Flamme d’eau

Carlo e Luca si ostinavano a discutere in piedi. Dal basso, seduta scomposta sulla panchina, Anna li osservava. E tutt’intorno, il parco che gioiva; sì: sotto il sole di inizio primavera il parco era felice.

La discussione sfiorò l’ennesimo picco. Ma questa volta a subirne l’ondata fu Luca. Con gli occhi bassi ascoltava, strofinando le palpebre inferiori con le punte del medio e del pollice come si fa quando si è stanchi, o quando ci si dà la posa di esserlo. Carlo invece parlava senza mai scostare il palmo della mano destra dalla nuca, come se quel gesto lo aiutasse a sostenere la tensione. Era un bel dettaglio, Anna lo mise tanto a fuoco da provarne tenerezza. Questo la confortò. Da ormai un’ora seguiva – muta, un po’ a disagio – la conversazione tra i due uomini. Di che cosa parlassero, non sapeva più. Per quanto la riguardava, il dialogo aveva cominciato a marcire appena uno dei due aveva detto, alzando le spalle, qualcosa come: il problema dell’essere umano con la verità è… Ma Anna aveva già dimenticato il resto. Certamente Luca ne avrebbe ricavato un articolo da pubblicare – il genere di articolo che Anna leggeva con foga, senza mai risolversi a decidere se lo giudicasse brillante o del tutto inutile: del suo stesso dubbio si pasceva; si domandava: è un dubbio brillante o inutile? Umiliata, smetteva presto di pensarci. Porsi domande la gettava in stati di smania. Come era accaduto poco fa, di nuovo, mentre i due argomentavano, e Luca sosteneva che il ragionamento doveva pur arrivare da qualche parte, e Anna, dentro di sé, non aveva saputo trattenersi: era tanto importante arrivare da qualche parte? E quel luogo – da qualche parte – esisteva? Una sorta di terra patria della verità? Ma in fondo, a loro non interessava altro che il gioco – giocavano a ragionare. Sapevano che non sarebbero arrivati da nessuna parte. E come avrebbero potuto? Erano entrambi così penosamente cinici. Quante volte li aveva visti scambiarsi un’occhiata di intesa sarcastica di fronte a chiunque si mostrasse tanto ingenuo da credere in qualche cosa – credere in quel modo che loro giudicavano infantile, in quel modo che in fondo apparteneva anche a Anna e che lei accoglieva gioiosamente, come una fede? Lo stesso fervore era un pessimo sintomo, a loro dire: il coinvolgimento puzzava di illusione. Ma quel loro cinismo, quel compiaciuto disincanto, non era poi la stessa cosa di una fede? Aveva provato a spiegarlo, laconicamente: parlare di concetti e teorie le dava la nausea. Luca l’aveva guardata, con un dito si era chinato a sfiorarle il ginocchio; solo in quel momento lei si era accorta di quanto il suo vestito apparisse corto, da seduta. Anna, la tua intelligenza è pigra, aveva detto.

