Ferinità

Chi nasce al limitare del grande centro urbano, imbrigliato nella campagna amara che insozza la civiltà, cresce inevitabilmente come una specie di ibrido, un paraumano georgico che si dimena per sfuggire ai canoni del suo tempo.

Ammesso che si possa dire che Pirro – quarantasei chili di rimpianti e dispiaceri convogliati in un corpo da nano – sia mai cresciuto.
Nessun segnale di nanismo appena il tristo malcacato era stato sputato fuori. A destare sgomento non era la mole, ma il fatto che l’infante fosse venuto alla luce con una grave deformità al braccio sinistro. L’arto pareva modellato da un demiurgo cieco e maldestro, una terminazione inutile e incancrenita che una volta cresciuta gli sarebbe stata senz’altro d’impiccio, la mano una statuetta d’ossa, tendini e carne con una forma paradossale.
Il gomito inesistente e i lineamenti da primate allarmarono i genitori, creduli a tal punto che avrebbero curato ogni male con incenso e acqua santa. Sentivano di aver commesso qualcosa di contrario alla morale, che si riduceva nella loro rigida visione manichea a quello che Dio vuole o non vuole. L’unigenito era un aborto nato vivo, era malerba infestante, così gli ignorantoni si convinsero che quel fardello era la punizione per le attenzioni goderecce che s’erano scambiati con lascivo trasporto. Confinati in una casupola dispersa in un agro atemporale e abbrancati al loro fazzoletto di terra, ambivano solo a perpetrare sé stessi, le maniere da villici, la loquela gargoylesca.

I pascoli e i campi attendevano che lo sgorbio iniziasse a camminare sulle zampe malferme, e non appena fu pronto, il padre cominciò a portarlo con sé per fargli annusare da vicino il tanfo di letame della vita rustica. A Pirro non dispiaceva quel marasma di bestemmie biascicate a mezza bocca, il contatto diretto col bestiame, la terra marcia da dissodare. Quando facevano ritorno alla stamberga, il padre degenere trattava la moglie con modi padronali, si sbizzarriva con cinghiate, abusi, voglie repentine che lo assalivano a tarda notte dopo essersi scolato una bottiglia di sidro invecchiato male. Anche se non ne era consapevole, in quegli istanti Pirro stava diventando per osmosi un violento. Il genitore avrebbe avuto modo di pentirsi di averlo educato così, esibendosi in sfuriate prive di senso, se solo un disegno imperscrutabile non lo avesse già destinato a crepare in altro modo. L’autunno appresso, una mattina in cui il Signore aveva deciso di giocare a dadi con le loro vite, rimase schiacciato dal peso pachidermico del vecchio trattore arruggiato.

Pirro non era mai stato del tutto antropomorfo, ma crescendo divenne sempre più simile a un satiro. Sin da piccolo aveva cominciato a coprirsi d’una spessa coltre di peli. Tuttavia, sebbene fosse per età e foltezza del vello in piena pubertà, continuava a non sviluppare in altezza. Abitava da anni lo stesso tegumento esterno senza mai un accenno di espansione, quindi serbava ossequiosamente misure e vestimenti di quand’era bambino. Pur limitato dalla menomazione e dalla statura, l’erede palesò qualità che avrebbero fatto invidia al bove più indefesso e corpulento: un vigore belluino, lo stakanovismo di un dopato, una virilità ingombrante e sempre pronta all’uso.

L’idioma ufficiale di casa era sempre stato un inventario di gesti, smorfie e ondulamenti del capo codificati in maniera univoca e convenzionalmente accettati, corredati da grugniti, ansiti e altri suoni con diverse modulazioni e intensità. Lui si era uniformato all’uso vigente. Non trovava quasi mai un motivo per aprire bocca o un argomento sul quale tenesse a esprimere la sua opinione, ciò che emetteva erano soprattutto versi, schiocchi e latrati. Muggiva, ragliava, guaiolava e gloglottava, come se quella poliglossia animale gli fosse del tutto connaturata. Nelle sue ultime settimane di vita, la madre gli suggerì di sfruttare e far rendere l’immane talento che gli era stato donato a risarcimento dell’arto sbrindellato. Parlò con lessico da analfabeta e caricò di pathos le sillabe spastiche, e lì per lì il figlio non colse a cosa alludesse, ma la genitrice era stata per ovvie ragioni la prima a vedere quanto era provvisto di virtù al di sotto della cintola.

