Spettralità

Scolavo nella fogna dei giorni. Era diventato sempre più difficile rispondere alla domanda: perché?

Non trovavo più il senso delle cose, il che era anche normale visto che tutto significa solo quello che ci si proietta e io che abitavo il vuoto e mi facevo abitare dal vuoto non avevo nulla da proiettare. Avevo smesso di scrivere. Da molto avevo smesso di scrivere. E cosa avrei dovuto scrivere? E perché poi? Avevo smesso anche di leggere. E cosa avrei dovuto leggere? E perché poi? Prima ero disciplinato: appena sveglio, in attesa del caffè, fumavo una sigaretta in terrazzo annotando i sogni appena fatti. Dopo colazione scrivevo almeno 3.000 battute – di cosa? Di un romanzetto erotico e contortamente esistenziale ambientato nella contemporaneità circostante oppure di una saga fantascientifica che non ho mai veramente avuto intenzione di finire oppure di quello che vedevo guardandomi intorno. La cosa essenziale era non perdere il ritmo. Leggevo poi saggistica per circa due ore prima di andare a fare la mia passeggiata quotidiana a passo veloce. La narrativa – quattro ore – aveva il suo spazio dopo pranzo: un pasto frugale, volutamente scialbo, cavoli bolliti per esempio o anche patate lesse non condite ma capitava pure che mi facessi una pasta con l’olio a crudo senza parmigiano. Sul fare della sera mettevo via il romanzo di turno e mi sedevo al centro della stanza, a luce spenta, rivolto verso est – iniziavo a meditare. Mi concentravo sul respiro e inspirando mi dicevo interiormente «rinnovo», mentre quando espiravo «me stesso». L’ideale sarebbe stato concentrare la concentrazione su un solo elemento, ma così facendo non reggevo mai più di mezz’ora senza essere sopraffatto dalle formazioni mentali, sicché abbinavo il mantra silenzioso alla respirazione e andavo avanti per due ore precise misurate dalla sveglia del telefonino. A cena mangiavo frutta o in alternativa carote crude (o finocchio). Digerendo mi masturbavo, arrivavo alla soglia dell’orgasmo ma m’interrompevo un attimo prima, senza venire: ogni giorno per anni sono non-venuto. Seguivano un bagno caldo, altre quattro ore di narrativa e infine il sonno. Avevo la mia ortoprassia. L’avevo costruita rubando. Non c’è vergogna nel rubare ortoprassie. Solo rubando si acquisiscono.

Poi realizzai secondo realtà che era solo vanità. Di scrivere non me n’era mai fregato un cazzo. Chi dice che la lettura è una forma di meditazione laica dimostra due cose: che ignora cosa sia la lettura e che ignora cosa sia la meditazione. Tutta questa vanità letteraria aveva certamente avuto una sua funzione: tenermi lontano dal diventare me stesso, distrarmi. Ma cosa c’era in me stesso di così mostruoso da spingermi a costruire tali impalcature occultanti? Cercai la risposta in qualche raglia di ketamina. La ketamina – che evidentemente conosceva piuttosto bene Lao-tzu – mi disse: «Parlar molto e scrutar razionalmente val meno che mantenersi nel vuoto». Iniziai a riflettere sul vuoto: m’ero forse riempito di letteratura per horror vacui? In ogni caso per mantenermi nel vuoto dovevo prima svuotarmi. Ragionando su come svuotarmi mi tornò in mente quel passaggio del Manuale di Risiko – trovato sotto una pila di L’Espresso nel bagno di casa di un amico – di Cimatti che dice: «Vince chi insegue l’eccellenza, perché annullando tutto ciò che riguarda le persone coinvolte nella partita, se stesso compreso, crea un vuoto sul quale può nascere qualcosa di nuovo». E così per diventare me stesso svuotandomi iniziai a giocare a Risiko on line. Compulsivamente.

Il Risiko mi piace più degli scacchi proprio perché è inesatto, perché la logica strategica non diventa claustrofobica, c’è la valvola di sfogo dell’alea, la probabilità si sostituisce alla necessità; e poi si gioca in quattro e questo è un altro elemento – di tipo relazionale psicologico – che moltiplica le possibilità creative di tipo strategico allontanandosi dai rigori ossessivi di una pura logica che deve divorare un’altra logica prevedendola in ogni minimo diabolico dettaglio in una prospettiva abnorme di molte mosse.

