Il ponte dell’arcobaleno

Addormentarsi è un atto rischioso e già si può dire fortunato chi riapre gli occhi alla luce piena del mattino.

Il corpo è inerte, sommerso nel nulla e resistente a uscirvi. Oggi mi sono svegliato più me stesso del solito. Così me stesso che ho sepolto il mio gatto ma non ho versato una lacrima – sono uno senza cuore. Dove tutti hanno quell’infelice organo tamburellante io c’ho il vuoto. Ma non credete che non faccia male: occorre coprirsi bene quando piove o fa freddo perché l’acqua e il vento fanno arrugginire tutto. I colpi di tosse, poi, suonano metallici e sono causa di enorme imbarazzo per me.
Ho sepolto il gatto in una fossa di venti centimetri, nel mio giardino. L’altro gatto non l’ho più visto, però ha le ore contate: gli ho cavato l’occhio destro. Forse è andato a mangiare dai vicini.

*

Passano i giorni e cambiano le nuvole in cielo. Io mi cambio le scarpe: in autunno indosso sempre lo stesso paio di stivali in gomma antipioggia. Il gatto riposa sotto terra, sono già due mesi. Quando mi siedo sul divano, le forme lasciate dal velluto usurato del cuscino mi ricordano sempre il mio piccolo amato. Devo seppellire anche il divano, il mio amato potrebbe sentirne la mancanza nell’altro mondo.
Scavo una fossa rettangolare, profonda un metro e mezzo; il sole mi scalda la nuca per metà. Poi è tutta ombra: le mie mani, le gambe, le scarpe dello stesso tono del terreno. I binari di polvere che il divano ha lasciato dietro di sé mi riportano a casa. L’ombra del divano è tempio di acari, grumi di polvere e sporco e piccole creature striscianti. Del mio modesto salotto sopravvivono il televisore – un vecchio apparecchio catodico, nero e buffo nelle sue convessità – e qualche umile oggetto domestico. Sopra la tv c’è una sua foto incorniciata in una squallida cornice cartonata. Sul retro, la data: 22/10/1998. Pochi giorni prima che le donassi la vita eterna. Avrà sempre vent’anni.

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Passano i giorni, cambiano le nuvole in cielo, io cambio il soprabito: d’inverno indosso sempre un cappotto lungo e un impermeabile grigio, che mi tengono caldo quando passeggio in campagna. Lei mi ripeteva che a passeggiare in campagna senza un cappotto ci si ammala.
Ho sepolto il mobilio – le sedie e il tavolo –, poi le pentole, le posate, i bicchieri, la sua foto, il mio orologio da polso, i nostri libri. Ho scavato con prudenza, la terra era soffice, ero tutto madido di sudore come il segaiolo che mi spiava dietro le tende dell’appartamento al primo piano. La notte, aprendo il cassetto del comodino, accanto a un numero di National Geographic ritrovo la mia pistola. A malincuore la abbandono scarica alla terra. Danzerà con lei, così che non possa nuocere più a nessun vivo e a nessun morto.

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Passano i giorni e in cielo le nuvole. Io cambio il mio taglio di capelli. Ora li porto corti, con la fila di lato, come un anno fa. Al barbiere chiedo di raccogliere le frange cadute e di metterle in una busta. Arrivato a casa, le infilo nell’enorme cilindro di vetro in cui ho conservato i suoi capelli, raccolti nell’ultimo anno di vita insieme. Guardo il cilindro e vedo due diverse tonalità che non si confondono. I miei capelli tendono al grigio delle strade provinciali, i suoi sono ancora castani, un colore autunnale più vivo del mio. Nel silenzio delle quattro del pomeriggio seppellisco il cilindro.
Adesso non sono più solo. Con la primavera, i vicini sono diventati miei complici. Senza dire una parola, ogni giorno i più disperati mi raggiungono carichi di cose da seppellire. Sono in tanti: c’è chi vuole salvare gli oggetti dal deperimento; chi vuole spedire qualcosa ai morti come si fa con i pacchi postali; chi spera soltanto che un altro essere umano, in futuro, possa raccogliere la sua eredità; chi si prepara ad arredare l’aldilà con la sua roba, senza il timore di accostare oggetti tra loro estranei e colori inusitati. Il professore seppellisce i suoi animali, roditori e insetti silenziosi: vivranno in armonia, perché così avviene secondo le leggi vigenti nell’aldilà, mi dice. Non ci ho mai capito molto di leggi. Ogni mondo, di certo, ha le sue leggi. Posso immaginare che anche l’altro mondo abbia le sue. A chi nega che un mondo esiste non restano che singoli atti disperati.
La vedova, l’ingenua inquilina del terzo piano, ha sepolto del denaro in piccoli mazzi. Spera che quei soldi possano arrivare al marito.
Il giorno successivo ho trovato un grosso buco nel suolo del mio giardino. Lì, dove la vedova aveva sepolto il denaro, c’è di nuovo la terra nuda.