E così l’aveva esclusa dalla discussione. Che importava. Certo, lei non possedeva strumenti critici, era vero, ma conosceva il segreto dell’incantesimo, della sospensione – non poteva essere più vero del loro vero? Anna sorrise, accaldata. Non avevano idea di cosa le stesse accadendo. La credevano attenta, e si vedeva come la presenza di lei accresceva il loro compiacimento. E sia, compiacetevi, pensò Anna, compiacersi è godere. E tornò alla sua esperienza con il sole. Perché a questo si stava dedicando, mentre i due si consumavano in parole. Ed ecco che il sole finalmente raggiungeva l’angolazione che lei da tempo aspettava con crescente ingordigia: la posizione di perfetta linea verticale sopra al suo viso. Inclinò ulteriormente la schiena, abbandonò il capo sullo schienale del legno, e chiuse gli occhi. Di nuovo sorrise, ma questa volta se ne stupì, perché non aveva scelto di sorridere: le labbra si erano spontaneamente incurvate, il moto si era imposto da sé, era salito, come se venisse dal didentro e le mucose e la pelle non avessero fatto altro che tradurre un’emozione delle viscere. Oppure era sceso? Il cielo, forse, le aveva comandato quel sorriso. E poi, a catena, come un fiume, si imposero i pensieri – sciocchi ma inevitabili, totalizzanti – che Anna prevedeva. Li lasciò fare, tutti urlanti, febbrili, accontentandosi di captare qualche pezzo di frase: io sono viva. Tutto qui? Sono ultraviva, non sono brava a pensare, ma vivo, il mio pensiero è il mio corpo, non è così? Se è così, posso anche sapermi stupida, forse non sono intelligente ma il mio corpo lo è. Che importa capire, si diceva Anna. E mentiva. Le importava eccome, eppure… probabilmente le cose stavano proprio come aveva detto Luca: lei era pigra. Sul punto di partorire un pensiero sagace, lei si fermava, e guardava altrove: preferiva godere, e sentire – ah, il sentire era tanto più interessante del capire. Così sia, e spalancò gli occhi per succhiare quanta più incandescenza solare possibile. Intanto cercava con la mano la borsa, frugò all’interno fino a individuare il pacchetto di sigarette; lo strinse, lo lasciò cadere: a furia di fumare e di bere i raggi del sole, la gola le si era seccata. Si sentiva proprio secca, dentro e fuori, identica a una delle tante lucertole che affollavano il prato. Animali goduriosi e schivi per i quali lei aveva sempre provato curiosità. Con grande sforzo sollevò la schiena e tese il collo in alto, oltre le mura che contornavano il parco. Con il pretesto di andare a comprare qualcosa da bere, pensò di prendersi una pausa dagli uomini. Si alzò, e senza dire una parola fece per avviarsi verso l’uscita, ma Carlo la trattenne per il polso; lei fece intendere, a gesti, che sarebbe tornata presto. Entrambi annuirono, e tuttavia presero a camminare. Così non avevano intenzione di darle tregua. Anna affrettò il passo: voleva sapersi sola e insieme osservata. Ancora parlavano. Di qualunque cosa stessero parlando, in una zona – laterale, marginale – dei loro cervelli il corpo di lei in quegli istanti agiva. Sapendolo, lei continuò a immaginarlo, stupefatta. Vide l’immagine del proprio corpo fondersi al macchinoso procedere dei loro pensieri, generarne altri, più vivaci, istintuali, che loro forse ignoravano, si sforzavano di ignorare, eppure avevano e sapevano di avere. Tutto ciò le diede nuovamente l’impulso di fumare, ma resistette. L’impellenza di liquidi aveva la priorità. Mentre camminava, avvertì tutto il sudore che si era raccolto nelle cavità dell’inguine durante l’estenuante ora trascorsa sulla panchina a gambe incrociate. Aveva calore da vendere. Fermò bruscamente un venditore ambulante, comprò una bottiglia d’acqua, e dopo essersi accertata con la coda dell’occhio che Carlo e Luca seguissero i suoi spostamenti, attraversò la strada per raggiungere la spiaggia.

Il mare. Proprio quello che ci voleva. Guardò il luccicore mobile sulla superficie, con gratitudine, sentendosi desiderata. Le prese d’improvviso una gran voglia di confessare all’acqua i suoi segreti, di condividere l’umidità del suo corpo con il mare. Bevve con avidità, gettò la bottiglia tra i rifiuti, e dopo essersi sfilata i sandali camminò fino a raggiungere la riva; fumò, intingendo appena i piedi. Come facevano tutti. Ma lei voleva un contatto più profondo. La profondità era il suo regno: nessuno avrebbe potuto negarglielo. Se non era intelligente, certamente era profonda. Valutò l’ipotesi di sfilarsi il vestito, e il reggiseno e le mutande, e gettarsi in mare, così come lo aveva spesso visto fare ad altri. E poi la spiaggia era vasta, poco affollata, le uniche figure che avrebbero potuto studiarla da vicino erano quelle dei bambini che giocavano con le onde della riva e le madri che li tenevano d’occhio assopite. Guardò dietro di sé, in lontananza, le auto ferme nel traffico, e i turisti che scorrevano lungo i marciapiedi. Carlo e Luca non avevano probabilmente ancora attraversato la strada. Aveva dunque tutto il tempo di immergersi nell’acqua prima che loro facessero capolino. Avrebbe pensato poi a come venirne fuori senza vestiti. I pesci della riva la osservavano, seri, in attesa. I pesci le facevano sempre l’effetto di un’apparizione extraterrestre, oppure preistorica. Cominciò ad avanzare, lentamente, con il rispetto che si deve a un mondo straniero. Non sentiva freddo: lei era un pezzo di sole, impaziente di liquefarsi; il mare, una soglia: così avrebbe detto, più tardi, a Carlo e Luca, giusto per darsi il piacere di essere svogliatamente ascoltata, cosa che le avrebbe dato la certezza di non essere capita, e che l’avrebbe resa ancora più morbosamente legata a se stessa – mai come nella solitudine uno si appartiene. Non avrebbero capito, e proprio come prima non avevano nemmeno intuito l’euforia – questa grande pace che è un’estasi – mentre lei assorbiva i raggi solari come se fossero metafore cadenti di un seme germinale, il luminoso orgasmo del cielo, così non avrebbero capito la lussuria di quella dolce caduta nel mare. Che aveva un forte puzzo di porto. Anna lo respirò intensamente perché a lei gli odori forti piacevano. Anche l’odore del suo corpo era forte, molti uomini gliel’avevano detto. Lei se ne lusingava. Pensava a se stessa come a una fragranza disseminata nel mondo.

