Fumo

S’era d’inverno.
Madì piangeva la dipartita d’un altro fotografo.

Le ore gocciolavano tiepide, si staccavano dal bruno dei suoi occhi colando a picco nel fumo della stanzetta e si infrangevano di cristalli le sue ginocchia. Girava tabacco e s’abbandonava nelle cartine di quel misfatto continuamente riproposto. Questo finché i suoi occhi non divennero lune, piene di sale.
La stanza era carica di fumo e non si pretende da un fumatore che abbia un fiuto sottile, quello però era odore di bruciato. Madì si destò cinque volte. Controllò ogni stanza della casa nel dubbio che non fosse lei a bruciare, si affacciò più volte al balcone e fece areare. Puntualmente tornava a calcare il suo angolo di pavimento.
S’era fatta notte e lei selvatica piangeva rovi di more.

Madì viveva e lo faceva in un palazzo, nella nuda quiete contadina di una periferia qualunque. S’era iscritta alla facoltà di fisica, il suo peregrinare studentesco l’aveva spinta molto lontana da casa. Era un anno sperimentale, si prendeva quel che dal cielo cadeva. Fosse almeno stata una da ombrello… Era un posto molto piovoso, di sicuro interesse del centro di osservazione meteo. Lei era un tipo diligente e assai ignorante, studiava costantemente in biblioteca e in laboratorio e con la stessa costanza veniva ogni volta segata agli esami. Madì però era instancabile, tranne quella sera.
Il palazzo era antico, i muri spessi e le porte di cartone. Il suo appartamento era minuto, al secondo piano. La pianta della casa mimava un abbraccio tra le camere che sembrava s’inseguissero intorno. Nel centro di quell’intorno, impertinente l’odore di bruciato aveva appiccato un falò. Solo lì. Una convergenza di arie invero le restituiva gli spinosi argomenti di felpa e di tuta.
Non ebbe a ragionare e aprì la porta di casa. C’era fumo nel palazzo. La notte non aveva ancora scavalcato il giorno e comunque era un problema di second’ordine. Suonò ai vicini più vicini.
“Ma non sentite puzza di fumo?”
“Sì, da un po’”. Rispose Daniel intorpidito.
Un circuito molto corto esplose nella mente di fronte. Madì divenne sorda all’improvviso e di generalesca tenuta il tempo si fece velocissimo. Schizzò dalla parte opposta, senza dare risposta.
Campanello. Pigiama. Uomo.
“State bene?”
“Sì, perché?”
L’odore si stava vestendo di bianco, secche le punte in gola.
Scale. Veloce. Al primo piano nessuno. Aria di niente.
Campanello. Porta. Donna, un “ciao” sospirato. Niente, non si sentiva niente.
Madì restò ferma e allungò un braccio a due metri.
Campanello. Stessa assenza.
Si gettò sull’ultima porta, incollò il dito al campanello, il palazzo ormai era desto.
“Aspetta, non suonare, è tardi”.
L’unica inappellabile aveva ottantatré anni e viveva sola.
Madì bestemmiò così forte da frantumare le vetrate al terzo piano, sul tetto. E bestemmiò ancora e ancora così forte ma così forte che il rinculo spalancò il portone al piano terra creando corrente.
“Ooooh!!! Guardate che a far finta di niente qui la gente muore!”
Giovana, la brasiliana, s’inalberò feroce, urtata da Madì che scuoteva i cieli: le volò addosso percuotendola, accecata a sua volta.
“Un po’ di rispetto!” urlò Giovana.
Il volto di Madì venne arso all’istante da quell’alito di fuoco. Non si mosse ma denunciò dal basso ventre la voce di quell’aggressione.
Il palazzo era spaccato in due dal fumo denso ai piani superiori nonostante la corrente.
Tremava cieca, di rabbia, la voce di Madì.
Era un problema comune, ciò che accadeva nel palazzo ricadeva in ogni casa.
Gli inquilini s’iniziarono operosi.
Madì sedette per terra. Daniel inspirò profondamente le fessure della porta della casa della vecchia, appurò che lì dentro si bruciava. Il vicino di sotto vide suo il coraggio di salire il vuoto da un balcone all’altro.
I ragazzi mantenevano aperte le vie di fuga ingoiando le scale come falchi tra un piano e un altro.
La porta fu aperta dall’interno, finalmente, dal vicino coraggioso; un blocco bianco a mezz’aria investì di fumo Madì seduta sulle scale. Saliva incessante verso la via di fuga più alta, inesauribile.
Sotto quel denso galleggiante, in casa giaceva nel coma di un diabete la vecchina assente, sul pavimento riversa.
Le donne del palazzo prestarono soccorso, chiamarono l’ambulanza e vigili del fuoco, la lontana parente e il proprietario dell’immobile.
Madì esanime rimase a guardare. Svuotata dall’adrenalina e dal profondo distacco vissuto.
Solo la misura s’era ritrovata colma, d’esser misurata ad atteggiamenti compassati.
Vide la vecchina passare, da lontano, dopo un tempo inestimabile, forse ore, forse minuti. La vide passare lucida avvolta nell’argento isotermico, seduta mentre gli infermieri la portavano via sveglia.
La vide parlare di una coperta che sentiva calda sul cuore.
Tutto sommato la comunità s’era adoperata.
Madì rimase stordita, non era sicura di niente.