Nei mesi a seguire, unico discendente a vantare diritti sulla catapecchia, il mezzuomo si decise a continuare le attività di famiglia. Assimilato alla vita animale, prese a lavarsi e a vestirsi sempre meno, ma in qualche modo mandò avanti il casolare. Anche quella mattina girava per casa ignudo quando arrivò la cliente che aspettava, una milfona distinta che amava il latte candido e fresco, appena munto e se possibile da suggere direttamente alla fonte. Pirro si gettò addosso pochi stracci laceri e non bastevoli, così che il batacchio che teneva in mezzo alle cosce rimaneva in bella vista, catalizzatore di sguardi. La donna, di un’eleganza che strideva con quel bucolico fetore, le unghie smaltate e lucide oltremodo, non poté resistere al richiamo della foresta pelvica dello zotico, e si approssimò sempre di più a quel lungo affare pendulo fino a sfiorarlo, toccarlo, prenderlo energicamente in mano. Un sospiro profondissimo simile allo sbuffare di un cavallo o di una locomotiva segnalava che quelle cure erano gradite eccome, anche se prima di allora mai le aveva sperimentate. Dal groviglio di corpi che ne seguì, con le carni sode e bianche della tenebrosa giunone che si amalgamavano al pelo corvino di Pirro, sortì fuori una bestia finalmente umanizzata, consapevole di sé e delle sue doti formidabili. L’abbarbagliante accalappiamaschi lasciò un compenso extra al giovane manzo per il generoso lavoro di lombi, e andandosene si chiese quanto avrebbe resistito prima di tornare nell’alcova.
Lo stolido zappaterra, nudo e impastato di sudore e fieno, realizzò che il mercimonio del suo corpo, il castigo del suo manganello, poteva essere piacevolissima fonte di reddito. Ringalluzzito dalle endorfine, si disse che forse avrebbe dovuto darsi un aspetto più consono, nel caso si fosse presentata qualche altra cliente desiderosa di saggiare la specialità della casa. Il petto e la schiena villosi necessitavano di una ripulita profonda, e stupidamente credette che fra gli attrezzi che usava nella potatura ci fosse qualcosa di adatto al suo scopo. Prese in mano roncola e pennato, ma passandoli sulla pelle ottenne solo un’emorragia copiosa, urla e imprecazioni in cui divinità e animali da cortile si affastellavano in un ululato uniforme.
Complici in egual misura il passaparola soddisfatto e le malelingue striscianti, la sua minchia titanica, materializzazione concreta della regola della L, divenne il trastullo erotico delle donne di tutto il circondario. Appagate, ritornavano e suggerivano alle amiche più strette di provare quell’uomo strano e inguardabile, ma così dotato da cancellare ogni remora.

