. Siediti qui, possiamo accendere un fuoco”.
Un fuoco?”
Un passo, un piegamento, e poco dopo Serena era seduta di fronte a lui.
Come lo accendiamo questo fuoco?”
Per finta”.
Per finta?”
Per finta”.

Serena e Francesco si incontrarono ogni giorno, sempre alla stessa ora, sempre nello stesso punto. Il rumore del traffico era forte, roboante, violento. Sfuggivano abilmente agli occhi indiscreti dei guardiani. Parlavano, facevano giochi, inventavano storie. Erano solo bambini. Vivevano i loro incontri con ansia e timore, paura e felicità. Il terrore stava perdendo consistenza, il moto urbano in cui soffrivano sembrava non tangerli più.
Ma accadde, una mattina, qualcosa di insolito. Serena arrivò al quartiere dei fiori, Francesco la raggiunse insieme a due guardiani. Gli camminavano accanto, scortandolo con le mani intrecciate dietro la schiena. Serena iniziò a tremare.
Credevi che non ce ne saremmo accorti? Cosa dice il regolamento?”
Francesco guardava Serena, il suo sguardo era fermo e privo di insicurezze. Non rispose.
Regola numero uno: non è permesso al cittadino far nascere amicizie, conoscenze, o qualsivoglia genere di rapporto con un cittadino della parte opposta”.
Venne colpito sulla schiena da un manganello. Serena vide gli occhi di Francesco farsi più grandi mentre se ne stava piegato avanti. Sputò sangue a terra.
Non fece in tempo a dir nulla: qualcuno le diede un colpo secco sul fianco.
Regola numero due: chiunque tocchi la linea, sarà internato per cinque anni”.
Serena sentì il respiro mancarle per la botta ricevuta. Dietro di lei, altri due guardiani sogghignavano.
Cominciò a piangere, il suo pianto fu così forte e straziante che alcuni passanti si fermarono a guardare. E qualcuno sbucò con la testa dai negozi. Iniziò a crearsi una piccola folla intorno a loro.
Francesco riuscì a tirarsi su, e aprì improvvisamente le braccia verso Serena, in un tacito invito. Lei lo guardò stupita, mentre si sentiva agguantare dalle guardie. Ma il brusio dei passanti fece allentare la presa agli uomini.
Adesso basta bambini. Filate ognuno a casa propria e tutto sarà dimenticato. Non vi verrà inflitta alcuna punizione. Da bravi, un passo indietro”.
In quell’istante, la voce robotica dell’altoparlante annunciò uno dei regolamenti della città, forte, chiaro e vibrante.
Regola numero tre: chiunque superi la grande linea, morirà istantaneamente soffocato dall’aria tossica della parte opposta”.
Serena e Francesco si guardarono complici. La bambina smise di tremare, annuì con la testa. La folla cominciò a spingere per vedere cosa stesse succedendo. I guardiani sembravano impanicati.
La bambina fece un passo. E toccò la linea gialla.
I guardiani cominciarono a gridare, ma avevano paura di sfiorare anch’essi la linea. Allungarono le mani per afferrarli dalle vesti.
Francesco camminò indietro e allargò le braccia sempre di più. E lei fece lo stesso.
Regola numero tre: chiunque superi la grande linea, morirà istantaneamente soffocato dall’aria tossica della parte opposta”.
Uno…”
I bambini si cercarono, frementi come due uccelli in gabbia. Gli arti allungati in un abbraccio.
Due…”
La gente iniziò a indietreggiare spaventata, urlava per il terrore, scuoteva le mani per aria.
Tre!”
I guardiani provarono a fermarli, ma l’orrore li paralizzò sul posto.
Serena e Francesco si lanciarono contro, fino a superarsi. In quell’istante cadde un silenzio denso. I bambini, l’uno oltre il confine dell’altro, respirarono a pieni polmoni e si voltarono indietro, per cercarsi un’ultima volta. Dalle persone presenti s’alzò un pianto sommesso. Qualcuno svenne, altri si abbracciarono disperatamente. Quel che accadde fu impensabile, nullo, in confronto al vortice di emozioni di cui erano vittime: perché nulla accadde, e fu proprio questo a sconvolgerli.

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