Polvere

Sono tutti lì fuori che aspettano.

Con la coda dell’occhio riesco a vedere le loro sagome dietro la porta di vetro. Un vetro cieco. Un vetro di latte andato a male, con bolle di ghiaccio sporco. Mi ha sempre fatto schifo quella porta, con quella patina unta che nessuno sembra notare. Ogni volta che la guardo è come se mi bendassero gli occhi con una tovaglia cerata. Oggi però vedo benissimo. Oggi vedo le loro bocche appiccicate a quella porta che appannano ancora di più il vetro.

Mi giro e guardo il ventilatore fermo appeso al soffitto. La cordicella marrone è piena di polvere. Che tenda di polvere si creerebbe se si mettessero in moto le ali, ferme dall’estate scorsa. Un tiro e tanti batuffoli prenderebbero il volo. Si poserebbero delicatamente sulle mie braccia, facendomi un po’ di solletico. Da bambina battevo spesso sui cuscini del nostro divano per osservare controluce quanta polvere ne fuoriuscisse. Come se la polvere aspettasse che qualcuno di noi venisse per farla ballare. Una volta che la nuvola di polvere atterrava sul parquet in salone, mi ci sdraiavo a pancia in giù per osservare il paesaggio creato dalle piccole particelle. Mi piaceva passare l’indice sul legno lucido coperto dai fiocchi minuscoli e creare delle linee limpide, dei sentieri morbidi in mezzo a un manto confuso. Per quanto mia madre cercava di mantenere la casa impeccabile, la polvere si sentiva a casa quanto noi. Per lei, quel filo di polvere sui mobili era diventato la misura della propria efficacia e il rispettivo fallimento in questa vita.

“Su, spostati, dai!” dice Claudio mentre mi spinge via. Torno a fissare la porta bianca. In bocca sento il sapore del dolce che abbiamo mangiato poco fa per festeggiare, qualche granello è rimasto ancora sotto la lingua. Pesco un granello di dolce nella mia bocca e con la punta della lingua inizio a strofinarlo contro i denti, lo schiaccio forte forte. Sento come lo zucchero diventa liquido e abbandona il granello che lo conteneva, lo succhio forte forte per farlo uscire. Il liquido sciropposo lentamente mi entra in tutti pori della lingua, mentre del granello rimane solo un corpo senza sapore. Continuo a schiacciarlo, quel corpo, a rompere i piccoli filamenti che cercano di allungarsi per aggrapparsi fino all’ultimo gli uni agli altri. Li tiro fino a farli rompere, finché non si disintegrano e si perdono nella mia bocca.

Sono passati esattamente diciassette minuti da quando ci hanno lasciati soli in camera. Lo so, perché la sveglia sul comodino è una sveglia che inciampa, lo ha sempre fatto, conosco benissimo quel rumore. Ogni volta che la lancia dei secondi passa sopra il numero sette, inciampa e si sente un piccolo clic. Finora ho contato diciassette clic. A me quella sveglia piace, è una sveglia da viaggio con la custodia a forma di conchiglia che mio padre aveva portato da uno dei suoi viaggi di lavoro in Spagna. Era sempre strano quando partiva, non c’erano i soliti preparativi che si fanno prima di un grande viaggio. Lui usciva di casa la mattina come se andasse in ufficio, con la valigetta pronta. La valigetta gliela preparava mia madre. Una valigia piena di buste di plastica. Ogni calzino, ogni mutanda, ogni camicia venivano infilati dentro una busta di plastica, per ragioni di igiene e credo. Quando la valigetta era pronta, mia madre aggiungeva sempre un’ultima piccola busta di plastica contenente altre buste di plastica, come scorta di sicurezza, casomai mio padre dovesse perderne una, oppure se, per disgrazia, una delle bustine si dovesse sporcare o rompere. I viaggi di mio padre iniziavano così, andando in ufficio con in mano una valigia piena di buste di plastica. Mia madre non partiva mai. Ricordo che un anno mio padre le regalò un biglietto del treno per andare a Roma durante un fine settimana lungo. Non ho mai capito perché prese il biglietto solo per lei. La accompagnammo alla stazione, io, mia sorella e mio padre. Fu un saluto straziante, io e mia sorella non capivamo perché la mamma dovesse andare via, da sola, in treno, per stare sola, in treno e a Roma. Strinsi la mano di mia sorella, di due anni più piccola di me, piangevamo tutte, io, mia madre e mia sorella, mentre mio padre cercava di distrarci per consolarci. Il treno partì. Iniziai a piangere ancora più forte quando mi resi conto che avevo dimenticato in tasca la bustina di plastica contenente le bustine di sicurezza che avevo preparato come regalo per il viaggio di mia madre. Penso che fu proprio in quell’istante, che anche lei si accorse di non avere abbastanza buste di scorta con sé, giacché scese alla fermata successiva, prese un pullman e tornò a casa da noi.

