Kintsugi

E poi c’era il fatto che eravamo due brave persone. Nei confronti degli altri, intendo.

Mia moglie lavorava in un centro di balbuzie, io per una società che testava la sicurezza di strumenti da cantiere. Avremmo potuto fare anche lavori diversi ed essere comunque delle brave persone, ma insomma. Voglio dire: io conoscevo i suoi principi e lei conosceva i miei. Eppure, eravamo diventati specialisti nel farci del male. Da non crederci. Come quella volta che stavamo ascoltando la nostra canzone e lei mi disse che non andava più bene. “Neanche quella” dissi io, e fu l’inizio di un altro collasso. Tutto in quei momenti, fra me e lei, sprofondava sotto ai nostri piedi – l’intesa, la complicità, l’ironia, l’intimità – e restavamo solo noi due. Potevamo andare avanti così per settimane, a quel punto i nostri principi non ci servivano a niente.

Ma non quel giorno. Era il nostro anniversario e avevamo deciso di fare una tregua. Non ce lo eravamo proprio detti, e questo era un altro dei nostri problemi. Ma una tregua ce la meritavamo entrambi.
Avevo comprato un vaso di ceramica riparato con l’oro. Avevo letto di questa cosa del kintsugi e mi pareva che avesse un valore simbolico che faceva al caso nostro. La verità era che non mi piaceva un granché, quel vaso. E un’altra verità era che riparare ciò che si era rotto tra noi era più difficile che sistemare pezzi di ceramica. Ma tant’era: avevo lasciato il vaso nel bagagliaio dell’auto e glielo avrei dato quella sera.

Mia moglie era dentro a un negozio in cerca del suo regalo. Io facevo avanti e indietro per la strada, giravo l’angolo e tornavo per vedere se avesse finito. Un po’ guardavo attraverso la vetrina, un po’ cercavo intorno qualcosa da fare. Avevo già preso il caffè, mangiato un piccolo panino e letto il giornale. Il fatto era che mi sentivo fuori posto, perché era un giorno infrasettimanale e avrei dovuto essere al lavoro. Invece mi trovavo in una via centrale di Firenze, la città del nostro primo appuntamento. La conoscevo appena, quando le chiesi di uscire insieme. Ignoravamo il male che avremmo imparato a farci. Prendemmo il treno di prima mattina, era una bella giornata, lei indossava una maglietta attillata con piccole ali disegnate dietro al collo. La portai a una mostra. Finsi di trovarla per caso, invece sapevo che c’era e mi ero preparato sugli artisti che ci esponevano. Da non crederci. Ben diverso che lasciarla in un negozio a scegliersi il regalo per l’anniversario.

Ho imboccato una via secondaria per evitare una comitiva di turisti e l’ho percorsa avanti e indietro. Un piccione malconcio mi è passato tra i piedi e poco è mancato che non lo pestassi. Incespicava a ogni passo ma proseguiva ostinato per la sua direzione. Mi sono guardato intorno. Proprio da quelle parti, il giorno del nostro primo appuntamento, incontrammo un ragazzo, credo fosse americano, che portava un serpente sulle spalle. Gli camminammo vicini, incuriositi, per un bel tratto, finché mia moglie lo fermò e gli chiese: “Quanto lo hai pagato?”. Il ragazzo le rispose, io invece risi – con tutte le cose che poteva chiedergli, pensai – e lei mi disse: “Che c’è?”

Quel ricordo mi ha fatto venire voglia di stare con lei. Forse servivano proprio a quello, gli anniversari.

Sono entrato in un negozio di cappelli foderato di legno e con un buon profumo nell’aria. Era un bel posto in cui rifugiarsi. La commessa era una donna anziana dai capelli lunghi e grigi acconciati con una spilla vistosa. Sul bancone d’ingresso, di legno anche quello, erano appoggiati una decina di cappelli con le loro confezioni. Mia moglie era l’unica cliente, in quel momento, e il negozio era tutto per lei. Provava un modello color cammello e si guardava allo specchio. Quando mi ha visto, se lo è sistemato sulla testa e allora è stata ripresa dalla commessa: “Non così, è troppo schiacciato; così”. Lei ha posato davanti allo specchio e ho visto che per un attimo si è imbarazzata, come se non sapesse quale postura assumere.

Ti sta molto bene” le ho detto. Le stavano sempre bene, sia i cappelli che gli occhiali. Più in là, ancora nello scaffale, ho notato un modello dalla forma simile, ma di colore blu e di un tessuto più leggero.

Può farle provare quello?” ho chiesto alla commessa. Neanche a dirlo, alla fine mia moglie era indecisa su quale scegliere, così glieli ho regalati entrambi. Almeno non si lamenterà per il vaso, ho pensato.

Posso sceglierne uno per te?” mi ha chiesto lei “Ti starebbe bene”.

Credo di non aver mai provato un cappello in vita mia”.

Male” ha detto la commessa e ne ha preso uno dallo scaffale. Lo ha tolto dalla cappelliera, lo ha toccato in un certo modo e me lo ha passato. Era una cosa strana, tenere in mano un cappello che non avesse le visiera e la linguetta per regolare la larghezza sul retro.

L’ho preso e ho fatto per posarmelo in testa.

