Avernus

José e Bruno si conoscono dal liceo. Bruno è un pezzo grosso nella GDO.
José decide di scrivergli in direct. Ha bisogno di lavorare. Sopravvive grazie a qualche soldo che gli passa la madre. Sta in una palazzina schifa a Licola mare, abitata da prostitute e spacciatori.

Bruno gli chiede il curriculum vitae. José allega il curriculum vitae alla mail e va a letto. Scrolla l’account Instagram di Bruno, fuma erba, si addormenta. Sogna se stesso morto in una cella di un carcere. Il corpo è in putrefazione.

I giorni finiscono l’uno nell’altro in attesa.
Bruno non gli ha riscritto. José lo contatta. Bruno gli risponde di essere molto impegnato con l’apertura di un nuovo supermercato, ma ha letto il suo curriculum e può inserirlo come magazziniere. I giorni diventano settimane e mesi.

Suonano al citofono.
Due Carabinieri sono venuti a fare qualche domanda a José sull’omicidio di Bruno, sulla loro amicizia, anche se José non è tra gli indagati. Lui racconta della loro amicizia ed espone il suo alibi: quel venerdì sera era dalla vicina per il compleanno della figlia. I Carabinieri gli mostrano foto di altri ragazzi che mandavano i curricula a Bruno. Alcuni li conosce, erano amici dal liceo. Chi abbia mai potuto uccidere Bruno, si chiede senza risposta.
Pensa al suo sogno che è diventato ricorrente, lo percepisce come premonitore di un destino crudele.
Rimugina sul proprio passato.

In farmacia incontra Diana, vedova di Bruno. Anche lei la conosce dal liceo. Comprano del Tavor.
Vuoi un passaggio?”
Sì” risponde lui senza esserne troppo convinto.
Diana tira giù i finestrini e accende la radio. “Duplice suicidio a Fuorigrotta, quartiere nella zona occidentale di Napoli”, abbassa il volume al minimo. Mette in moto la Renault e parte. José le indica la strada.
A un certo punto si gira verso di lei: “i Carabinieri sono venuti da me… non c’entro niente, davvero” Diana scoppia a ridere.
Non ne saresti capace” dice, convinta di sé.
Ha ragione, mica sono un uomo d’azione, pensa lui.
Ho visto foto di altri ragazzi che gli mandavano i curricula”.
Le ho viste anch’io. Certi venivano in classe nostra”.
Credi che qualcuno di loro sia l’assassino?”
Figurati, non l’ho neanche pensato”. Diana ha un tono che lascia dedurre un certo distacco dall’intera vicenda.
Dopo un breve silenzio: “Bruno non mi ha mai richiamato per il lavoro” mormora José. “Bruno godeva nel dare false speranze”.
José torna a stare zitto.
A circa duecento metri dalla palazzina: “Che fai tutto il giorno? A parte drogarti”. Gli chiede Diana.
Ho smesso di drogarmi. Sono stato in una comunità”.
Ti facevi di crack?”
Prima di coca, poi di crack”.
Bruno sniffava coca” lascia passare qualche secondo: “Non te l’aspettavi?”
Scuote la testa.

Quando José iniziò a farsi, a vent’anni, Bruno smise di frequentarlo. Erano iscritti a Economia alla Partenope. Bruno si è laureato, José no.

Allora, che fai tutto il giorno?” insiste Diana.
Qualche lavoretto. Oppure vado a pesca. Siamo arrivati”.
Diana accosta al marciapiede.
Sai pescare?”
Lui distoglie lo sguardo.
Sì. Cioè, no”.
Sai pescare o no?”
Mai pescato in vita mia”.
José vuole aprire lo sportello e andarsene al più presto.
È un totale degrado. Lo sa la tua famiglia che vivi qui?”
No. Grazie del passaggio”.
Aspetta. Andiamo da qualche parte?”
Qualche parte…” È incerto: “Non lo so”.
Che vuol dire, non lo so?” Diana ora ha un tono severo.
Va bene. Ma basta domande”.
Ok, ok. Andiamo al lago?”
Un lago qualunque?”
Lei ci pensa, poi: “D’Averno”.