“Merda”. Claudio continua a spostare i cuscini sul letto, sempre più irritato e nervoso. Mi giro dall’altra parte, dando le spalle alla porta unta di latte. Credo che se mia madre fosse stata qui, avrebbe fasciato tutto con della plastica. La porta bianca, il ventilatore al soffitto e la sveglia a forma di conchiglia. Avrebbe bendato le loro bocche schifose strette strette con la plastica, e anche Claudio, con tutto quel sudore che gli sta colando dalla fronte. Loro, zio Luigi, zia Tina, Teresa, Giacomo e anche i vicini, l’avrebbero appannata, la plastica pulita, con i loro fiati pesanti, tutti quanti appiccicati, gli uni agli altri, come ora dietro alla porta, tutti appannati e umidi.

Avrei dovuto capirlo dal primo bacio. Il primo bacio con Claudio era umido. Il nostro primo bacio. Umido. Era successo l’anno scorso. Come tutti gli anni io e la mia famiglia eravamo andati in vacanza nello stabilimento estivo dei dipendenti pubblici. Mio cugino Natale lavorava lì come portiere e tutti gli anni organizzava due appartamenti per noi parenti. Lo stabilimento consisteva in lunghe schiere di appartamenti bianchi spogli. Mi piaceva girarci a piedi nudi, su quell’asfalto bianco che scottava, ma i miei parenti mi riprendevano: sembri una zingara, dicevano.

Claudio è il figlio di un amico di mio cugino Natale. È più grande di me e mi emozionavo sempre tanto quando lo vedevo apparire grande e scuro tra le case bianche. Era un po sovrappeso, ma aveva degli occhi bellissimi. Era grande, volevo essere grande anche io, grande come mia madre quando prendeva il pullman per tornare a casa. Non avevo mai baciato nessuno, né preso il pullman da sola, lui sì che aveva baciato e ora voleva baciare me. Così passammo un’estate di tanti baci umidi.

L’ultimo giorno delle vacanze Claudio mi regalò un ciondolo di vetro. Era a forma di goccia e al suo interno, immerso in un liquido arancione, c’era un chicco di riso che galleggiava. Su quel chicco c’erano scritti i nostri nomi. Nora da un lato e Claudio dall’altro. Galleggianti dentro un liquido arancione. Si dice che il riso nasce nell’acqua e muore nel vino, ma cosa ci faccia nel liquido arancione non l’ho mai capito.

“Merda, lo sapevo…” Claudio dà un pugno sul materasso, mi guarda, lo sento, quello sguardo sulla schiena, anche se sono di spalle. Non dico nulla. Cerco la polvere sul comodino. Claudio si alza furioso, apre la porta unta ed esce.
“Niente” dice Claudio, fuori dalla stanza.
“Ma com’è possibile?” Zia Tina è sconvolta.
“E tu a fidarti, guarda, io lo sapevo” sospira Giacomo.
“Ma che è successo?” chiede a voce alta zio Luigi dal salone.
“Aspetta che arriviamo…” risponde Teresa.

Sento che si spostano in salone. Ora sono tutti lì, in salone, che aspettano.
Guardo il comodino. C’è solo qualche granello di polvere. Sembrano minuscoli fiocchi di neve sporca. Con l’indice traccio una linea pulitissima in quel paesaggio arido e poi, con il palmo della mano, la spazzo via tutta. Qualche granello prende il volo e inizia a fare delle giravolte in aria. Clic. Sento l’inciampo della conchiglia.

A mia madre non piacevano mai i regali che mio padre portava dai suoi viaggi di lavoro. Diceva che erano kitsch. Che trattenevano la polvere. Chissà lei cosa avrebbe portato dai suoi viaggi se fosse mai partita da sola. Forse buste di plastica da paesi lontani.

Mi giro e torno a guardare il soffitto. La cordicella marrone del ventilatore pende fiaccamente. Sento le loro voci grandi e umide dal salone. Che vergogna. Era una brava ragazza finché c’era la madre. Sì, infatti, poi è cambiata. Mamma mia, che vergogna. Fuori per strada qualcuno suona il clacson. Mi alzo dal letto, prendo la sveglia a forma di conchiglia, le mie scarpe e la borsetta bianca. Esco dalla stanza e apro la porta di casa senza fare rumore. La richiudo pian piano, trattenendo il respiro, e inizio a scendere le scale. Sento i gradini sotto i miei piedi scalzi. Sono caldi.

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