Sette mesi

C’è stato un periodo di sette mesi in cui ho sperato di uccidermi. Poi sono partita per la Cina.

Ho da allora una specie di infantile entusiasmo ogni volta che si parla della Cina e dei cinesi. Quei mesi degli anni novanta sono la linea di demarcazione, quella che spacca gli eventi nel ricordo.

Prima di quel viaggio di quattro settimane i sensi mi avevano abbandonata. Non sentivo odori e sapori, non mangiavo, non ascoltavo i rumori e le voci reali ma solo quelle dentro di me. Non toccavo e non volevo essere toccata. Mi vedevo morire.
Prendevo le misure del tubo di scappamento della macchina pensando di andare a comprare un corrugato da collegargli per portare i fumi dentro l’abitacolo. Non avevo un garage e non ero sicura che funzionasse all’aria aperta. Mi vedevo seduta composta al posto di guida con quell’alito maleodorante che entrava dal finestrino. Mi vedevo aspettare per ore una morte che non arrivava mai. E non compravo il tubo.
Avevo anche capito che morire di inedia non era facile. Perdevo peso, questo sì, ma non morivo. Ero una giovane virgola che camminava, con la postura non proprio spavalda di chi non ha ventre né natiche, di chi ha perso qualsiasi connotazione relativa al sesso. Mi sentivo leggera, ondeggiavo posseduta da un’ebbrezza che mi teneva staccata da terra. Non che fossi felice, ma quella sensazione la ricordo come la cosa più piacevole che sono stata in grado di provare in quei sette mesi. Una mela, un morso di brioche erano le uniche cose che inghiottivo nella giornata.
Piangevo anche. In modo violento, con singhiozzi che rompevano il respiro ormai leggero del mio petto dimagrito. Singhiozzi che smettevano senza preavviso, restituendomi l’autocontrollo necessario a un abbozzo di vita. Mi lasciavano una fame d’aria che non ho mai più provato. Sospiravo a lungo dopo, come stretta da un invisibile busto.
Durante i continui spostamenti in macchina che ho fatto in quei mesi, non parlavo. La mia compagna di viaggio si era adeguata e non provava nemmeno più a interrompere il brusio del motore. Guidavo di notte, in silenzio, con gli occhi nei fari delle macchine che venivano contro di me. Mi sentivo un bersaglio. Le parole, gli oggetti, le persone erano entità dalle quali difendersi. Ero chiusa nel mio corpo fragile. Sembravo ferro ma mi sarei spaccata al primo tentativo. Tentativo che nessuno aveva il coraggio di fare.
Mangiavo tutta la mela, anche il torsolo. Buttavo via solo quel grumo nero alla base che mi faceva schifo. Mi ricordava un insetto. Anche la mia compagna ora mangiava le mele così. E buttavamo, massimo atto di insubordinazione, quel piccolo avanzo nero dal finestrino.
A volte avevo allucinazioni olfattive. Sentivo l’odore dei vestiti di mia madre dopo la sua morte, del pelo del cane dopo le fughe nei prati dietro casa, del rognone che ho dovuto mangiare per forza da piccola. All’odore delle bruschette all’aglio servite prima delle grigliate in famiglia, il vomito arrivava improvviso, come una cascata che rompe gli argini. Mi toglieva quel poco di mela che ero riuscita a mandare giù. Mi toglieva anche l’illusione che tutto fosse sotto controllo.
Gli antidepressivi peggiorarono rapidamente il mio stato. Camminavo su palloncini gonfiati, tesa nello sforzo di riuscire a non cadere. Ogni passo mi faceva sudare, a me che non sudo mai. Faticavo a ogni risveglio anche solo a raggiungere il bagno. La sera i tacchi mi facevano sentire sul tetto di un grattacielo di New York, senza parapetto.

Poi lessi qualcosa che non ricordo sulla Cina. Sui piedi fasciati e l’andatura fluttuante. Quei piedi deformi diventarono i miei e cominciarono a fare male. Non riuscivo quasi più a camminare. Salutai la mia compagna e tornai a casa. Dovevo stare sola.
La prima cosa che ricominciai a sentire dopo due mesi di niente fu la voglia di viaggiare. A letto libri, sopra e sotto le coperte, tutti sulla Cina. Sul comodino gli appunti presi a mano, gli itinerari, i calcoli dei tempi di spostamento. Prima devo operarmi ai piedi, pensavo.
Non distinguevo più la notte dal giorno. Non avevo desideri. Vedevo solo un futuro indistinto di laghi offuscati dall’umidità e di panchine su cui riposare, da qualche parte, nel Sud della Cina.
Un mio amico mi venne a trovare, mi portò una brioche. Appena la misi in bocca commentò subito che allora stavo bene, che si era preoccupato. Non capivo nemmeno di cosa parlasse. La mia fissazione per la Cina occupò la conversazione. Dissi con entusiasmo che avevo organizzato tutto, l’itinerario era fatto, che appena fossi riuscita a camminare sarei partita. Mi guardai i piedi, vidi due monconi deformi. Non ero pronta. Il mio amico ora era inquieto.
Al quinto mese ricominciai a mangiare. A fatica, poi di gusto. Il mal di stomaco uccideva il sonno e le notti. Mi faceva rimpiangere la leggerezza del digiuno. Mi informai sul cibo che avrei trovato in Cina. Ancora non riuscivo ad alzarmi. Avevo la sensazione di non potermi appoggiare per terra, paura di essere troppo pesante e di spaccarmi i piedi smozzicati.
Al sesto mese solo insofferenza dentro e fuori. Chi mi voleva bene era stanco di accudirmi, con i chili acquistati avevo perso la dignità della malattia. Basta, perché non si alza?
Al settimo mi infilai un paio di scarpe. Con le mie guide e i miei appunti andai in agenzia di viaggio e mi feci quotare l’itinerario cinese. Costava tutti i miei risparmi ma non potevo rinunciare. Hohhot, la capitale dell’Inner Mongolia, il posto più remoto che riuscivo a immaginare, era l’unico nel quale volevo stare in quel momento. Prima di tornare a casa passai in Ambasciata. Mi feci preparare un bigliettino, per sopravvivere. Nessuno parla inglese in Cina.
C’era scritto Wǒ bù chī dàsuàn: Non mangio aglio.

6 Replies to “Sette mesi“

  1. Testo stupendo! Grande inquietudine e desiderio di felicità! Avrei voluto leggere più a lungo!

  2. Non sapevo di questa tua dote. Scrivere a volte è un bisogno per esorcizzare vissuti dolorosi. Mi ha colpito molto il tuo stile. Diretto e pulito. Complimenti Stefania

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