Ora il suo odore si fondeva gradatamente a quello dell’acqua, dei suoi abitanti, dei rifiuti che galleggiavano in superficie. Un’alchimia odorosa e liquida. Voltandosi, si accorse che gli uomini avevano raggiunto il fondo della spiaggia e guardando freneticamente a destra e a sinistra cercavano il suo profilo. Provò imbarazzo, suo malgrado, al pensiero di essere scorta così, nuda, insolita, intenta a nuotare insieme ai pesci. Tappandosi il naso sprofondò sott’acqua. Aprì gli occhi e fissò il torpido blu che la avvolgeva: come si poteva dirlo? Cercava la parola giusta con cui si sarebbe raccontata quel primo, inaspettato contatto con l’integrità dell’acqua, a distanza di quasi un anno dall’ultimo bagno. Al diavolo anche le parole. Che valore avevano sott’acqua? Non erano reali, una bolla d’aria contava più di un monologo. Avvertì un guizzo intorno alla caviglia. Forse una seppia? Chinò lo sguardo. Una medusa, di medie dimensioni, ondeggiava in prossimità del suo corpo. Tornò in superficie, per respirare, e in fretta si spostò, nuotando goffamente, nel tentativo di allontanarsi dall’animale. Provò a localizzarne la posizione, ma un fischio la distrasse. Era Carlo. Scuoteva le braccia sopra il capo, mentre Luca al suo fianco, le mani in tasca, la osservava. Lei fece un cenno di saluto, curandosi di non offrire alla superficie niente più del volto e del collo. Così, presto, l’avrebbero vista nuda. Poteva tentare di celarsi con le mani, certo, ma almeno nell’atto di infilare il vestito avrebbe dovuto rinunciare a parte della copertura e loro l’avrebbero infine vista per quella che era. I fianchi generosi sotto la vita esile e il seno insignificante di bambina che forse avrebbero apprezzato, come lei avrebbe apprezzato quella scena a immaginarla, ma nella realtà, certo, era diverso, e provava solo l’ansia di quell’incontro. Per fortuna il pensiero della medusa portò nuovamente la sua attenzione sull’acqua. Si accorse che l’animale le nuotava ancora vicino, a poca distanza dalle gambe, era chiaro che non aveva intenzione di nuocerle, così Anna sprofondò una seconda volta, e cautamente si avvicinò alla medusa per osservarla. Pareva procedere per impulsi sensuali: la cupola rosata, sopra ai filamenti traslucidi, si contraeva, si distendeva. Fluttuava da una parte all’altra, con la fuggevolezza di una gatta. Anna prese a nuotarle accanto scuotendo piano le braccia. Siamo due forze della natura, pensò. Non mi giudicare. Ma no, no, anche tu, medusa, saresti vanitosa se pensassi; se tu potessi parlare, sapresti dire che cosa significa essere una donna. E poi, non erano tutti quanti vanitosi?, si chiese Anna. Almeno la sua vanità era di un altro ordine. Di un ordine naturale, connaturato alla vita del corpo. Gli altri, persino nel masturbarsi non godevano sul serio. Si svuotavano nello stesso modo in cui si tira uno sciacquone. Nessuna estetica del godimento. Nessuna visione. Anna, invece, nel momento del grande piacere vedeva il soffitto dondolare, sfilacciarsi in grappoli di immagini. Non sono niente, pensava, ma ho grappoli di immagini, e tutti i miei sensi, e le contraddizioni – così vitali, lei lo sapeva, perché sul bordo di una contraddizione si percepiscono più cose.

Salì di nuovo in superficie. Prese a nuotare su un fianco, e poi sull’altro, divertendosi, gli occhi pregni di sale sfocavano l’orizzonte, la spiaggia ridotta allo stato di miraggio. Il mare si era fatto leggermente mosso. Sapeva che i continui ondeggiamenti esponevano a tratti ampie zone del suo corpo, ma non se ne preoccupava più. Ancora si immaginò da fuori, come loro la vedevano, come loro si illudevano che lei giocasse a mostrarsi e invece giocava con il mare. E cominciò persino a piacerle, assecondare il moto delle onde e svelare prima una natica, poi la pelle diafana del petto, poi la curva bruna di un’ascella, e li vedeva, anche se non li vedeva, che affilavano la vista, e finalmente anche loro si eccitavano, si abbagliavano, mentre lei rideva, e non tentava più di nuotare controcorrente perché l’acqua la teneva, e lei si lasciava prendere – non sapreste darmi la metà di questo piacere, pensava.

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