Golgota

Figli miei, abbracciate la croce e asciugate le ferite di chi è piagato.
Prendete la […] croce e incamminatevi per la via.
(San Leone Magno)

La cittadina del Sud in cui sono nata è solo un piccolo comune della provincia più a est d’Italia, ma abbiamo più o meno tutti i servizi essenziali – incluse le scuole e il distretto sanitario – proprio come la città.
Al paese siamo novemila anime e ci conosciamo tutti; non è presumibile che un occhio non veda o un orecchio non senta, perché si viene a sapere tutto. Io, ad esempio, quando ho preso la buonanima di Tommasina, la mia prima gatta, non lo avevo detto a nessuno, ma qualcuno mi aveva vista al negozio per animali di via Togliatti e lo aveva detto alla panettiera che aveva chiesto conferma a mia madre. Sapere sempre tutto è un discreto collante sociale quando uno passa un guaio e ha bisogno di una mano, ma toglie anche i freni alle malelingue di certe pizzoche.
Quanto a me, io vedo con chiarezza le brutture del mondo e la sofferenza di tanti poveri cristi. E vedo anche le contraddizioni di questa terra bellissima e crudele.

Io sono Imma, Immacolata, e sono una mediatrice. Nel mio lavoro ho imparato ad ascoltare molto e a cercare un compromesso che soddisfi le parti. Insomma, io di mestiere risolvo i problemi degli altri e mi impegno a trovare una soluzione a tutto, e credo che quest’ultima sia sempre possibile, o almeno lo credevo fino alle tre del pomeriggio di quel venerdì di aprile, quando mi trovavo sul Golgota.

Quel venerdì, all’alba, mi giravo e rigiravo nel letto, senza pace.
La luce artificiale, quella che filtra dalle persiane che lascio socchiuse perché ho paura del buio, il Comune la stacca ogni mattina alle sei e mezza in punto. Quel venerdì, ho guardato il soffitto e le pareti – e ho contato i segni delle zanzare morte ammazzate sul muro, dodici – fino a quando i lampioni non si sono spenti e la campana della chiesa non ha preso a rintoccare la missa prima.
Ho infilato le ciabatte e sono andata in cucina a preparare la moka. Il tempo che il caffè impiega per uscire dalla macchinetta scandisce una serie di riti mattutini imprescindibili: riempire la ciotola del gatto, fare una pisciata veloce nel bagno piccolo e accendere il portatile. Poi, mentre quello si avvia, io bevo il caffè e sono pronta.
Mi sono seduta al tavolo e, per prima cosa, ho spulciato le mail. Fattura del gas. Passo. Zalando Newsletter. Non c’ho una lira, passo. Complimenti! Hai vinto un iPhone X, scopri – e qui il testo dell’anteprima si interrompe; questa la elimino casomai è un virus. Saluti dal Pakistan :-). A giudicare dall’oggetto, questa mail è di Hamed, l’amico architetto, e così l’ho aperta e ho visualizzato le foto in allegato. C’è lui con i suoi fratelli di sangue, le montagne pakistane e la neve. Prima di conoscere Hamed e la sua storia – ne avevano parlato tutti i giornali e le tv locali – io non sapevo che in Pakistan ci fosse la neve. E, in generale, non è che sappia chissà quanto sulla neve e sulle montagne, perché vivo e ho sempre vissuto in una terra di sole e di mare. Ho risposto alla mail con le emoticon sorridenti e ho inoltrato a mia volta una mezza dozzina di foto che avevo scattato sulla scogliera e tra gli ulivi.

