La scuola serale

Un respiro di palombaro. Il nero esondato nell’iride. La pelle scorticata sotto la barba dalle unghie sporche. Scese le scale reggendosi al corrimano, zaino in spalla.

Le voci gli scivolarono attorno. Ciao ciao! Gracchiò. Una leggera pressione al braccio. La sua faccia sbalordita contro la faccia sbalordita della professoressa Baldelli di matematica, la referente della scuola serale. Farà attenzione questa volta? Allungò il collo e aprì la bocca. L’odore di morte fece andare la Baldelli in ritirata.
Lorella, le mani giunte al manico della scopa, mosse la testa di qua e di là scortando con cipiglio i movimenti di quell’ultimo ospite simile a un insetto stecco.

Raggiunse il traguardo del portone. Era fuori, nel buio. Quando aveva parcheggiato stava tramontando. Il vento di dicembre gli scodinzolò tra i ricci appiccicati alla fronte e nelle maniche della giacca di pelle. Starnutì e, scesi i pochi gradini dell’ingresso, sputò un bolo giallastro che si espanse sull’asfalto. Schiacciò sul pulsante di un’auto tumefatta e aprì il baule. Da un borsone da palestra liso tirò fuori una bottiglia di grappa. Un fischio. Ombre di ragazzi tra le scie di fumo delle sigarette schiamazzavano. Ti prepari per il viaggio, Gelo? Ebbe il moto istintivo di nascondere la bottiglia tra le braccia e sentì guizzi di risa. Si voltò e non c’era più nessuno. Ingollò sorsi a canna, interrompendo il flusso per riprendere fiato. Si sedette di fronte al volante, gettando lo zaino sul sedile accanto. Poi lo riprese. Lo ripose lentamente. Aprì le cinghie e tirò fuori il quaderno. La grafia incerta dell’alfabeto maiuscolo. Lo accarezzò e lo rimise nella borsa. Fece un altro sorso dalla bottiglia e si strofinò la faccia con le mani che finalmente stavano smettendo di tremare. Il cellulare gli squillò nella tasca della giacca. Avvitò il tappo al collo della bottiglia e serrò il vetro tra le gambe. Se era la tipa dei servizi sociali non avrebbe risposto. Rispose, era suo figlio, la voce di scoiattolo che filtrava le parole della madre ormai a lui inaccessibili. Il giorno dopo poteva andare a prenderlo davanti a scuola, sarebbero stati insieme per tutto il giorno fino a quando papà la sera anche tu dovrai andare a scuola. Se vuoi facciamo insieme i compiti. Oggi che cosa avete fatto? Una lacrima rigò la sua guancia rossa e arsa. Biascicò che in storia l’insegnante aveva iniziato a spiegare il Medioevo e lo scoiattolo declamò il suo Ah! altero. Noi siamo già a Garibaldi. Però ti aiuto, papà. I polpacci presero a bruciargli. Appoggiò il telefono accanto allo zaino e aprì la portiera, avrebbe buttato la bottiglia nel cestino davanti al cancello di scuola. Il telefono suonò nuovamente. Questa volta era la stronza che lo chiamava. Voleva controllare che fosse sobrio. Non avrebbe risposto. Si fece un sorso, due, tre, per nascondersi dal richiamo della suoneria. Ma se non le rispondeva, se la sarebbe ritrovata davanti alle elementari il giorno dopo, gli sbirri a farle da scorta e suo figlio con loro, mento basso e occhi all’insù. Doveva concentrarsi. Lei lo capiva subito quando aveva bevuto, con domande di serpente che lo confondevano. Gli faceva raccontare nei dettagli tutto quello che aveva fatto e poi di continuo la domanda oggi hai bevuto? Di continuo, così che ogni volta lui si confondeva e a un certo punto diceva di sì, ma soltanto un pochino.