Non così” mi ha detto la commessa. Allora mi ha spiegato come: “C’è tutto un modo per mettersi il cappello”. Mentre lo tenevo sollevato, lei ha preso le mie mani. Le ha mosse come avrebbe fatto con quelle di un burattino, per farmi compiere i movimenti giusti. “Deve tenerlo così” mi ha sistemato la posizione delle dita che lo stringevano “e tirare verso il basso la tesa sul davanti, immaginandosi che dentro ci sia una testa”. Quella cosa mi piaceva. La commessa ha continuato: “Poi deve prenderlo dal davanti, senza schiacciarlo, con tre dita sole, oppure dalla tesa di dietro, se preferisce: così” mi ha fatto provare anche nell’altro modo “e poi metterlo in testa, ma senza schiacciarlo”.

Finalmente indossavo il cappello e mi è sembrato di aver fatto chissà cosa. Mi sono guardato allo specchio. Il cappello era bello, come forma, come tessuto, come colore. Ma io non mi piacevo. Avevo qualcosa che mi disturbava, con il cappello. Mi sono visto più vecchio.

Allora ho pensato a quando ne avrei comprato uno. I capelli avevano cominciato a mancarmi, nel centro, e più che tenerli corti non potevo. Il momento è vicino, ho pensato, ci sono quasi, ma non ancora. Tornerò a prendere il cappello quando non avrò abbastanza capelli da stare senza. Ma per allora, qualcos’altro potrà essere cambiato, ho pensato. Anzi, di certo sarà così, qualcosa sarà accaduto nel frattempo. Davanti allo specchio, mi sono chiesto cosa. Una parte di me avrebbe voluto che mancassero ancora parecchi anni, un’altra, invece, avrebbe desiderato acquistarlo l’indomani, il cappello, per non lasciare tempo ad alcun cambiamento.

Le pareti del negozio si erano fatte più vicine e respiravo a malapena. Quando siamo usciti per strada tenevo due grossi pacchi dalla forma a cilindro. Ho chiesto a mia moglie se le andava di fare qualcosa. “Un altro regalo?” Scherzava, aveva voglia di ridere. “Certo” le ho risposto, ma desideravo fare tutt’altro, con lei: passeggiare lungo il fiume, trascorrere la notte in un posto nuovo, visitare la mostra di un artista che non conoscevamo. Quel giorno e anche quello dopo. Fotografare borghi antichi, come facevo da piccolo con mio padre, o imparare i nomi degli uccelli, andare a caccia di libri rari. Sapevo che tutto quanto poteva finire da un momento all’altro: per due come noi, bastava un parola o un tono di voce. Lei ha appoggiato il suo fianco al mio.

Hai mangiato il tartufo?” mi ha chiesto. Allora l’ho portata al bar dov’ero stato. Oltre ai panini al latte col tartufo, abbiamo ordinato due bicchieri di vino rosso. Avevo ancora un sapore strano in bocca, qualcosa di simile alla paura.

Mia moglie parlava di tutti i cappelli che aveva provato e di quanto sarebbe stato bello alternare i due che aveva preso. Ho pensato di raccontarle del piccione, ma ho temuto che sarebbe andata a cercarlo. Se trovava un animale malconcio, zoppo, ferito, sporco, denutrito, lo portava a casa. L’ultimo era stato una colomba: l’aveva tenuta per venti giorni in una gabbietta. E la gabbietta dentro alla nostra doccia, per non farle prendere la pioggia e il freddo. Da non crederci. Tutta la sua empatia la riversava all’esterno: barboni, animali feriti, famiglie in difficoltà. Per me non ne restava.

In quel momento ho visto il piccione passarci a fianco. Faceva su e giù per il ciottolato. Non c’è stato bisogno di dirle niente. Lo ha visto da sola e si è alzata. Il cameriere ci aveva appena portato il vino rosso e i panini al tartufo. Ho dato un piccolo morso al mio panino, mentre lei frugava nella borsa e teneva d’occhio il piccione. Quando ha trovato quel che le serviva, si è alzata e gli si è avvicinata. Si è chinata, il piccione ha fatto per correre, ma non ci riusciva. Neanche a volare, riusciva. Era una cosa strana: aveva le ali a posto e poteva volare anche senza zampe, ma per qualche ragione non lo faceva.

Mia moglie si è rialzata, lo ha raggiunto, si è chinata di nuovo e questa volta ha anticipato il suo movimento. Con una mano lo ha stretto intorno al collo e alle ali, con l’altra ha tirato via la matassa di fili che gli legava le zampe. Il piccione è volato via. Lei si è alzata ed è tornata al tavolo, stava attenta a tenere le mani lontane dal vestito per non sporcarsi.

Sennò finiva mangiato da qualche animale” ha detto, in piedi, vicino alla sua sedia, al suo vino e al suo piccolo panino. Io avevo finito il mio.

Già”.

Chiedo dov’è il bagno”.

È tornata presto, l’ho vista uscire dal bar e incamminarsi verso il nostro tavolo. Correva quasi. Allora le ho detto: “In macchina ho una sorpresa per te”.

Lo sai che non voglio sorprese”.

Ha solo un valore simbolico, lo vedrai stasera” e ho pensato che avevo sbagliato a dirglielo.

Andiamo via, voglio vedere subito cos’è. Perché se poi non mi piace, mi arrabbio, lo sai”.

Allora le ho detto cos’era.

Eravamo in procinto di un altro collasso. “Puoi dirmi quanto lo hai pagato, almeno?”. Da non crederci, con tutto quello che poteva chiedermi. Allora ho riso.

La sensazione di paura mi stava passando. Ho riso ancora.

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