Un giorno al casale venne un impunito che avrebbe fatto la sua porca figura come comparsa di qualche scrauso telefilm sudamericano. Non era un cliente, ma un galoppino del boss Nuncepensà – un intercalare più che un soprannome – e voleva spiegargli come funzionavano le cose al mondo. Le voci correvano, le invidie volavano, e s’era venuto a sapere che le prodezze del suo membro gli fruttavano cifre mirabolanti. La malavita ne era molto lieta, perché prosperava dove si facevano affari. Chiedevano un obolo simbolico, assicurò, per lasciargli svolgere il mestiere in tranquillità. Capita l’antifona che lo sgherro stava intonando per estorcergli il pizzo, Pirro rispose mulinando a mezz’aria il braccio sformato prima di accanirsi sul malcapitato, che rimase a terra mezzo morto e mezzo vivo. Era la violenza paterna incamerata negli anni come un riflesso, la sua reazione a ogni forma di prevaricazione. Il lacchè, col volto insanguinato e un serio rintontimento, si rialzò a fatica e se ne scappò.
Quando l’indomani tornò – quasi irriconoscibile, tanto le randellate gli avevano cambiato i connotati – si accompagnava a dei signori vestiti vergognosamente bene, un’epifania così inedita da portare già a prima vista un carico di cattive notizie. Nuncepensà, malgrado le plastiche facciali multiple e la scarsa propensione ad apparire in pubblico, era un volto noto a tutti. La pingue fisionomia era completata da una panza prominente, capelli appena un po’ imbiancati nella zona delle tempie, andatura sciancata. Col passo di un magnaccia assassino si avvicinò al portone e tuppiò sonoramente, trascinandosi dietro il proverbiale alito da sanguisuga. Senza tante cerimonie, i malecarne portarono via a Pirro il cane prediletto e gli diedero tre giorni di tempo per meditare. Nuncepensà sarebbe tornato da solo a restituirlo, ad ascoltare la risposta e a riscuotere la prima rata del pizzo.
L’appuntamento si svolse di lì a settantadue ore, come stabilito. Il bifolco si riprese il suo bull terrier, emaciato e impaurito dopo la triste detenzione. Disse che accettava la proposta, provò a restituire il tono di voce di un uomo docile, ostentò calma e rassegnazione. Quella di Pirro era una recita che preludeva a una vendetta torbida.
Quando si spostarono nella stalla per accordarsi sul lato pecuniario della faccenda, Pirro lo percosse con una bastonata secca alla nuca, e quello cadde come corpo morto cade. Mutata espressione in maniera subitanea, si mise il corpaccione sulle spalle, dando saggio dell’insospettabile forza che gli permetteva di bilanciare lo squilibrio di peso. Fiondò l’essere esanime su un tavolaccio, lo spogliò e lo legò mani e piedi. Quando rinvenne, sbraitò Che c’hai in testa, pezzo di scimunito?
Il villano frattanto pigliò le tronchesi che usava per lavoretti d’ogni sorta. Amputò i pollici al malcapitato, che si contorceva e sacramentava, e cominciò l’arringa parlando con quell’idioletto tutto suo, vertiginoso caleidoscopio di mezze parole e giambi incoerenti che solo un matto avrebbe potuto tentare di decifrare. L’abbuffata di violenza, combinata al trionfo di consonanti salivose, si manifestò in maniera randomica, come pura improvvisazione. Col coltello incise alla base del naso per asportarlo – una volta finito, Nuncepensà non avrebbe più saputo come fare a pippare! –, col rasoio lavorò di fino lo scroto, recise i vasi sanguigni ed evirò il bastardo. Lo sguardo del mammasantissima diceva che si era pentito della leggerezza commessa, capì che mai il selvaggio gli avrebbe perdonato il sequestro del cane pulcioso e si rassegnò, sperando che la morte se lo andasse a prendere in fretta. Il sangue scorreva come vino sfuso a una sagra paesana, Pirro non poteva tergiversare. Finì il poveraccio ficcandogli in bocca l’arto sinistro e pestando a mo’ di mortaio. Lo asfissiò. Passata la sbornia, ammirò a lungo la cruenta opera surrealista prima di decidersi a ridurre il corpo in pezzi più piccoli. Sicuro che nessuno avrebbe mai trovato la testa, diede alle fiamme un sudario coi nudi resti di quello che era stato il temuto criminale.
Quando la sera si mise a letto in cerca di requie, sapeva che non sarebbe riuscito a pigliare sonno. Sentiva un fuoco animargli il basso ventre, un’erezione priapesca che segnalava eccitazione per quell’atto truculento, o forse semplice voglia di ricominciare con le copule disinvolte. Mentre si menava l’arnese, gli parve che da un punto imprecisato della stanza affiorassero le parole che Nuncepensà aveva pronunciato al colmo del delirio indotto dalla tortura: Uccidimi, animale, che ‘sta vita infame ha stufato pure me.

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