Il telefono smise di squillare. Le prime gocce di pioggia rimbalzarono sulla sua giacca di pelle e si diffuse presto tutto attorno una polvere fradicia. Prese la bottiglia nelle due mani e se la fece urtare contro la fronte. La pioggia gli aveva inondato gli occhi e vide fosca davanti a sé un’ombra schiacciare senza successo la pedivella della vespa arenata accanto al cancello. Era la professoressa Spillo, la nuova insegnante di italiano e storia. Quello era stato il suo primo giorno. La riconobbe per l’impermeabile taglia gigante che le aveva visto quando era entrata in classe, simile al sacco con cui si catturano i topi prima di ucciderli con il bastone. E in effetti assomigliava a un topolino, sia per il modo in cui si muoveva, veloce e silenzioso, che per la voce sottile. Gli studenti erano stati svegli tutta la lezione per paura che se avessero chiuso gli occhi un momento l’avrebbero lasciata scomparire. Poggiò la bottiglia sul sedile e le si avvicinò. È per via del freddo, provò a dirle. Ma la bocca impastata si mangiò le parole. La professoressa alzò la testa verso Gelo che ora le stava a circa un metro di distanza. Caldo nel petto ti riconosco, da dove vieni, l’infanzia? Le loro labbra si socchiusero. Anche la Spillo aveva la pioggia negli occhi e Gelo si ricordò che già a lezione si era messo le mani ai capelli per controllare che fossero asciutti.

La Spillo tornò a guardare in basso e a scalciare sul pedale. La moto finalmente si accese. Gelo la vide sfilare piano davanti a sé, trascinando lo sguardo da lui alla strada confusa dall’acqua. Scomparve alla curva del parcheggio. Il telefono tornò a squillare. Il piazzale era ormai deserto. Gelo tese le braccia in orizzontale, in una mano reggendo la bottiglia in cui sciabordava la grappa; zampettò nelle pozzanghere fino a sentire brividi ai piedi. Quando tornò alla macchina, prima di girare la chiave, fece altri due sorsi e una smorfia di fastidio per la maglietta appiccicata alla pelle, che il rumore della pioggia sul tettuccio cullò via. Gelo tirò su col naso. Meglio lasciare un finestrino aperto. Un terzo sorso, la bottiglia stretta tra le ginocchia. Accese il motore e i fari regalarono le loro aureole alla strada. Intorno era tutto buio, per i campi e le scuole abbandonate nella notte. Uscì dal piazzale e girò a destra. Nella strada deserta sembrava di pattinare e Gelo premette l’acceleratore senza accorgersene. Frenò appena in tempo allo stop e di fronte gli passò un’automobile, in un fruscio lieve. Si tirò via dalla fronte la ciocca di capelli che gli gocciolava sulla faccia. Il tic tac della freccia rispondeva alla pioggia. Girò a sinistra, al provinciale. Un bagliore all’orizzonte, verso il cavalcavia. Di nuovo premette per accelerare e mise in quarta, non c’era nessuno a quell’ora, come sempre. Magari un sorso ancora e scivolare dentro al letto, perdersi sul materasso fino al mattino. La testa iniziò a ciondolargli, le palpebre seguivano il ritmo dei tergicristalli. Le spalancò quando il telefono riprese a squillare. La baldracca, ancora lei, ancora una possibilità. Un sorriso sulle labbra rotte, cercò dietro allo zaino il telefono piegandosi sul sedile accanto. Lo trovò e toccò lo schermo per rispondere. Pronto. Ma la macchina inciampò contro qualcosa. La rotonda, biascicò, ancora, guardando spaurito dal finestrino. Mentre l’auto volteggiava agile come una ginnasta, gli sembrò di vedere in piedi sotto al cavalcavia la professoressa Spillo con ancora la testa incastrata nel casco. Mi sta aspettando. Gelo sentì la bottiglia sfilarsi dalle sue ginocchia e sarebbe finita contro il parabrezza se in uno scatto lui non l’avesse afferrata stringendosela al petto. La macchina completò mezza capriola e atterrò fregando il tettuccio contro l’asfalto come un cerino strinato sul muro. Per fortuna non prese fuoco. Gelo riuscì a strisciare fuori dal finestrino, tenendo premuto all’orecchio il cellulare, che già rimandava le domande sentenziose. La Spillo lo raggiunse e gli si sdraiò accanto, toccandogli le gambe con le sue ginocchia. Gelo fece in tempo a sussurrare ambulanza, prima di perdere i sensi.

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