La macellazione del maiale

La prima volta che vidi macellare il maiale avevo nove anni.

Avvenne a Nipozzano, nella fattoria adiacente il castello del marchese Frescobaldi. Era la fine di gennaio del 1986. Non ricordo molto bene i dettagli, solo un’immagine con mio padre e il marchese sulla soglia di una grande stanza. Due allevatori, ragazzi giovani, trascinarono dentro la stanza il maiale, legato per la testa. Il maiale strillava e si dimenava, evidentemente consapevole di quello che stava per avvenire. Da un’altra porta, sul retro, entrò il fattore con un coltello in mano. Gli aiutanti continuavano a trascinare avanti il maiale; arrivato sullo scannatoio, il fattore gli afferrò la testa da dietro e gli piantò il coltello nella giugulare. Il sangue iniziò a sprizzare ovunque, e più il maiale strillava più velocemente fluiva. Durò tutto una manciata di secondi.

Ora sono passati venti anni, la casa di Nipozzano non ce l’abbiamo più, il marchese Frescobaldi è morto e non ci può più invitare alla macellazione del maiale. Io in compenso sono diventato un banchiere centrale. Abito a Francoforte e guadagno novantamila euro all’anno. Francoforte è una città che offre numerose opportunità culturali, sociali e sportive. Una di queste è la JP Morgan Chase Corporate Challenge. La JP Morgan Chase è una banca di New York, e tutti gli anni organizza una corsa di 5600 metri per le vie di Francoforte. Questa è la trentesima edizione, per cui si potrebbe anche dire che la JP Morgan Chase Corporate Challenge ha la mia età. Ogni banca, e azienda in generale, presenta una propria squadra. La gara però non è competitiva, tanto che ognuno è tenuto a registrare e dichiarare in fede il proprio tempo. L’obiettivo principale è piuttosto quello di favorire la socializzazione e il divertimento dei partecipanti. A tal fine, dopo la gara, ciascuna banca organizza una tenda presso la quale gli atleti possono socializzare e condividere la loro esperienza, nonché rinfrescarsi e rifocillarsi con bibite e stuzzichini.
La squadra della Banca Centrale Europea è capitanata da Daragh, un irlandese alto e atletico, sposato a una mia collega italiana. Le iscrizioni sono state raccolte a metà aprile. È stata distribuita la tenuta da gara – una maglietta bianca in acrilico con il logo dell’euro e un paio di calzoncini blu – e sessioni di allenamento sono state organizzate durante la pausa pranzo del martedì e del venerdì. Io non ho mai partecipato alle sessioni di allenamento collettive, e mi è sembrato sufficiente prepararmi correndo da solo al parco, di mattina, prima di andare al lavoro.
La mattina del primo giugno il cielo si presenta grigiastro con striature quasi gialle, e scende giù una pioggerella gelida che si sarebbe detta piuttosto autunnale. Alla JP Morgan Chase Corporate Challenge del 2006 si sono iscritte circa 65000 persone. Per lo meno, con la pioggia gelida, la calca avrebbe dato meno fastidio. E poi forse qualcuno si sarebbe ritirato.