Mentre i miei pensieri rincorrevano sulla neve gli stambecchi di Hamed, il telefono ha iniziato a vibrare. L’ho afferrato, ho letto il nome sullo schermo e sono stata tentata dal non rispondere; oppure avrei potuto farlo per poi fingere un guasto al microfono e riagganciare. Invece, mio malgrado, ho lasciato scorrere l’indice della mano dal centro schermo verso destra, ed è apparso sul display il timer della chiamata.
00:01.
«Buongiorno, bellissima» mi ha detto quello, tronfio, prima ancora che riuscissi a dire sì pronto?, come vorrebbe il galateo della conversazione.
Non mi ha neanche lasciata replicare buongiorno, e ha continuato «Senti bella, non ce la faccio alle dieci. Tu e coso del Burundi… Mustafà?»
«Amadi» l’ho corretto, e mi sono morsa la lingua per non bestemmiargli i vivi e i morti. Oltretutto, Amadi era originario della Nigeria.
E lui «Sì, quello negro».
Il tono di sufficienza con cui aveva scandito quella parola, ne-gro, mi ripugnava e mi faceva torcere le viscere. Mi sono morsa la lingua così forte da sentire il sapore del sangue in bocca.
«Guarda, perché sei tu, potete venire verso l’una… anzi no, le due, sì le due. E poi non dire che non ti penso, sai?»
Ho finto di non cogliere la frecciata. «Perfetto Rocco. Grazie. A dopo».
«Ciao bella bionda».
Io, mediterranea, scurissima, con i capelli color catrame.
Una chiamata di trentatré interminabili secondi. Trentatré come gli anni di Cristo.

Lo stai facendo per Amadi, mi sono detta. E me lo sono ripetuta anche quando ho scelto i jeans attillati e la camicetta aderente che avrei indossato quel giorno.
Rocco Miglietta, il proprietario dell’omonima azienda oleovinicola, mi repelle. Mi repelle più di chiunque altro in paese. È un uomo di mezza età, ricco, ricchissimo, porco, razzista e tendenzialmente ignorante. I titoli di studio – dice il paese e io gli credo – i suoi glieli hanno comprati con le damigiane di vino e le lattine di olio. L’oro rosso e l’oro giallo. Rocco Miglietta è il tipo d’uomo invischiato in affari loschi, quello che parcheggia il Suv sul marciapiede e si spertica in apprezzamenti – a volte velati, altre espliciti – non richiesti. E nessuno gli dice mai niente. Neanche io. Quell’uomo, che mi repelle più di chiunque altro in paese, mi serve per rimediare un lavoro ad Amadi.
Mediare è la mia missione, il mio mestiere, cercare un compromesso, venire a patti. Il fatto di trattare con Rocco Miglietta, però, mi costerà almeno una seduta dallo psicoterapeuta.

Per arrivare a casa di Amadi, che abita nel centro storico, ci vuole solo qualche minuto, perché nel paese le distanze sono pressoché nulle. E quindi faccio prima a piombargli in casa per dirgli che il colloquio è posticipato che non a telefonargli.
Le viuzze del centro storico si dipanano da una strada a forma di anello, l’anello Gramsci. Attraverso sulle strisce pedonali che partono dal Bar Centrale e, una volta superato l’anello, imbocco via Chiesa. Tre portoni più in là sul lato sinistro, incontro un signore con la faccia di cartapesta, seduto su una seggitieddha di paglia. Sta davanti casa sua, immobile, con lo sguardo perso in chissà quale vuoto. A cosa pensi, Giovannino mio?
«Come andiamo, Giovannino?» gli dico, e gli sfioro appena una spalla.
Non mi sente. Riprovo.
Esita un poco, poi «Sciamu boni. Tie? Sireta?»
Mio padre, buonanima, è morto dodici anni fa.
«Tutti bene» dico. Tanto, tra cinque minuti avrà dimenticato quello che mi ha detto. Tra dieci, pure di avermi vista.
Quando avevo saputo che Giovannino – che oggi ha ottant’anni – si era ammalato di Alzheimer, ho fatto una ricerca su Google per capire come funziona la testa di queste persone, che cosa si spegne e che cosa resta acceso. Ovviamente non ci ho capito niente.
Però Giovannino, nonostante tutto, sa chi sono. E forse lo sa meglio di me. Perché è lui che mi ha spronata in tante cose, da piccola e da grande. Mi suggeriva sempre di fare come i muretti a secco che delimitano le nostre campagne. Quei muri, diceva, non sono comparsi dall’oggi al domani, per grazia di Dio. No. Il proprietario di una campagna, ogni volta che tracciava il solco nel terreno e trovava un pietrone, lo impilava al margine del fondo; prima uno, poi cento, mille, un milione, e si formava il muro.
Così, col tempo, sono diventata pure io caputosta come i pietroni e i muretti.

