Gandhi

Alcuni mondi sono costruiti su una linea di faglia di dolore. Non recriminare quando quei mondi crollano. Infuriati perché sono stati creati con un destino segnato fin dallinizio.
N. K. Jemisin

Bloccata in uno scantinato che puzza di piscio, con un uomo muscoloso tutto concentrato su di me, il mio corpo nudo, dita che mi accarezzano lo scroto: in altre circostanze mi sarei divertita da morire.
Ora invece forse muoio e basta, senza divertirmi.
Le dita che mi accarezzano le palle sono di una donna. E hanno unghie metalliche affilate. Zuppe del mio sangue. Binaria, accovacciata davanti a me, mi guarda con gli occhi completamente bianchi che fanno capolino dietro i capelli neri. Se anche fossi attratto dalle donne continuerebbe a farmi tremare.
Luomo in piedi accanto a me, invece, mi guarda con la faccia tutta contratta; ha le fiamme negli occhi. «Sei contento?»
Gli faccio locchiolino. «Contenta».
«Contento» ripete a denti stretti.
Premo le mani contro il cemento umido dietro di me, inspiro lodore di urina. «Facciamo entusiasta».
Eteronormo emette un rantolo bollente. «Entusiasto».
«Sì».
Dovrei trattenermi ma mi scappa un sorriso. Lui tende tutti i muscoli e mi si butta addosso. Mi stringe una mano sul collo, mi fa sbattere la testa contro il muro e mi ringhia in faccia.
«Mmm» mugugno a labbra chiuse, mentre con una delle mani mi massaggio una tetta. «Daddy, fuck me» gli bisbiglio.
Quando il pugno mi sbatte sulla faccia sento un crick schifoso. Mentre cado le unghie di Binaria mi aprono una riga bruciante sotto lo scroto, così rimango stesa a terra a coprirmi le palle con una mano e la faccia con laltra.
Mi raggiungono tutti e due. Lei nel suo lungo vestito rosa shocking, lui nella sua canottiera azzurra che mette in risalto spalle e pettorali. Uno che si chiama Eteronormo non dovrebbe indossare una cosa così gay.
Binaria si abbassa per parlarmi. Il suo fiato sa di placenta e vermi. «Perché vuoi farci diventare cattivi?»
Scopro la faccia e uso la mano per sollevarmi dal pavimento mollo, un movimento che fa gridare tutti i tagli che ho sul corpo. «Agente» sospiro, «possiamo trovare un accordo».
Eteronormo ride. «Questa è bella».
«Sono qui disarmato, no?»
Lui alza uno scarpone nero, me lo mette sul petto e mi schiaccia di nuovo a terra. Binaria però gli fa tintinnare le unghie metalliche sullo stinco e lo fa arretrare di un passo. Luomo inizia a muoversi avanti e indietro per la stanza, come se sotto i piedi avesse tanti me da ammazzare.
«Caro» dice la donna. I capelli neri ondeggiano e la sua espressione compare e scompare al ritmo di un pendolo. «Quale accordo?»
Sollevo solo la testa. «Voi mi lasciate andare e io smetto di ascoltare Lady Gaga».
La risata di Binaria è un covo di vermi che si contorcono. «Sei serio?»
«Serissima».
Lei mi appoggia le unghie fredde sulla guancia pesta. Mi mostra i denti bianchissimi e mi arriva addosso una zaffata di putrefazione. Il metallo mi entra nella faccia.
«No, no, no» piagnucolo. «La faccia no».
Binaria ritrae gli artigli, allunga una mano verso Eternormo che le lancia qualcosa. Lei afferra il mucchio di stoffa fradicia e me lo scuote davanti. Gocce di piscio o qualsiasi altra cosa sia mi piovono addosso e invece che piacermi mi bruciano dentro le ferite, intere colonie di formiche in movimento. Mentre cinque punte fredde tornano ad accarezzarmi i testicoli, lei continua ad agitare i miei vestiti, una gonna arancione e un top rosso, o almeno quel che ne rimane dopo che me li hanno strappati. «Rinuncia alla politica».
Ah, che suoni stupidi. Mi sdraio supina, allargo gambe e braccia e ridacchio. «Chi voglio prendere in giro? La faccia me lavete già aperta».
Il pugno di Eteronormo allo stomaco mi fa risalire su per la gola tutto il sangue che ho ingoiato. «Decidiamo noi» dice a Binaria.
Lei lascia i miei abiti, infila un indice sul mio polso e riapre lennesima cicatrice. Dalla pelle escono ricordi di noi tre o di altri loro colleghi, una festa senza musica. Laltro indice lo riserva al mio scroto e con una puntura mi entra dentro, mi strappa un guaito.
«Ultima possibilità» mi dice sorridendo.
Avevo imparato a non piangere. Non avevo imparato abbastanza bene. «Per piacere» è lunica cosa che riesco a dire. Non cè più il pavimento freddo sotto di me, niente più puzza nel naso, né ferro in bocca. Solo il gelo che si fa strada dentro di me. «Non» riesco solo a dire, prima di vomitare. Dalla bocca mi esce una roba gialla e rossa, mi imbratta il corpo, si infila dentro i tagli aperti e brucia e tremo e mi faccio più male. Sto per andarmene.
Binaria ritrae di scatto lunghia. Sento gelo, paura e morte. Nelle orecchie il cuore mi batte incazzato al ritmo di Born this way, ma non serve a niente. Il sangue comunque esce, dallo scroto e da tutti gli altri tagli.
Binaria si abbassa ancora di più, i suoi lunghi capelli neri mi cadono sulla faccia e si impiastricciano di vomito. «Stiamo cercando di aiutarti» mi sussurra. «Vuoi rimetterti la gonna e andartene?»
Annuisco.
«Taglialo» dice Eteronormo.
Binaria allontana la faccia, mi afferra i testicoli e stringe.
«No!» riesco a dire.
«Ti piace il tuo pene, tesoro?» mi chiede lei. La sua voce non striscia più.
Annuisco.
Eteronormo mi accarezza la fronte con una mano ruvida. «Hai visto?» Sorride, il fuoco è scomparso dai suoi occhi. «Non era così difficile» mi rassicura, con un tono morbido. «Andiamo a prendere dei pantaloni?»
Annuisco. Laria odora di borotalco e mi chiedo come mi sia passato per la testa di volermi scopare questuomo che mi tiene per le spalle, cullandomi, come se volesse mettere un bambino a dormire.
Binaria fa una risata sottile che tintinna come le sue unghie. «Andrà tutto bene».

