La Madonna incoronata

In quel periodo pensavo solo a tornare a casa e mangiare i Mezzaluna sorridenti.

Mia madre volava. Da una parte all’altra della cucina sembrava che i piedi non toccassero terra. In realtà li strisciava insudiciandoseli. Il pavimento lo faceva una volta alla settimana. Papà le urlava di mettersi le pantofole, ma lei non gli dava retta, volava bisbigliando con gli occhi verso le pentole fumanti.

Uscivo alle cinque di pomeriggio con un fazzoletto stretto intorno al collo e un altro, incrostato, nella tasca destra dei pantaloni. Era di stoffa e lo buttavo in lavatrice dopo un mese che lo usavo. Sopra c’erano anche i resti delle mie fantasie da viale notturno.

Una mattina mi svegliarono le Madonne incoronate di papà. Bestemmiava contro il lavandino. Parlava con le gocce che scivolavano giù fino alla ceramica. Era la prima volta che lo vedevo farsi crescere i baffi. Sentiva il bisogno di avere una lunga e crespa peluria scura sotto il naso.

Scesi dal letto e lo raggiunsi in bagno. Ero nudo e avevo la pelle che mi colava da sotto gli occhi, come fossi stato in miniera, con un piccone in mano e la bava che mi schizzava dagli angoli della bocca arrossati da una qualche infezione lurida e invisibile.

Che avevo la testa malata me lo disse urlando.

«Vestiti», mi diceva inneggiando alle Madonne incoronate, agli Angeli in colonna, e alle Mule sacre e impestate.

I sanitari li strofinai per bene con un paio di mutande che trovai dentro la cesta dei vestiti sporchi. Lui rimase sulla soglia della porta a guardarmi con gli occhi socchiusi e le palpebre immobili.

Una volta finito di pulire, si voltò e, respirando solo col naso, prese le scale che portavano al piano di sotto dove mamma stava riempiendo un secchio di acqua bollente e candeggina.

A me piaceva respirare il vapore che usciva dal secchio. Mi sembrava di essere sotto l’effetto di un incantesimo. Solo io ero a conoscenza di certi benefici, credevo. I benefici di uno sguardo mentale distorto, fuori dalla realtà comune. Riuscivo a vedere uomini, cose e animali ricoperti di abiti e pelurie variopinte: gialle, rosse, violacee, blu e grigiastre. Vedevo bombette, cilindri, copricapi da vaccaro statunitense e maremmano, cappelli settecenteschi e, sotto, nobili francesi che amoreggiavano nei bordelli fregandosene di quanto avrebbero potuto spendere per una donna di facili e coloratissimi costumi.

Scesi le scale anch’io e gridai a mamma di non muoversi. Mi serviva aspirare il vapore che usciva dal secchio giallo e bollente. Lei, coi talloni alzati da terra, intonò il ritornello di una canzone anni ottanta, e mi sorride appoggiando la scopa in un angolo della cucina. Il lampadario dondolava. Dopo aver annusato la nuvola d’acqua e candeggina, saltai su una sedia e lo spinsi anch’io con l’indice. Poi mi accorsi che aggrappata a una lampadina c’era una ragnatela, la strappai, annusai pure quella fingendo di sentir puzza di cibo avariato, e andai a pregare in centro.

Uscii dalla chiesa dopo aver annegato le mani nell’acqua dei vasi in marmo. Mi disegnai sul corpo svariate croci invisibili e scesi le scale appena fuori la vecchia porta d’entrata. Una volta in piazza, caddi sbucciandomi le ginocchia. Portavo i pantaloni corti e avevo una gran voglia di imitare i grandi a bere con i gomiti appoggiati al banco, la lingua ricoperta di uno strato biancastro e il pene ritto, in attesa di sbucar dai pantaloni chiazzati di vino.

Non riuscii a entrare. Cedetti alle lusinghe di una vecchia zoppicante. Mi chiese piangente di darle una mano. Le ressi la borsa in pelle fino alla soglia di casa sua: Corte dei Baroni. C’era una Santa incastrata nel muro sopra la porta. Lei mi disse, mentre infilava la chiave nella toppa, che di notte era illuminata. Qualcuno accendeva la candela che aveva tra le mani macchiate di vernice rossa; il finto sangue di Cristo. Mi feci lasciare dei soldi per una bibita.

Papà me li strappò dalla mano non appena mi vide annusarlidi nascosto vicino alla lavatrice in cucina. Guardavo fuori dalla finestra mentre ce li avevo appiccicati alle narici. Non ci rimasi male, e nemmeno mi misi a urlare o a piangere; guardai dall’altra parte del vetro la vicina di casa che, mentre batteva le mani, camminava avanti e indietro parlando col niente e, tra una frase e l’altra, sbuffava.

«Lulù, Lulù, Lulù» diceva.

