La cagnaia gold

Ricordo mio fratello di undici anni guidare di notte, praticamente al buio.
Io ero morto sul sedile dell’altra auto affiancata, ed entrambe le macchine sfrecciavano dritte per la cagnaia gold. Così pensava.Nessun cartello o segnaletica. Nessuna mappa. Lui la immaginava un posto randagio che si spostava vagabondando tra qui e altrove. Un posto che secondo lui era possibile sentire o attirare, non lo so.
Ma fu sicurissimo di dove andare a trovarla e subito.
Seguiva un ululato che dopo lo sparo aveva continuato a sentire nelle orecchie, oltre un fischio continuo. E poco prima c’era nell’aria una canzone che risuonava tra gli stessi muri che avevano vibrato quasi in un’eco vuoto dopo il metallico bang e le ossa rotte. Credo che il disco in sottofondo fosse di Cohen o forse era Reed.
Ora non ho più età, non sono più un bambino. So cose che non sapevo e che non dovrei sapere.
Prima, ad esempio, non avrei saputo dire nulla di quella musica.
Proprio come mio fratello.

La cagnaia gold si infilava in ogni cosa. Gna gna gna… ca. O al contrario, dipendeva dal verso che prendeva la sua lingua.
Mio fratello lo diceva continuamente da qualche mese ma soprattutto negli ultimi giorni, quando lo zio ripeteva qualcosa a proposito della soluzione migliore per il segugio dal muso sempre più lungo e sempre più nero che iniziava a fare un odore che lo rendeva nervoso.
Per come mio fratello aveva usato quella parola, fino a quel momento, mi sembrò strano che di colpo questa cosa avesse davvero a che fare con un posto. Avevo pensato che, come altre che diceva, non avesse un significato ma invece sembrava averne molti. Il segugio però stava poco bene, così diceva lo zio, e quindi doveva andare da qualche parte.
Ca gna ia. Sembrava ovvio che fosse lì. E mentre lo zio parlava di buchi nei muri, per terra e poi di buchi che gli piacevano più di altri (scendendo sotto la pancia e la schiena) io continuavo a pensare sempre alla stessa cosa ossia che non capivo perché per mio fratello la cagnaia, questa cosa o luogo, fosse gold e non altro. Non diceva oro, come non diceva altro, ma gold, come il bollino dorato che si trovava sulla latta del caffè. L’aveva indicato più volte e io avevo letto la scritta non capendo che volesse dire. Da quel momento lui aveva iniziato a ripetere quella parola. E quando usciva la faccenda del segugio insisteva, ma io continuavo a non capire cosa volesse dire e neanche mi convinceva il fatto che, per avere ragione, mi sbattesse quasi in faccia il barattolo di latta. Per me quel barattolo azzurro non rendeva evidente qualcosa e neanche provava nulla. I nostri strani discorsi però duravano sempre molto poco perché, per lo zio, noi due insieme facevamo solo rumore. E in parte lo era, per come le lettere uscivano dalla gola di mio fratello.
Ma se lo zio non era annoiato era arrabbiato o anche peggio; e quando non mi convinceva a stare zitto e fare come diceva lui (come non mettere i pantaloni del pigiama e andare a dormire nel suo letto) mi faceva mangiare la terra a cucchiaiate e io piangevo, piangevo moltissimo. E poi smettevo.