In quell’anno di esperimenti e di appassionati studi di fisica quantistica Madì non era sicura d’essere bella. Si circondava allora di fotografi. Come avvistava un obbiettivo andava in visibilio.
Daniel e Giovana erano i suoi vicini più vicini: era una coppia giovane, stretta da un lungo legame. Erano brasiliani, cattolici. Le avevano parlato di come la gente sopravvivesse agli inverni senza termosifoni, stretti gli uni agli altri. Daniel era piacevole ed era capitato che Madì gli sorridesse con piacere.
Madì non aveva certezze e perciò tentava. Quell’anno ad esempio tentò la sua fede convocando i dodici apostoli.
I muri del palazzo erano spessi ma le porte lasciavano ampi sospiri.
Oh…
Matteo
Marco
Luca
Giovanni
Paolo

Giovana non la prese bene. S’irrigidì a tal punto che cominciò a mancarle la parola quando s’incrociavano per le scale.
Lei era bella, aveva occhi taglienti, scuri. Un corpo compatto e prosperoso, ben piantato a terra. Si muoveva tutta d’un pezzo, rompeva l’aria di petto aprendo i varchi scavati dalle mille donne della sua stirpe, madri, nonne, zie e zitelle. Donne dai mille occhi che tenevano unite le famiglie, col fresco fruscio delle gonne e la terra aspra sotto le unghie immacolate.
Madì era l’ultima arrivata nel palazzo e la brasiliana l’aveva subito annusata come la carica elettrostatica prima d’un temporale.
Daniel era posato, calzava completi classici, si affidava ai consigli delle commesse, esperte, così da togliersi il pensiero. Era per lui un gran ristoro esserne accudito. Era un uomo per bene. Quando tornava a casa da lavoro, sulle scale, toglieva gli occhiali scuri e così i suoi occhi chiari venivano feriti dai fasci secchi di luce che ancora penetravano dalle vetrate e rompevano la penombra dell’androne.
“Ciao Daniel, bentornato”, gli volse il capo Madì incrociandolo.
Lei si profumava d’ambra, che aveva l’odore dei legni bianchi donati dal mare alla spiaggia.
“Ciao Madì”.
Si rimise gli occhiali e bussò alla porta di casa dove Giovana accorreva premurosa e lo accarezzava con gli occhi, alla vista feriti.
Madì era giovane e inesperta, andava a naso. Aveva vissuto in collegio dalle suore da bambina, e quando lo aveva lasciato s’era tenuta il rigore e aveva svuotato il suo cuore, decisa a riempirlo con tutti i colori che avrebbe incontrato.
Questa sua sospirata libertà di sperimentare le procurava compensi inattesi e scompensi da lasciare appesi.
Un giorno, mesi prima di quella fumante notte, accettò l’invito a una festa in uno degli appartamenti del palazzo. In quel periodo Madì si sentiva un po’ spiantata talvolta, era inverno pieno. La casa dei suoi ospiti però era calda e familiare, godeva di un mobilio leggero e moderno che lasciava alla camera un ampio respiro.
Si misero a giocare a carte, era una di quelle sere che si disponevano a essere ricamate come tele. Madì pescava sonore bastonate dal mazzo, Giovana le scartava continuamente carte imprendibili anche a rischio di bloccare il suo stesso gioco. E dunque non scendeva né l’una né l’altra. Daniel non vi badava.
Gli ospiti avevano unattenzione per tutti ma non è sempre facile indossare le vesti di padroni di casa.
La festa procedeva a cavallo tra l’anno trascorso e quello a venire, l’ora del brindisi fu bagnata dalla neve, sui palmi delle mani, in terrazza.
Madì porse il calice a Giovana che si voltò ferendo il notturno, vestito dal cavallo mentre alato scalciava il cielo sopra la terrazza.
Tornò nell’abbraccio della sua casa poco dopo la mezzanotte, si strinse a una tazza di caldo e salutò la neve che si posava sui tetti, rossi come frutti maturi accanto alla luce calda dei lampioni sopra la fitta maglia della notte. Nel silenzio che sempre porta con sé la neve.
Madì pure, lasciò che nevicasse nel suo cuore, avvolta nel tepore delle coperte s’addormentò.

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