Poi il metallo delle sue mani mi trafigge il petto e mi strappa via il seno.
Torno alla luce, che sia quella puzzolente dello scantinato non importa. Il padre che mi ha appena sborrato al mondo non cè, la madre che mi ha appena partorito mi sta pulendo il corpo nudo con un panno bianco.
Non ho più ferite. Sangue e vomito sono scomparsi, dal mio corpo e dalla stanza. Cè più luce o sono io che vedo meglio? Sono spariti anche i miei vecchi vestiti. Rimane solo la puzza di urina. Se ne andrà anche lei, a breve.
Mio padre rientra nella stanza dalla porta che è nuovamente aperta. In mano ha un completo gessato e me lo porge. Mentre loro annuiscono sorridenti, genitori fieri del loro nuovo figlio, io indosso i boxer, la camicia bianca che aderisce a petto e addome in una linea dritta e tutto il resto.
«Visto?» mi dice mia madre. «Non va meglio così?»
«Siamo fieri di te» aggiunge papà.
Guardo lui, guardo mamma. Cè un buon profumo, qui dentro. Sorrido e, con un sospiro, mi siedo sul pavimento asciutto.
«Rain on me» dico rivolto a mio padre.
Lui scuote la testa, la fronte aggrottata. «Cosa?»
«Niente» gli rispondo con un sorriso. Alzo le mani e loro ne prendono una per uno. «Sapete cosa diceva Gandhi delle proteste non violente?»
«No» risponde mia madre ridacchiando.
Annuisco. «Nemmeno io».
Ho lo sguardo piantato sulla porta aperta e luminosa.
«Luca» chiama papà, «che ti prende?»
«Luca?» domanda mamma, una nota di freddo nella voce.
Lascio la mano di papà, afferro le unghie di mamma e le strappo. Mia madre grida e io ne approfitto per piantare le punte metalliche nella gamba di mio padre. Mentre mi alzo in piedi, Eteronormo inizia a colare lava dalla bocca, intanto Binaria cerca di afferrarmi. Le sfuggo arretrando. La donna mi si butta addosso con una mano sanguinante, luomo si è strappato il ferro dalla gamba e mi viene incontro.
«È Luka con la k» dico, mentre indietreggio.
«Brutta puttana» ringhia lui.
«Puttano, grazie».
«Mi mangerò il tuo intestino» sibila lei.
«Ew, schifo» rispondo, quando sono contro il muro, braccia e mani allargate di nuovo.
Loro sorridono. Lei punta con le unghie alla gola, lui mira con un pugno alla mia faccia. Ma mi scanso di lato e stridono contro la parete. Ora che sono alle loro spalle posso spingerli addosso al cemento e sentirli gemere. Riesco a prendere le unghie rimaste a lei e a infilarle negli occhi di tutti e due prima che possano reagire.
Me ne vado verso la porta. Il calore del sole mi scalda di nuovo la pelle, e sotto il completo sento che tutte le ferite si sono riaperte. I vestiti sono già zuppi di vomito e sangue. Mi brucia tutto, i tremiti mi scuotono da capo a piedi.
Torno indietro, mentre mi tolgo la giacca gessata. La giro intorno al collo della donna che si lamenta e do una ginocchiata allinguine delluomo piagnucolante. Lei annaspa in cerca di aria, prova a colpirmi con le mani ma si agita troppo scompostamente perché possa farmi qualcosa. Mi sta sporcando la camicia con altro sangue, dovrò proprio portarla in lavanderia.
A un certo punto smette di dimenarsi e scivola a terra. Per sicurezza le salgo sopra con entrambi i piedi, uno glielo schiaccio sulla faccia. Poi prendo la testa delluomo con entrambe le mani e inizio a sbatterla contro il muro.
Ho un conato bloccato in gola, sciami di insetti mi infestano le ferite, ma non mi gratto e ingoio il vomito.
«Invece lo sai cosa dice Ariana Grande?» domando. I lamenti e i tonfi sordi si infilano tra una parola e laltra. «This is the part when I break free». Lui non emette più suoni, è solo la sua testa a fare rumore contro il cemento. «Immaginatela con una musica molto pop in sottofondo».
Non replica. Lo lascio e cade a terra accanto allaltro corpo. Che esseri fragili.
Torno alla porta, inspiro lodore di piscio che viene da fuori. «La puttana se ne va entusiasto».

A volte ti tocca.
Gandhi
(O Luka che lo interpreta)

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