(La mia vita)

(Nacqui a Viterbo nel ‘44 in una famiglia piuttosto benestante – mio padre A. M. e il nonno S. M., idraulici molto vicini al PNF assai capaci, fecero, per varie ragioni, fortuna nel ventennio

(li chiamavano, mi raccontò una volta nonna N. con estrema vergogna, gli idraulici del Duce; peraltro erano avarissimi: caratteristica tipica di coloro che si arricchiscono con lavori per così dire ordinari); mamma, S. F. in M., era una casalinga alquanto parsimoniosa – e saldamente unita nel terrore della dittatura domestica paterna. Mia sorella R. M., sgravata che ebbe luce nel ‘49 ed era, già ai tempi, un autentico mostro sotto ogni aspetto sia esteriore sia umano, fu la seconda e per fortuna ultima della figliolanza: i nostri genitori, allora magri e di fisionomia gradevole, non riuscirono a garantirci neppure delle sembianze accettabili. Della mia infanzia non ho molto da dire perché, a quel che ricordo, cioè quasi nulla: è come se non l’avessi vissuta, fu relativamente serena o comunque poco traumatica, malgrado la mia corporatura pingue, spiacevolissima (e però, sia chiaro, mai ai livelli di mia sorella), grazie ai lunghi periodi di assenza di mio padre. Alle medie conobbi G. U., l’unico il più grande amico che abbia mai avuto, e come tutti i maschi, con lieve anticipo sulla comparsa del pelo pubico, cominciai a guardare le femmine; tuttavia loro non cominciarono a guardare me e, dalla rabbia che covavo, causata sia dalla mia inesorabile iattura, sia dalle violenze subite dalla mamma, sistematicamente ricoperta di botte dal fascista, picchiavo gli altri ragazzini, perché ero alto, grosso (sebbene mai, lo ribadisco, come quel mostro di R.).; Aalle superiori, ancor più furioso e depresso, litigavo spesso con mio padre che era un’autentica bestia, e ciò nonostante mi diplomai con un buon voto (80/100 se la memoria non mi inganna) pur avendo combinato con il perfido G. U. diversi atti di vandalismo pasticci, a quell’età inevitabili puniti dal fascista con terribili percosse. Paradossalmente, a chetare la mia tremenda collera vivacità adolescenziale fu la morte delle nonne a pochi mesi di distanza l’una dall’altra, la materna (B. P. in F.) nel ‘61 e la paterna (N. Z. in M.) nel ‘62 – i nonni C. F. e S. M. detto Benito I, da un’associazione di Mussolini e Primo Carnera, nemmeno li conobbi: restarono uccisi nella guerra civile, il primo dalle SS, il secondo dai partigiani. Diciannovenne, diventai infelicemente un idraulico: mio padre, spilorcio e grettissimo di vedute, aveva soppresso i miei aneliti verso la letteratura e la musica (“cazzate da froci!” “alla tua età avevo già dieci anni di lavoro sulla groppa, porcamadonna!”) con tutte le sue forze. Tale mestiere, a ogni modo, mi ha permesso di vivere in una discreta (perché il fascista mi ha contagiato con l’ansia per le carestie: retaggio bellico di un uomo già avarissimo; tanto che oggi possiedo un’intera libreria di 500 tomi tutti, e sottolineo tutti, acquistati ai mercatini dell’usato per un prezzo medio, stando all’attuale valuta, di 1,50 euro) agiatezza e di prendere in moglie l’infermiera L. V. (ma non prima di perdere ben 25 kg) di Cura, fatiscente frazione di Vetralla, nel ‘69 (stesso anno in cui scoprii che A. M. intratteneva, o meglio aveva sempre intrattenuto, relazioni con numerose donne, e che S. F. in M. ne era al corrente sin dal fidanzamento). Da lei, che ingrassò di 10-15 kg per ciascuna gravidanza spegnendo qualsiasi mio sentimento, ho avuto due figli maschi, P. e F., rispettivamente nati nel ‘70 e nel ‘72, entrambi idraulici come tutti i M.: non una volta dimostrarono la minima vocazione, il minimo talento, o anche semplicemente