«Ti ho riconosciuta dalla voce, ciao maestra». Era Amadi, che si era affacciato sull’uscio della corte. Il suo italiano era diventato molto buono e potrei persino giurare di aver percepito una leggera inflessione dialettale nel suo accento.
Amadi era arrivato in Italia tredici anni fa, a Firenze, perché titolare di protezione internazionale, l’ex programma SPRAR se il cervello non m’inganna; poi, aveva conosciuto una ragazza di qua e si era trasferito. La loro storia è finita quasi subito, ma Amadi è rimasto.
Sono stata la sua maestra di grammatica quando voleva prendere la terza media, e lo sono tuttora che sta per diplomarsi in ragioneria.
Io, di mestiere, faccio la mediatrice a progetto e l’insegnante di italiano part-time, e il sabato sera anche la cameriera alla “Sacrestìa”, il pub alle spalle della chiesa.
«Rocco ha detto che ha un impegno e ha spostato il colloquio alle due. Noi ci vediamo per le due meno un quarto, va bene?»
Amadi ha socchiuso gli occhi e si è portato alla bocca la mano sinistra chiusa a pugno, battendo dei colpetti leggeri. «Maestra, se mo’ hai tempo, andiamo a pulire le strade, per quella cosa di Beppe e Anna, che dici?»

Amadi stava mettendo in pratica i precetti del “circolo virtuoso”: era stato aiutato nel momento del bisogno, e adesso voleva ricambiare il favore e fare qualcosa per gli altri.
Beppe e Anna portano avanti un progetto di plogging, che consiste nel raccogliere i rifiuti mentre si corre o si cammina. Amadi c’era quella sera alla Sacrestìa, quando Anna ne stava parlando.
Anna, la rossa. Anna, la pasionaria. Eravamo due figlie diverse della stessa rabbia: io pascolavo le parole e lei allenava il braccio – e qualche volta lo armava pure.
Una sera, quando al Comitato si parlava della questione femminile, Anna aveva detto: «La verità è che qua siamo prima di tutto dei poveracci, tutti quanti. Prima di parlare di emancipazione femminile, la signora» – e si riferiva a una borghesuccia del Nord che esortava le donne a risolversi nella vita, proprio come aveva fatto lei che i soldi, però, ce li aveva – «dovrebbe sapere che noi ci emanciperemmo pure, studieremmo pure, se non ci avessero rubato il futuro e tutto». Le parole di Anna continuavano a tornarmi in mente, anche quella notte, e non mi lasciavano dormire. Aveva ragione lei: qua, prima ancora di essere donne, siamo poveracce. E poveracci. E se non ci aiutiamo nemmeno tra di noi è la fine.

«Ho tempo. Andiamo verso il Golgota» gli dico.
Amadi corre in casa a prendere i sacchetti e i guanti di lattice, e siamo pronti per partire.
Faccio per tirare dritto e spaccare il centro storico, quando Amadi mi ferma perché preferisce fare il giro largo. Ci sono tanti palazzi e Amadi li guarda tutti estasiato.
«Sai maestra, questi palazzi mi emozionano perché sembrano vivi, parlanti. A Firenze mi sembrava tutto finto… freddo» mi confida.
Non ci avevo mai pensato. I palazzi che piacciono ad Amadi sono fatti di pietra leccese, una pietra porosa, vissuta, vivente, calda, e a modo loro raccontano la storia di questa terra imperfetta. Una storia di fatica e di abnegazione, come la faccia di cartapesta di Giovannino.
Non dico niente, ma gli sorrido e mi metto a guardare i palazzi e il cielo. È una bella giornata.
Arriviamo nel punto in cui le case del centro abitato finiscono e si apre la campagna. Raggiungeremo il Golgota – che è un’altura appena fuori dal paese – passando per uno stradone.