C’era quindi il fatto che il segugio dagli occhi rossi doveva andarsene perché infettato da qualcosa, così diceva zio, e mio fratello diceva subito dopo cagnaia gold, come fosse importante. Sembrava si riferisse a dove si riparava tutto quello che era troppo rotto (e che anche lo zio buttava via, tra i rottami del giardino). Lo pensava pure mio fratello, mentre guidava. E il posto c’entrava sì, ma non come pensava.
Mandarci il segugio strano comunque, allora sembrava logico ma certo non credevo che mio fratello avrebbe provato a portarci me, dopo aver scaricato addosso allo zio la sua fabuchi di metallo, quella con la quale sparava ai topi per divertimento. Era così, tra i topi, che lo zio aveva visto il segugio. Sembrava rovistare tra le cose che non poteva più riparare e aveva gettato via in giro. Era piccolo e lui l’aveva preso perché già faceva paura, diceva. E poi gliene aveva fatta anche troppa. Di mio fratello invece, lo zio non ne aveva di certo e si sbagliava di grosso, visto come è andata. Ma forse avrebbe dovuto aspettarsi qualcosa del genere. A lui non era piaciuto per niente quello che lui mi aveva fatto l’ultima volta.
Mi aveva ammazzato facendomi mangiare troppa terra fino a fare della mia bocca un vaso da fiori.
Mi erano esplose delle radici nella pancia, gli occhi mi si erano sbriciolati. Certi semini, come li chiamava zio versandoli, non germogliavano e ti andavano di traverso. Quel giorno aveva esagerato e poi, visto che ero morto, lo zio mi aveva sepolto in giardino, accanto al segugio. Che però era ancora vivo nella fossa.
Fu per questo e non altro che mio fratello pensò fosse giusto fare un altro buco, ma in testa allo zio.
Dopo lo sparo e la canzone interrotta, mio fratello uscì con la faccia rossa e sporca tra i rottami e iniziò a cercare. Il cane si lamentava e vide il suo lungo muso fuori dalla terra, sempre più lungo. Lo tirò fuori quasi subito e poi, vicino, trovò me. Quando mi vide, sentii che nella sua testa era scattata una cosa strana, quella sorta di ululato acuto che aveva superato il fischio che sentiva nelle orecchie. A quel punto mio fratello mi mise poco a poco nella macchina azzurra accanto e poi salì sul camioncino. La macchina azzurra come la latta del caffè, lo seguì docilmente come avrebbe fatto il segugio che aveva messo sul sedile davanti a dove stavo io perché con il muso lungo, troppo lungo. Come le sue unghie.

Quando mio fratello finì di guidare scese dalla macchina lasciandola aperta. Quella azzurra, che era rimasta attaccata al camioncino per tutto il tempo, alla fine era parcheggiata accanto. Io restavo lì, il cane non abbaiava, ringhiava come avesse avuto la bocca di metallo per flauto. E non c’era aria tranquilla anche se stagnava, come l’odore acido attorno.
Ricordo che mio fratello si guardava attorno confuso, ricordo che c’erano luci lampeggianti blu e rosse. Molta gente e tanto rumore. Poi qualcuno che vomitava. Parole e parole.
E c’era ancora il cortile di rottami, con la mia fossa e quella del cane.
C’era la polizia, l’ambulanza e curiosi che cercavano di vedere qualcosa.
Qualcuno dei vicini doveva essersi molto spaventato dopo lo sparo. E anche se lo zio odiava che la gente non si facesse gli affari propri, io penso che avessero fatto bene a chiamare qualcuno. Mi chiedo solo perché, quando gridavo io, nessuno abbia mai fatto la stessa cosa. Forse… perché alla fine smettevo.
Proprio come poi aveva fatto il cane nero, che però era vivo e non l’aveva presa bene come me.
E per questo tutti cominciarono a urlare più forte. Molto più forte.

Non penso che si capirà molto della storia dei buchi, della cagnaia gold e di quello che successe dopo e certo io non potrò raccontare nulla. Neanche spiegare che il segugio non era tale, con il muso lunghissimo, quegli enormi occhi rossi e le terribili unghie d’oro.
I giornali parlarono di un massacro inspiegabile con un solo sopravvissuto: il bambino quasi muto.
Credo che questa sia una storia di quelle sulle quali, alla fine, nessuno vuol sapere troppo per istinto e tutti cercano di lasciarla in sospeso, sperando si vada a nascondere tra ciò che si cerca di dimenticare. Il fatto è che nessuno vorrebbe conoscere una verità impossibile da credere quindi va bene così come è (o non è affatto).
Mio fratello non capisce bene le cose per come sono per tutti, ma mi voleva bene davvero. So che avrebbe voluto chiedere dove fosse arrivato, alla fine, senza mai muoversi. Era convinto davvero di potermi portare altrove, a riparare, e poi si è convinto di averlo fatto guidando da fermo un camioncino rosso senza più motore e con più pezzi tra i rottami attorno che dentro il cofano. Ma non poteva capire quello che solo lui sentiva e tutto nella sua testa si è confuso.
Sentiva di dover giungere in posto, ma era la cagnaia gold che chiedeva di riportarla dove doveva essere e poi è tornata: tra le cose che non si possono più riparare ma solo buttare. Come qualcosa di mio in giro.
Perché per nascondermi lo zio mi aveva fatto a pezzi. E quell’animale, qualunque cosa fosse davvero, appena tirato fuori dalla mezza fossa dove era finito, si era consolato mangiando ciò che aveva trovato tra i resti di altro.
Non importa. Qualunque cosa fosse, non mi serve più.
Ma so che non mi sarà mai più restituita.

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