Alle tre e mezza esco dal mio ufficio per andare a un colloquio all’Eurotower, l’edificio che ospita la sede centrale della banca. Durante il colloquio, una commissione avrebbe valutato la mia attitudine a prender parte al programma per giovani professionisti della Banca Centrale Europea. Il programma per giovani professionisti consiste in due anni da dedicare alla ricerca in due diverse divisioni della banca, e costituisce la via più semplice e diretta per una carriera in BCE.
Sono in ritardo, la pioggia sembra debole e non prendo l’ombrello. Ma appena esco in strada mi rendo conto che viene a vento, e quando arrivo al colloquio il blu del mio abito è striato di chiazze bagnate. Forse faccio un misto di simpatia e compassione ai membri della commissione. Le domande tecniche su quello che faccio e su come posso contribuire al lavoro della banca non mi creano problemi. Invece le domande motivazionali sono per lo più ostiche, e non mi pare di rispondere con molta convinzione. Ad esempio, non riesco a elencare con chiarezza i valori della BCE, né a spiegare in maniera convincente che cosa vuol dire per me ‘lavorare per l’Europa’. Mi salva la domanda sul mio peggior fallimento. Racconto di quando mi hanno rifiutato la pubblicazione del mio primo paper, che credevo fosse eccellente, per cui volevo mollare tutto e rimettermi a fare il programmatore. Quando la delegata delle risorse umane nella commissione mi ha chiesto che cosa avessi imparato da questa esperienza, le ho risposto che ho imparato che, una volta presa una strada, non si può più tornare indietro. Credo che lei abbia inteso che bisogna esser tenaci e non scoraggiarsi davanti alle difficoltà, e ha annuito soddisfatta. Io non intendevo affatto questo, piuttosto che una volta che si è presa una strada è sempre più difficile e costoso, quando non impossibile, tornare indietro e prendere un’altra direzione: c’è la fatica di ricominciare, il rimorso del tempo perduto, nonché l’insieme delle tue frequentazioni che preme a che tu continui sulla strada con loro.
Torno al mio ufficio, mi fermo da Strobbe a raccontargli del colloquio, per allentare la tensione, e poi mi chiudo in stanza per cambiarmi. Indosso l’uniforme da corsa e mi appiccico il numero sul petto. Appena finito mi chiama a telefono Philip, il mio contatto più diretto nella commissione di selezione: mi dice che sono andato molto bene, che sono riuscito a convincere tutti e posso aspettarmi di ricevere un’offerta nei prossimi giorni. Ci sarebbe di che festeggiare.
Poi scendo giù, aspetto Strobbe e Antonio e insieme ci incamminammo verso Willy-Brandt-Platz dove ci avrebbero scattato una foto di squadra. Ha smesso di piovere, e ora tira un vento gelido. Per strada, già in molti sono pronti alle posizioni di partenza, nonostante manchi ancora un’ora all’inizio della gara. In piazza, Daragh ci fa disporre a formazione di calcio sotto il cartellone con l’euro, e un collega ci scatta delle foto. Dopodiché il gruppo dei banchieri centrali si disperde, e noialtri ci dirigiamo verso le postazioni di partenza, sotto il nostro ufficio. Siccome manca ancora mezz’ora e fuori fa freschino, entriamo nell’androne dell’Eurotheum per aspettare la partenza. Si intrattiene con noi Roland, il nostro direttore generale: un tipo abbronzato biondo e sportivo, che nonostante la sua età – una sessantina di anni – è rimasto abbronzato biondo e sportivo, insomma uno di quei tipi con cui non ho mai avuto nulla da spartire.
Mentre Roland racconta facezie e noialtri ridiamo distratti, osservo la sistemazione delle reti metalliche lungo i bordi della strada, presumibilmente per lasciare sgombri i marciapiedi, e la calca all’interno della rete. I miei pensieri iniziano a divagare. Mi trovo all’interno del palazzo in cui lavoro, ad ascoltare il mio direttore generale, e se rivolgo lo sguardo fuori dalla vetrata vedo una torma di gente ammassata dietro una rete metallica alta circa due metri.
Dopo non molti minuti, non resisto e sento il bisogno di uscire fuori, trascinando letteralmente Antonio, che mi sopporta paziente. All’esterno, la gente dietro la rete parla ad alta voce, urla con entusiasmo e si contorce. Affacciati alle finestre degli uffici circostanti, spettatori salutano e incitano la folla. Dagli altoparlanti, una voce metallica scandisce parole che con la mia limitata conoscenza del tedesco non riesco a cogliere, ma i concorrenti alzano le mani e gridano di gioia. Il vento gelido mi penetra nelle ossa, inizio a tremare, e mi viene in mente che l’unica via d’uscita consiste nel saltare al di là della rete e rientrare nell’androne del palazzo. Ma questa volta è Antonio a trattenermi prendendomi l’avambraccio. Dopo pochi minuti mi rassegno alla situazione e, lo sguardo rivolto al cielo e alle nuvole grigie che corrono veloci, perdo ogni sensibilità.
Dopo una decina di minuti, la calca inizia a muoversi, prima camminando lentamente, e poi correndo sempre più veloce. Un po’ di spazio mi si apre attorno. Appena vede un varco, Roland scatta in avanti come una lepre. Strobbe mi dà di gomito per provare a stargli dietro, ma cediamo dopo qualche centinaio di metri. Attorno a noi, gli altri concorrenti corrono e parlano tra di loro. Ai lati della strada, parenti amici e colleghi incitano e incoraggiano. Sopra un ponte pedonale, un gruppo di studenti protesta contro le tasse universitarie srotolando uno striscione. Al ponte successivo, due ballerine brasiliane seminude si dimenano distraendo i concorrenti meno concentrati.
Un fiume di sessantamila professionisti, sicuri sani e ben stipendiati, che corrono verso una meta non meglio precisata nei pressi del parco. Tutto mi fa pensare a qualcosa di già visto.

La macellazione industriale del maiale nei salumifici funziona in maniera diversa da quella tradizionale. I maiali arrivano sui camion e vengono fatti scendere su una specie di sentiero forzato costituito da pareti d’acciaio. Il primo che si trova davanti alla porta ed esce fuori forse si rende conto di essere in trappola, ma quelli dietro di lui premono per uscire dal camion e quindi non c’è via d’uscita possibile. Deve pertanto rassegnarsi e accettare serenamente il proprio destino. La morte viene inflitta tramite una scarica elettrica alla testa somministrata da un addetto con una pistola. Sembra che non sia per nulla doloroso.

1 Reply to “La macellazione del maiale“

  1. Il pensiero del maiale, che sapevo che in qualche punto del racconto sarebbe tornato, mi ha tenuta in tensione per tutta la lettura. Trovo che il maiale abbia svolto il suo compito nel migliore dei modi, senza spiegazioni, con l’evidenza raggelante di una metafora perfettamente riuscita.
    Bravissimo.

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