Le ombre

L’ombra è oscura, blocca la luce
nell’ombra si nasconde
chi manipola, chi seduce
L’ombra è cattiva,
l’ombra si allunga
non è reale
trasforma ciò che vedi
quindi è infernale

(Lei)

Lei si solleva sulle punte, poi cammina. Le impronte umide sul pavimento sono simili a quelle della ragazzina di molti anni fa. La ricordo che indossava una t-shirt con una tigre disegnata sopra e beveva latte direttamente dal cartone.
Quel lontano giorno di agosto l’ho conosciuta, poi spiata, poi osservata, poi amata, poi dimenticata. Ritrovata solo ora.

Da ragazzine c’era una distanza fra i nostri corpi, perché in lei vedevo ciò che a me mancava – piedi, mani, seni, tutto nella giusta proporzione. L’ho conosciuta che l’aria profumava di pomodori e mia zia mi passava lo smalto sulle unghie, in cortile. Il cortile era un mondo, ricordo i cavi elettrici fra i palazzi, le lampadine che sembravano venir giù, come bolle.
È arrivata prima la sua ombra. Noi stavamo a cavalcioni sul muretto di pietra che perimetrava il cortile. L’ombra si è allungata sulle nostre gambe, sulle braccia. Illuminata da dietro, mi era parsa solo una sagoma buia, prima che mettessi a fuoco e la vedessi. La t-shirt con la tigre, pantaloncini, delle scarpe di ginnastica, nessun calzino, una massa di capelli ricci. Ci ha invitate a casa sua, doveva far vedere qualcosa a mia zia, non ricordo neanche cosa. L’androne era fresco, sentivo il ronzio della lampadina del pianerottolo, ecco la porta di legno scuro che si è aperta e Lei che si è sfilata le scarpe lasciando le impronte umide sul pavimento.

Lei si solleva sulle punte, prende un indumento che è lì sulla mensola. È un kimono grigio. Le guardo le caviglie, i polpacci, le cosce, la fica. Siamo a casa sua, non c’è cortile ma tantissima luce che filtra attraverso delle tende sottili e bianchissime. Mi ha chiesto di salire da lei, non ricordo neanche quando è successo.
Capita, il vuoto.
Ci sono le cose, poi diventa tutto nero, e poi ritornano altre cose. E per “cose” intendo: persone, azioni, parole, volti, contesti, decisioni prese.
Nel vuoto a volte decido, senza conoscere a quali logiche rispondano quelle decisioni. Il vuoto c’è stato anche con Lei; perché ero per strada, sotto casa sua, non lo ricordo. È come se una forza chiamata volontà mi avesse situata in quel vicolo per intercettare il suo passo e il mio desiderio.

La decisione è simile a un’ombra, non ha una forma precisa, muta a seconda delle posizioni e della luce che ti attraversa.
Lei mi dice che sono stata io a invitarmi da lei. E sento, quindi, di nuovo e ancora, ancora la frattura: sono abituata a questo gioco fra me e i miei ricordi, me e la mia testa, me e le tante sfumature di verità che stanno lì fuori in cerca di qualcuno che le confermi.

Il kimono, dice, l’ha ricevuto da sua madre quando era piccola. Devo aver sgranato gli occhi, perché lei ride e mi racconta che era un costume: da bambina aveva anche la parrucca nerissima. Allora penso che è per questo che il kimono la lascia tutta scoperta, che la sua fica, la sua fica, io la vedo. L’ombra di Lei, ora, è schiacciata e sembra una stella. Allarga le braccia e il kimono si solleva ancora, fa una giravolta come una ballerina, in equilibrio, sulle punte.

Quel giorno, mia zia mi ha chiesto di aspettare in cucina, perché loro dovevano dirsi segreti in stanza. Ha acceso la tv e mi ha detto che potevo aprire stipetti e frigo se avessi avuto fame. Il televisore era rosso, i programmi non erano a colori, e a volte l’immagine perdeva la sua nitidezza, sfrigolava, trasformando i volti e le parole. Non ho aperto nulla né sbirciato in giro. Mi sentivo a disagio. La casa non era diversa da quella di zia – un corridoio buio, un disimpegno, le stanze attorno. La cucina era piccola, il balcone dava sul cortile che avevamo lasciato. Giù c’erano gli altri. Alcuni erano seduti sul muretto, alcuni stavano imparando ad andare in bici, quelli sul muretto ridevano se uno di quelli in bici rovinava a terra. Il cortile era un rettangolo di cemento incastrato fra i nostri palazzi. C’erano piante, panni stesi e pomodori messi a essiccare. Ho alzato il volume perché non volevo sentire i loro segreti.
Ricordo che Lei, dopo alcuni minuti – cinque o dieci o chissà – è entrata in cucina. I piedi nudi, pieni di polvere, Lei sembrava leggera. Ha aperto il frigo, preso il cartone del latte e bevuto.
Il latte le cadeva giù lungo il mento fino alla tigre.