«Lulù, Lulù, Lulù» continuava mentre io la guardavo trattenendomi dal ridere. Papà diceva che era matta, aveva problemi con gente che non esisteva, li vedeva nelle vicinanze, dietro la porta di casa e in cortile che la infastidivano e le chiedevano soldi o favori. Tutte le mattine usciva scarmigliata e, senza neanche essersi lavata i denti e la faccia, si avvicinava alla finestra della cucina e picchiava le nocche contro il vetro alla ricerca di mamma e della sua inesauribile comprensione. Lei, la vicina, aveva bisogno di una come mia madre; una che non giudicava e che, oltre a volare, accettava tutti così com’erano: storti, zoppi, mutilati, psicotici, ladri, puttanieri, disoccupati e bestemmiatori dalla pelle deodorata. Io, il profumo me lo strofinavo sotto le ascelle tutte le mattine prima di andare a scuola e soprattutto in chiesa, dove gli odori si sentivano di più e davano un gran fastidio alle ragazzine abbracciate l’una all’altra. Se c’era una cosa che mi faceva vomitare era l’odore, quello che usciva dalle bocche sdentate degli anziani e quello di scarpe.

Feci colazione in giardino dopo essermi scaldato del latte, aver preso le fette biscottate dal mobile e aver scelto la marmellata che stava chiusa in credenza. Masticai lentamente, come avevo imparato guardando i film dove stavano sempre a mangiare; mi piacevano gli attori con le bocche piene, i rumori che facevano con le posate sbattute nei piatti, in sincronia, come fossero strumenti musicali o attrezzi ospedalieri; il tutto mentre fingevano di essere personaggi nati dalla mente di uno che riempie la carta di getto, con la testa sdraiata su un tavolo ricoperto di briciole e idee stropicciate.

Guardai i gatti che si rincorrevano tra i fili d’erba, mi alzai con la tazza in mano e il cucchiaio nella tasca dei pantaloncini, e rientrai in casa stando bene attento a non inciampare nel gradino sotto la porta. Mamma aveva lasciato il secchio in mezzo al salotto; non fumava più e l’acqua dentro era sporca e ondeggiava. Usciva un odore diverso da quello che avevo aspirato prima. Decisi di tenermi lontano: credevo, all’epoca, che tramite l’acqua annerita mi sarei ammalato di una qualche grave patologia cutanea o intestinale. Quando diventava dello stesso colore dei pavimenti dovevo stare alla larga.

Lavai la roba, la misi di fianco al lavandino ad asciugare, aprii la finestra per far passare l’aria, e mi trovai davanti la vicina che, non appena mi vide, si voltò di scatto e fuggì verso casa sua; scoppiai a ridere, poi la chiamai, ma niente, scomparve dietro la porta sbattendola ferocemente. Quando vedeva cose o persone che non si aspettava si muoveva come un animale della foresta, d’impulso, le mancavano solo i peli sulla faccia e una lunga e foltissima coda appuntita.

Papà mi prese per un braccio e mi ordinò di stare lontano da tutte le finestre, se avessi avuto bisogno di aprirle avrei dovuto chiedere a lui. Mamma rideva strizzando lo straccio in cortile e svuotando il secchio nel lavandino esterno. I gatti saltarono giù dal noce morente e corsero verso di me per essere accarezzati. Ne presi uno in braccio, ma faceva i versi e tentò di graffiarmi; lo sbattei sul divano inneggiando alle Madonne incoronate di papà, ma ero scarso, non ci mettevo la sua stessa rabbia e convinzione, soprattutto quando tiravo in ballo le Mule sacre e impestate: il mio cuore sembrava sciogliersi, le ossa delle gambe sgretolarsi, la pelle di tutto il corpo tendersi fino quasi a strapparmisi di dosso, le dita dei piedi e delle mani perdere di sensibilità, la pelle sotto gli occhi gonfiarsi e lo scroto dilatarsi come a voler uscire dai pantaloni e strisciare sul pavimento ancora umido.

Pranzammo tutti assieme. Io accesi la televisione e la sintonizzai sul solito canale, il terzo.

La giornalista esordì con «Buongiorno cari telespettatori e benvenuti», «Buongiorno il cazzo», rispose papà. Io mi misi a ridere infilando la forchetta tra gli spaghetti con la salsa; lui mi guardò e, pregandomi di non farlo più, aprì la bottiglia di vino rosso col cavatappi che gli aveva regalato un suo amico con cui si ubriacava spesso al bar.

Abbassai la testa e mi ripromisi di non interrompere più la giornalista che ci inondava quasi tutti i giorni di morti ammazzati in guerra, di occupazione in ribasso e di droga sparsa in ogni provincia: malattia sudicia e invisibile che ti si aggrappava al cervello e non ti lasciava più. Io non l’avevo mai provata ma ne ero incuriosito; conoscevo gente che usciva il sabato e tornava la domenica sera con il viso trasformato e il corpo magro, asciutto, come avesse corso una maratona e, una volta finita, si fosse messo in sella a una bicicletta per andare ancora avanti, fino ai limiti della resistenza fisica. Anch’io volevo andare avanti, percorrere una strada che mi avrebbe portato chissà dove, una strada sulla quale avrei potuto conoscere persone sorridenti come i Mezzaluna, cupi bestemmiatori e alcolizzati come papà, malati di mente come la vicina, gentili come la signora in paese, o amanti di varie e coloratissime sostanze come gli amici che mi sarei fatto.

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