L’azienda di Rocco Miglietta si trova lì vicino: saremo lì alle due, dopo aver raccolto le cicche di sigaretta, le cartacce e la plastica. Come promesso a Beppe e Anna.
La strada che si apre davanti a noi è una lingua di asfalto che taglia in due la campagna. Ai lati di questa strada corrono i muretti a secco di Giovannino e due file di querce, una per lato. Io mi occupo di ripulire il lato sinistro e Amadi quello destro.
Mentre sono piegata a disincastrare una bottiglietta che qualche buontempone si era premurato di ficcare tra due pietre, sento un tonfo sordo, mi giro di scatto e vedo Amadi e un altro uomo a terra.
«Quella grandissima puttana di…» dice l’uomo e non conclude la frase.
È Michele Russo.
«È tutta colpa vostra che ci rubate il lavoro» ringhia.
«Ou! Che succede?» grido io e mi affretto a raggiungerli.
E lui, rabbioso «Questo qua mi è venuto sopra e mi ha buttato a terra apposta!»
Amadi resta muto.
Per poco io e Michele non arriviamo alle mani.
«Ma cittu!» gli faccio «Vi siete solo scontrati, tu uscivi dalla contrada mentre lui andava dritto». Aiuto Amadi a rialzarsi, e continuo stizzita «Stai nervoso, Michè? Ti serve qualcosa, Michè?»
«Nu capisci nienti» mi fa, e scappa via.
«Lo devi scusare, non è cattivo, c’ha solo i problemi suoi» rassicuro Amadi.

Io, Michele Russo non lo capisco. Ha passato guai grossi e ha problemi con la giustizia, questo è vero, ma non si lascia nemmeno aiutare da nessuno. Non parla, non chiede, non vuole una mano.

Io e Amadi continuiamo la passeggiata ecologica e saliamo sul Golgota.
Il posto non si chiama davvero Golgota. Ma, dal momento che nel terreno sono piantate tre croci a grandezza d’uomo, mi ricorda il monte della crocifissione di Gesù. Le tre croci, infatti, servono per la Via Crucis vivente del Mercoledì Santo. Oltre a quelle, però, ci sono tutti i tratti tipici della campagna salentina: gli ulivi, le pale di fico d’India, i furnieddhi. Nel mezzo dell’altura troneggia anche un grosso albero di fico.
Il telefono vibra. Lo prendo dalla tasca e sul display vedo la notifica di un messaggio.
“Anzi venite mo’”.
È Rocco Miglietta che sta facendo il bello e il cattivo tempo. Si crede il padrone di tutto.
Dal momento che siamo già lì, Amadi mi assicura che va tutto bene e che non devo arrabbiarmi.
Allora scendiamo dal Golgota, e con la coda dell’occhio vedo Michele Russo, fermo impalato sotto all’albero di fico. Forse era salito per raccogliere qualche frutto o le verdurine spontanee.
Giriamo a destra e dopo poche centinaia di metri siamo all’azienda di Rocco. Prima di entrare, slaccio il primo bottone della camicetta. E poi anche il secondo.

Amadi e Rocco Miglietta vanno a parlare in ufficio. Gli deve fare il colloquio da solo, ha detto Rocco. Un colloquio per andare a raccogliere le olive! Ma è lui il padrone e al padrone nessuno dice mai niente. Mi riabbottono la camicetta.
Il rumore in sottofondo è molto forte: i macchinari devono essere a pieno regime produttivo.
Mi accomodo nel salottino di cortesia e prendo un depliant dal tavolino, per ammazzare il tempo. Lo guardo: in copertina c’è una donna giovane e bella, con un sorriso a trentadue denti; la didascalia dice che in questa terra siamo sempre felici. È una menzogna, e il sorriso plastico della modella è grottesco. Qua ridiamo quando c’è da ridere, e piangiamo quando c’è da piangere. Come dappertutto, punto.

Ho ripensato a Michele: in fin dei conti, anche lui è un figlio diverso della stessa rabbia mia e di Anna. Ma non parla e io, che vivo di parole, non lo capisco.

«Abbiamo fatto» urla Rocco, per sovrastare il rumore. Lui e Amadi sono usciti dall’ufficio.
«Com’è andata?» grido io.
«Poi più in là, al bisogno, vediamo» conclude Rocco Miglietta e sparisce dietro la porta a soffietto.
Al bisogno, ha detto. Al bisogno del padrone.

Mentre ripercorriamo la strada a ritroso, chiedo ad Amadi se si vuole fermare da me, che ci mangiamo una cosetta al volo e mi racconta per bene. Lui accetta.§
All’altezza del Golgota c’è uno sparuto capannello di gente. E ci sono anche i carabinieri e l’ambulanza. Strano: non avevo sentito le sirene.
Ci avviciniamo, la zona è transennata. L’orologio batte le tre.
«Dicono che uno si è appeso al fico» fa qualcuno.

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