Mi stampai i 16 obiettivi del Risiko e me li appesi in camera per impararli a memoria. Dopo qualche mesetto di pratica totalizzante riuscii addirittura ad arrivare in finale (che persi) del torneo Prestichallenge cercando scientemente, peggio di un segugio, game di mine suicide e caprette matricolate da blastare. Avevo perseguito lo squilibrio sistematico chiudendo continente anche fuori obiettivo col primo (massimo il secondo, tipo una volta che in Oceania non c’ero e c’ero dovuto prima entrare partendo da India) tris e poi asfaltando aggressivo gli incauti malcapitati arraffando carte e territori. Non sempre m’andava bene, l’avevo messo in conto, quando avevo pianificato questa strategia – che battezzai «del tiranno» ma che i maggiorenti dell’élite di RD avrebbero liquidato come «da blu» – dell’asimmetria dilagante (al primo continente seguiva un secondo, anche fuori obiettivo, addirittura nel terzo dei quattro Risiko che feci nelle prime dieci partite chiusi Asia – dopo Africa – avendo il Letto) ispirata al gioco di Molgab e Benado. Contro giocatori inesperti che non si sanno organizzare la strategia «del tiranno» ha buone probabilità di avere successo e anche di fruttare doppio, ma contro tre discreti giocatori anche solo da metà classifica che reagiscono con carta a tre magari 4 vs 1 è soccombente.

Il problema furono le ossessioni: non riuscivo a pensare ad altro, fantasticavo sulle partite e sui giocatori, ne canticchiavo i nomi, la prima cosa che facevo la mattina era compulsare la classifica del mese e il ranking annuale. Passavo 16 ore al giorno davanti al pc sulla piattaforma di RD, avevo smesso di farmi la doccia, di cambiarmi e lavarmi i denti. Dormire era diventato un miraggio. Mi stavo veramente svuotando. Come da programma. Divenni così vuoto che mi venne a far visita uno spettro, quello di Prodi, quello con cui questi comunicò nella famosa seduta spiritica di Zappolino. E il fantasma mi parlava, voleva che riprendessi a scrivere, diceva che dovevo raccontare la sua storia, che m’aveva scelto per questo. Io non ho mai creduto agli spettri e infatti non credevo neppure a lui, però lo ascoltavo e assecondavo. Mi dava spesso indicazioni precise, tipo: «Il romanzo inizierà con Leonardo Sciascia. Con un primo piano – la descrizione scarna di un primo piano cioè – impudicamente prolungato del volto di Sciascia; come fosse la scena di un film, penso soprattutto a come Haneke ne La pianista – ce l’hai presente? – in certe inquadrature statiche lavora la faccia, frugandone ogni piega, di quella sfinge della Isabelle Huppert che interpreta la professoressa Kohut. Quindi parti dal volto impassibile di Sciascia. Dal volto esterrefatto di Sciascia. Dal volto indignato e irritato di Sciascia che fissa Romano Prodi e che lo incalza interrogandolo. È mercoledì 10 giugno 1981, Sciascia ha cinquantasette anni, Prodi trentanove. Il maestro elementare fronteggia il professore universitario. Prodi è stato chiamato a testimoniare davanti alla Commissione d’inchiesta sul caso Moro in merito alla seduta spiritica svoltasi a casa del professor Clò da cui emerse l’indicazione “Gradoli”».

Il bello fu che questo romanzo iniziai davvero a scriverlo e lo avrei anche portato a termine con l’aiuto imprescindibile del fantasma, ma feci il clamoroso errore di parlare di questa vicenda al mio medico, consultato per rimediare all’insonnia. Lui reagì male, disse che dovevo immediatamente smettere di giocare a Risiko, che dovevo andare da uno psichiatra, che non c’era tempo da perdere, che nel frattempo dovevo iniziare una cura con l’olanzapina.

Quella sera, prima di prendere il farmaco, vidi lo spettro un’ultima volta: piangeva, s’era molto affezionato. Salutandomi mi disse: «Non crediate che ciò che fummo e ora non siamo più torni ad essere lo stesso nulla che era prima che lo diventassimo. Non si può risprofondare nel crogiolo del nulla ciò che ne emerse diventando vita. La vita dismessa, le ampie aule di noi che costruimmo e che più non abitiamo, ecco la sostanza di cui son fatti gli spettri».

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