Mi ha chiesto di seguirla di là, in bagno. Ci rilassiamo, dice. Io mi rendo conto che non è Lei o la sua voce a sedurmi, ma i suoi passi. Come quando da bambina seguivo le tracce attraverso la completa aderenza dei miei piedi sulle impronte lasciate da altri.
Non seguivo semplicemente le traiettorie, mi situavo sopra quelle linee. Mi seduceva l’idea di aderire ai suoi piedi, di stare in una scia che aveva l’odore di agrumi. Lei era aspra, i suoi piedi erano un frutto, la sua ombra un’enorme stella.
Sei la mia ombra? Ride, mentre mi guarda saltellare sulle tracce umide. Devo sembrarle buffa e goffa.
Comincia a passarmi dell’olio profumato sulla pelle. Mi dice che le cicatrici sulla pancia non si vedono neanche più. È dietro di me e ci guardiamo allo specchio. Ho il suo braccio sul collo, sento i suoi seni sulla schiena. Poi si sposta e mi è di fronte. È più alta di me, ma non di molto. Vorrei sollevarmi sulle punte e avvicinarmi al suo viso, ma Lei inizia a seguire con la lingua le linee del mio collo, del seno, del fianco. Si inginocchia per guardare le cicatrici, leccarle e scendere giù verso la fica.
Nello specchio i suoi piedi sono uniti e il kimono è sollevato sui fianchi lasciandola completamente scoperta.
È un fiore che si dischiude, un’ombra che assume consistenza e si allunga. Le nostre ombre si intersecano, si mischiano, nell’aria l’odore dell’olio alla cannella e degli agrumi.

Tua zia è triste – ha detto – per questo ha bisogno di me, ha continuato. Ha passato le dita sul mento, pulendosi dal latte, poi le ha leccate. Si è avvicinata e seduta accanto. Abbiamo finto per qualche momento di guardare il televisore. Poi ha detto qualcosa sulle ombre, senza guardarmi. Ha steso le gambe e incrociato i piedi. Le piaceva l’idea che il corpo bloccasse la luce, che nell’ombra si potessero vedere le figure. Ha indicato la parete e ha descritto ciò che sbucava fuori – una lepre, un cane, un elefante. Muoveva le mani, cambiando le figure velocemente. La luce è invadente, ha detto, e poi tutti i buoni amano le luce. La verità le interessava poco, ricordo di aver detto una cosa simile a un ma allora ti piacciono le bugie? ed è possibile che io abbia fatto una delle mie smorfie perché lei è diventata seria e quasi brusca. Ha risposto che quella domanda era sciocca, che lei non aveva mai parlato di bugie, aveva solo detto che la verità le interessava poco.
La verità è come un sasso, ha detto, preferiva vedere nelle ombre dei giganti o dei folletti, delle lepri o degli scoiattoli, financo bambine con i capelli lunghi e calzoni. E i giganti e i folletti, e tutte quelle figure non sono bugie, sono solo cose che esistono in un altro mondo.
Devo averle chiesto che cosa fosse quest’altro mondo, se parlasse di un altro pianeta o del paradiso, ma è stato allora che ci ha raggiunte zia. Aveva le guance rosse, ha chiesto cosa stessimo vedendo e solo in quel momento mi sono resa conto che lo schermo sfrigolava, e non c’erano immagini ma delle bande orizzontali.

Mentre lecca la mia fica, gioco con i suoi ricci. Non affondo, non mi va di tirarle i capelli, ma voglio sentire il morbido, la consistenza setosa. Poi arriva il vuoto. E quando riemergo sono seduta sulle mattonelle. Le mie gambe sono stese e ho la schiena appoggiata allo specchio. Lei è a cavalcioni sul bordo della vasca. Il viso è nascosto. So che sta cercando di godere perché la sento vibrare e accelerare il respiro. La stanza è ovatta, piena di vapore odoroso, la finestra è chiusa e le mattonelle cominciano a lacrimare. La osservo poi entrare in vasca, soddisfatta. Mi chiede se ho capito di quale mondo parlasse quel giorno di agosto. Le dico che l’altro mondo è come questa stanza piena di vapore. Poi le chiedo di poter vedere almeno i suoi piedi.
E lei lo fa e penso che le ombre sono così: riescono a capire quando qualcuno ha bisogno di loro. Spariscono solo quando il sole è alto e non si ha più bisogno di niente.

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