LSD. La Stella Dentro

Extraterrestre portami via
Voglio una stella che sia tutta mia
Extraterrestre vienimi a cercare
Voglio un pianeta su cui ricominciare
Eugenio Finardi

È sempre la luce a svegliami. Da disteso, quando tutto è meno doloroso, l’azzurro sbavato di bianco o il grigio è la prima cosa che vedo, gli uccelli o la pioggia la prima cosa che sento.
Dormo in jeans e maglietta, non ho pigiami belli, può arrivare con il buio o durante un temporale; non ho proprio idea del tipo di rumore che sentirò. Di storie su di Lui ne conosco tante, qualcuna si somiglia, così le foto e i documenti amatoriali: luci, dischi volanti, corpi asciutti e occhi grandi.
Anche la mamma aveva un corpo asciutto e gli occhi grandi. Devi farti trovare in ordine, pigiama bello e mutande pulite, mi diceva mentre mi carezzava la testa e poi mi faceva sparire con il lenzuolo. Non ci sei più, tu mi vedi? No, rispondevo. E mi senti?
Lei ne sapeva, perché una volta l’avevano presa per una manciata di minuti, il tempo di cottura di una pasta al dente. Avevo quindici anni. Succedeva che ogni giorno, appena sentivo parcheggiare la macchina sotto casa alle dodici e quindici, mi affacciassi dal parapetto del corridoio esterno per guardare mia madre arrivare all’ascensore. Lei tornava dalla pescheria in cui lavorava. Io entravo in casa, buttavo la pasta e lasciavo la porta aperta.
Quattro piani e trenta secondi.
Il timer stava trillando, scolai la pasta e uscii per andare a chiamare mia mamma. A volte si fermava dalla signora del terzo piano giusto cinque minuti, per salutarla.
L’ascensore era occupato e scesi a piedi, suonai un paio di volte ma sembrava non esserci nessuno. Tornai su: mia madre era a casa.
Le chiesi cosa fosse successo, dove fosse stata, e lei mi rispose che non era stata da nessuna parte.
Quando glielo spiegai e le portai le prove che quello che dicevo era vero – il tempo di cottura della pasta, l’auto che avevo visto arrivare – lei fece un sorriso.
A tavola le chiesi di nuovo cosa fosse successo e lei disse, Sono sparita per quindici minuti, succede, lo fanno di venire a prenderti. Per noi sono quindici minuti, per loro chissà quanto tempo è.

Mi raccontò che da bambina le era successa una cosa simile, ma lei non si era accorta quasi di nulla, solo la nonna ne era stata sconvolta: era andata a chiedere delle uova alla signora che abitava a venti metri e che aveva le galline e la mamma le aveva detto Fai presto che devo impastare e me ne mancano due. Succedeva spesso che rimanessero senza uova e la Gina era ben felice di dargliele. A volte si fermava a succhiarne uno direttamente dal guscio forato con uno spillo, ma quel giorno non poteva, sua mamma aveva fretta, aveva ringraziato e con un uovo per mano era tornata a casa.
Quando era arrivata, sua mamma era molto arrabbiata e preoccupata perché la stava cercando da quasi mezz’ora e era stata anche dalla Gina, che le aveva giurato di averla vista andare a casa subito. Dove sei stata, aveva chiesto, e soprattutto che fine hanno fatto le uova? Ma lei aveva solo un suono in testa che non aveva mai sentito prima, e la sensazione di aver camminato sospesa mentre le sue mani si aprivano e le uova salivano in cielo.
Sarà stato Lui, mi disse la mamma. Allora mi avvicinai alla sua faccia per vedere le sue pupille che mi sembravano come al solito. La toccai e aveva una consistenza e una temperatura normali. Ma cosa ti ricordi, dimmelo, le chiesi. Lei rispose Niente e non ne parlammo più; da quel momento decisi che volevo essere preso anche io, perché chissà che cosa mi stavo perdendo, chissà che mondi o esperienze.

Morì la nonna e ci trasferimmo nella sua casa. Io insistetti per avere la soffitta tutta per me, perché volevo stare vicino al cielo, e chiesi una finestra proprio sopra la mia testa. Arrivarono i muratori per il restauro di alcune zone della casa che erano fatiscenti e mia mamma chiese se fosse possibile, aggiungendo qualche soldo, aprire un buco sul tetto e costruire un abbaino ché io avevo bisogno di aria e di luce.
Passai sempre più tempo in quella soffitta, tanto che mia mamma presto si pentì di avermi assecondato. Andavo a scuola mal volentieri, mangiavo a casa velocemente, pensavo solo a ritornare lì vicino al mio cielo, e aspettavo le stelle della notte disteso a pancia in su e quella limpidezza annullava la distanza e rendeva tutto possibile. Allungavo un braccio e con un occhio appena aperto e l’altro chiuso guardavo la sagoma nera della mia mano prendere la stella più grande, la più bella. La tenevo tra le dita e la portavo vicino all’orecchio e poi in bocca per farla mia e diventare un po’ stella anche io. Le chiedevo di prendermi, immaginavo come da lassù avrei potuto guardare il mondo e la sua gente ché qui per me non c’era niente di importante, ma passavano i giorni e nessuno mi prendeva. Mi addormentavo dicendo Portami via, voglio una stella che sia tutta mia.