Il cielo bitume rende la superficie del lago nereggiante e ombroso intorno. Passeggiano lungo un canneto, dietro si intravedono dei cavalli.
Tutte le notti sogno un cavallo che tenta di saltare un’inferriata. Non ci riesce. Rimane in bilico, incastrato tra l’inferriata e un albero. Quando mi avvicino per aiutarlo, scopro che è un pupazzo gigante”.§
Diana cambia improvvisamente discorso: “Secondo la mitologia, il lago d’Averno è la porta d’accesso all’aldilà. Enea lo visita accompagnato dalla Sibilla per raggiungere il regno dei morti”.
Ingerisce un Tavor da 2,5 mg.
Vuoi?”
Ho i miei”.

Siedono su una zolla di prato.
Lei si toglie i sandali. Ha le punte degli illici mozzati.
Che ti è successo alle dita?”
Bruno odiava la forma dei miei piedi”.
Per anni mi sono sentito un fallito in confronto a lui. Lo guardavo con ammirazione. Lo stimavo, pensa.
José, hai da fumare?”
Ho l’erba”.
Ingerisce un secondo Tavor da 2,5 mg.
Cinque tiri e gli occhi di lei cominciano a sballarsi.

Una vecchia e un vecchio, ben vestiti, passano davanti a loro e li osservano sospettosi. L’uomo borbotta qualcosa, la donna gli dice di stare zitto e camminare.
Con delle forbici ho distrutto tutti i miei vestiti”, ride isterica: “Non ho che questi pantaloni e qualche maglietta”. Rovescia la testa all’indietro.
Hai bisogno di nuovi vestiti?”
Diana scrolla le spalle. Piange.
Tra mezz’ora ho un appuntamento”. Si alza. I piedi le sprofondano nell’erba: “meglio andare”.
La sera torna il sogno ricorrente, ma qualcosa è cambiato. Il corpo di José in putrefazione è scomparso dalla cella. Ora vede un cavallo galoppare attraverso una finestra. Si sveglia, è l’alba. Va a farsi un caffè. Vuole riflettere sul sogno e non ci riesce. Intanto che aspetta il caffè salire, il ricordo del sogno svanisce sopraffatto dal desiderio di rivedere Diana.

La mattina, verso le undici, Diana va da José.
Hanno arrestato l’assassino di Bruno. Uno a cui aveva promesso un lavoro da magazziniere. L’uomo si è costituito, ci tenevo a dirtelo”.
Non sono più tra gli indagati”.
Non lo sei mai stato, José”. Fruga le chiavi della macchina nella borsa: “Ciao”.
Ciao”.
José la guarda infilarsi nella Renault, spera che lei torni indietro. Non succede. José sente che dovrebbe fare qualcosa. Mica sono un uomo d’azione, ripensa.
Il resto della giornata la trascorre a bere birra e a vagare. Prende via delle Colmate e raggiunge la pineta sotto al monte di Cuma. Si accascia a un albero e rimugina sul proprio passato.
Vede un uomo a cavallo e decide di andarsene. Prova odio verso quell’animale. Si mette su via delle Colmate. Una A1 a momenti lo investe. José raggela.
Ingerisce un Tavor da 2,5 mg.
Prende il cellulare dalla tasca dei jeans, vorrebbe telefonare Diana, non ha il numero. Va su Instagram, cerca il suo account, non c’è.
Mezz’ora dopo è davanti al palazzo di Diana.
Il portiere dietro al gabbiotto legge un opuscolo della chiesa.
Diana D’amico”. L’uomo accenna a un sorriso, poi torna serio.
La signora non vive più qui”.
José scappa dall’androne. Desidera tornare alla pineta e impiccarsi a un albero con la cinta dei pantaloni.
Ingerisce un secondo Tavor da 2,5 mg.
Il cellulare gli squilla, è la sua vicina di casa.
José, ciao. Sono Arianna, puoi tenermi la bambina questa sera? José? Mi senti?”.

1 Reply to “Avernus“

  1. Strappa via faccia e addome, questo racconto. Senza maschere e protezioni fa vedere con occhi lucidi, disillusi, disperati. Persone e città divisi e uniti, un racconto intenso che emoziona tanto e lascia una sensazione indefinibile. Bravo Roz, come sempre, complimenti.

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