il minimo interesse per qualcosa, lo studio un’arte uno sport (e pensare che io, a differenza del fascista, li avrei sostenuti, avrei affrontato la carestia per non vederli disperati e insoddisfatti alla stregua del sottoscritto) come vuole la tradizione familiare. Nell’85 morì mio padre per un infarto provocato – così dissero i dottori dal tabagismo e dal sovrappeso che, a settantun anni, costituivano un profilo clinicamente letale; ritengo tuttavia che una concausa dell’ipertensione fosse il suo temperamento irascibile, crudele, da autentica bestia qual era, e che la sua longevità, tutto sommato, avesse superato le più ragionevoli aspettative. Con i figli, una moglie alla cui presenza sono rassegnato, l’odiato il lavoro e sporadici svaghi – le brevi vacanze estive, qualche cena di famiglia in pizzeria, le colazioni al bar della domenica mattina con G. U. a base di caffè, tripla grappa e doppio(lasciare?) cornetto – la mia è stata una storia grama e come tante, ma non per questo priva di senso. Al compimento dei miei cinquanta, la mamma spirò per un tumore alla mammella nel medesimo silenzio che aveva contraddistinto la sua perpetua sottomissione al marito, nonostante egli fosse morto da nove anni. Fu un grande dolore dovuto e al suo animo buono, gentile, e alla tristezza che mi aveva sempre infuso la sua tragica e impercettibile permanenza sulla Terra, la sua vita sprecata completamente, fino all’esalazione dell’ultimo fiato; e quasi di pari tristezza fu per me la scomparsa delle zie, le sorelle di mia madre, nel ‘95 e nel ‘96, malate anch’esse di carcinoma mammario. Per contro nel ‘97 un’anima pia tale di Celleno, un ultrasessantenne ex impiegato Telecom, sposò quella bestiaccia di mia sorella: evento che suscitò sollievo un diffuso giubilo tra i parenti (a me, in totale franchezza, generò sgomento: il matrimonio con R. M. era un gesto folle, incomprensibile per qualsiasi uomo, e neanche la più penosa solitudine poteva giustificarlo). Nel ‘98 fu mio figlio minore a maritarsi: un’unione sfortunata poiché la sua compagna, una donnetta del tutto anonima, è, come si sarebbe scoperto più avanti, congenitamente sterile; e proprio mentre F. faceva il suo giuramento sull’altare, io morivo di sensi di colpa per essermi invaghito della edicolante del quartiere XXXXXXXX alla quale, contrariamente a ciò che avrebbe fatto il fascista al mio posto, non ebbi nemmeno il coraggio di dichiararmi. Poi; poi, contestualmente alle liturgie di Giovanni Paolo II per il Giubileo, venne il turno del maggiore, il quale prese in moglie K. A., una ragazza diciottenne più giovane di qualche anno, dopo averla messa incinta, motivo per cui litigammo e lui decise di non parlarmi più, promessa che in effetti ha mantenuto (questo solo per avergli chiesto se lei lavorasse come escort al night di Viterbo, cosa che G. U. sosteneva, e se facessero, sia P. sia l’adolescente, uso di cocaina). Il 2007 fu un anno rilevante in quanto, dopo aver siglato il primato, in termini relativi, di fatture emesse (venticinque su circa duecento prestazioni, cioè il 12,5%), smisi di lavorare e mi detti alla pesca con G. U., attività che interrompemmo l’anno seguente poiché lui, lasciato dalla seconda moglie, cadde in depressione andò incontro a un periodo difficile; e seppure il mio amico non si fosse arreso all’apatia imbattuto in quella disgrazia, avremmo dovuto comunque abbandonare la pesca nel 2011, dato che mi fu diagnosticato un tumore al fegato (bevo ininterrottamente dal pensionamento) la cui prognosi è infausta – non ho alcuna possibilità di raggiungere il 2013 – e sono costretto a letto.)

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