Sei infantile, mi ha detto Laura cinque giorni fa, l’ultima sera che ci siamo visti. Vivi in un mondo tutto tuo, mi vedi? Abbiamo fatto l’amore in modo veloce e egoista, e una lacrima le è scesa durante l’orgasmo, gliel’ho tirata via con il pollice senza dire niente. Durante la notte non ci siamo toccati, il suo piede nel sonno non ha cercato il mio. La mattina lei se ne è andata senza portarmi il caffè a letto, subito ho pensato a uno scherzo e le ho detto a voce alta che di zucchero ne volevo tanto, almeno due cucchiaini, ma non ho sentito i suoi passi e i suoi movimenti e ho sperato nel rumore di un piattino di porcellana, o anche solo del suo respiro quando faceva le scale, dell’odore di pane che aveva sempre addosso e che era solo suo e diventava mio quando invadeva tutta la stanza. Lei da giorni non sapeva di niente, il suo corpo stava abbandonando il mio ancora impregnato d’infanzia.
Sono lì da cinque giorni che mi trascino in bagno a fatica per bere e pisciare. Guardo i nervi allo specchio fondersi con i muscoli sempre più lenti e doloranti, la mia faccia allungata spinge all’infuori gli occhi enormi e liquidi; i miei peli, insieme ai capelli, sono ovunque sul pavimento del bagno, in camera, sul letto che mi sta digerendo. La testa enorme mi costringe a stare disteso, e quelle pastiglie non alleviano la sua pesantezza né la mia solitudine.
Poi in un istante mi sento sollevare e vedo la mia casa diventare un puntino, dall’alto saluto ciò che ero insieme a ciò che non mi appartiene più.
L’aria è mite, il sole basso che mi accarezza la schiena sembra conoscermi, sento da lontano una voce femminile chiamare Eugenio, dice che è tardi, che si fa viola presto, e alzando gli occhi vedo calare su di me quel colore bellissimo e sconosciuto.
Una donna con il corpo asciutto e gli occhi grandi si avvicina per prendermi la mano. Mentre camminiamo e i miei piedi affondano in quella polvere bianca e tiepida mi sento felice. Lei si ferma, mi bacia la fronte e dice Mi manchi.
Chi sei? chiedo, e lei sorridendo dice Nessuno. Chi sono? Le chiedo, e lei sorridendo dice Sei Eugenio, sciocchino. Lo vedi quello? Il sole, rispondo. Sole? quella è la Tua stella.
Mi porta in un pallone gigante e chiedo cosa sia, lei mi risponde Ma come? sei sempre così distante, vivi in un altro mondo, vai a lavarti che fra poco viene nero.
Mi dà una pallina gialla, lei ne mangia una blu, poi mi porta in un posto di sopra dove c’è un letto e un buco aperto sul cielo e, dentro al buco, le stelle. Allora provo a prenderle e mi addormento.
È il viola chiaro a svegliarmi, sbavato di bianco, e voci di bambini che ridono e l’odore di pane e di sabbia bagnata; eccitato mi alzo per correre giù. Una volta fuori, chiamo i bambini, i vecchi e la donna senza nome che mi ha portato qui. Non c’è nessuno. Inizio a avere paura, cammino verso il mare che è caldo e denso, guardo gli alberi sul promontorio e mi accorgo che non c’è nemmeno il vento.
Ritornato alla grande palla, faccio il giro di tutte le stanze a cui mancano le porte e le finestre; al loro posto solo buchi. Cerco uno specchio senza trovarlo, nessuna superficie riflette la mia immagine, ho bisogno di vedermi. Mi sfilo la maglietta e i jeans e corro verso il mare immobile, vedo la mia faccia di vecchio, mi guardo le mani bambine, le tocco, e poi le gambe corte e smilze e i piedi piccoli, il corpo senza peli.
Fa freddo e tutto è diventato viola, ricordo le parole di quella donna e entro nella sfera per cercare del cibo. Sopra a un tavolo c’è un vaso pieno di palline colorate, ne prendo una per annusarla, poi un’altra di un colore diverso e annuso anche questa. Mi riempio la bocca e le deglutisco a fatica fino a farmi scoppiare la pancia e girare la testa. Aspetto la donna del bacio, non arriva.

Disteso sul letto guardo il buco, una lacrima mi scende e la tolgo con il pollice; allungo una mano per prendere una stella e la prego di portarmi via da qui, di farmi ritornare a casa. Diventa la mia preghiera.
Era già arrivato il viola, poi arrivano il nero e il viola chiarissimo, succede molte volte. Pian piano arrivano anche la stanchezza, la noia e la paura di ricominciare.
Fino al giorno in cui sento di nuovo quella donna chiamarmi e, venendomi incontro con due uova in mano, mi chiede dove sia stato tutto questo tempo.

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