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Passano i giorni e in cielo le nuvole. Io, in terra, me la passo bene. Ho sepolto tutto ciò che avevo. Di qui in poi la mia esistenza non sarà che l’attesa di un’inevitabile morte. Non chiedo a nessuno di essere così drastico. Che ognuno seppellisca il suo. Il letto e un libro dal dorso sfilacciato sono gli unici oggetti scampati al freddo abbraccio della terra. Il libro lo lascerò all’aria aperta, cosicché qualcuno possa leggerlo e amarlo come lo amo io.
Il bel tempo ha guastato la giornata e sono rimasto a letto, scrutando il mio corpo flaccido e ricordando le estasi e i dolori provati quando ero oggetto delle sue attenzioni. Vedo le sue labbra sottili pronunciare le ultime parole e chiudersi, per il resto dei giorni, sul nostro segreto.
Uscito in giardino, scavo vicino all’albero di limoni. La luce è tenue. Scavo, le fauci della pala mordono il suolo rovesciando la terra in un piccolo cumulo a lato. Quando la fossa è abbastanza profonda da potermici calare, mi ci calo dentro, i piedi affondano nella terra. La bara è ancora lì, sorge dalla terra la sua debole luminosità. Scoperchiata, il cadavere è irriconoscibile, un’arancia marcia calpestata da centinai di piedi. Col gomito appoggiato al manico della pala, vomito; mi stendo accanto al suo corpo e dormo con lei. Al risveglio la puzza di vomito mi riempie le narici. Mi rialzo bruscamente col timore di esser visto. Ma non c’è nessuno affacciato alla finestra. Nonostante la primavera, l’aumento delle temperature e la natura in fiore, i condomini sono chiusi nelle loro tane. Lei, ignara dell’alternarsi delle stagioni, avrà sempre vent’anni – le ho dato la vita eterna.
Torno a casa e mi stendo sul letto.

*

In sogno li sento giungere alla porta di casa, lei e il mio gatto. Hanno viaggiato in auto, una vecchia Volvo, lei alla guida, il gatto accanto, in una borsa nera da cui spunta la testa. Ma è soltanto una visita e presto dovrà andare via, un’altra volta.
Se la passano bene, mi sa; io ancora devo abituarmi a parlare da solo, in questo deserto. Mi dice che i gatti se ne vanno spesso e poi ritornano; gli esseri umani, invece, se ne vanno e basta. Mi dice che i gatti, quando muoiono, si attortigliano sotto il ponte dell’arcobaleno e vi restano per l’eternità. Alcuni anziani gli portano da mangiare due volte al giorno e si fermano a giocarci. Poi ritornano a camminare su una lunghissima provinciale, immersa nella nebbia, tra carovane di donne, uomini, bambini e animali. Per ristorarsi si fermano a mangiare in autogrill dove, come accade nel nostro mondo, i pezzi di pizza sono gommosi e le bevande insapori, ma ai più sta bene così. Mi dice che qualche volta organizzano grandi feste per non annoiarsi. Danno fuoco alle carcasse di automobili che nessuno guida più e danzano per ore. All’alba i più giovani raggiungono, abbracciati, il ponte dell’arcobaleno e guardano i gatti giocare tra loro, con i cuori pieni di gioia.

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