Il chiodo

Io volevo fare l’amore con la mia Lucia e invece sono morto.

Da quand’ero piccolo andavo sempre sotto il suo balcone, c’erano un sacco di uomini lì. Lei mandava baci, quelli li afferravano e se li mettevano in faccia, ma sapevo che i suoi baci erano solo per me, perché l’amavo e mi dicevo: «Lucia sarà la mia innamorata». Quando ero ancora un bambino, mi scavalcavano tutti. Poi sono cresciuto, quegli uomini continuavano a scavalcarmi, però ero più alto e riuscivo a vederla quasi come se ero in prima fila. Anche Lucia mi vedeva bene e la salutavo. Sotto il suo balcone c’erano sempre anche tre ragazzi come me che mi prendevano in giro tutto il tempo e mi chiamavano Facciastrana. «Mi chiamo Nino!», gli dicevo e loro ridevano ancora più forte. Ma non m’importava, vicino a Lucia ero felice.
Tutti salivano a trovarla, c’era un movimento! Perché non invitava su anche me? Ero sempre lì sotto a farle la mia serenata con gli occhi. Li avevo azzurrissimi, uguali al cielo dentro lo stagno di casa mia. Abitavo poco fuori dal villaggio, vicino al bosco. Avevo il mio orto e le mie galline, ma nessuno veniva a comprare mai niente. Però riuscivo a campare, avevo tutto nella mia casetta. Certo, mi è capitato di mangiare gli avanzi di Scudo, il mio cane, ma erano l’unica cosa che mi era rimasta, le galline non sempre facevano le uova e d’inverno il freddo gelava le verdure. Quando mangiavo le sue cose, Scudo gridava e mi saltava addosso. Allora, gli davo due botte in testa e gli dicevo: «Stai giù! Giù», lui la smetteva e gli lasciavo un boccone; mi faceva pena, non volevo farlo morire di fame.

Come ogni pomeriggio, stavo lì, sotto il balcone di Lucia, sperando che si affacciasse. Quel giorno soffiava un vento freddissimo, quasi di ghiaccio, e io portavo solo la mantella, avevo quella e basta per l’inverno. C’erano certi lampi, rami luminosissimi e poi rimbombi di cannone. Qui al villaggio non piove quasi mai, però quando viene giù è un lago che si spacca dal cielo. Le altre volte non ero mai riuscito ad attirare l’attenzione di Lucia, forse era confusa, c’erano sempre troppe persone, o forse era addirittura spaventata per tutti quegli uomini, e io non sono il tipo che spinge per essere il primo o che grida per farsi vedere. Il brutto tempo sembrava essermi amico, perché quel giorno da Lucia non c’era nessuno a parte me, finché dalla pioggia spuntarono quei tre ragazzi, quelli che mi chiamavano Facciastrana. Avevo la loro stessa età, ma loro erano molto più bassi e meno pelosi di me.
«Facciastranaaa!», mi fecero una pernacchia. «Ti chiamano!», esclamò Orso. Mi voltai e loro risero. Lui l’avevo chiamato Orso perché era proprio ciccione.
«Vattene a casa. Che ci fai qui?». Lui era Procione, aveva il codino a righe e gli occhiali da sole neri. Lo fissai, dalla bocca non mi usciva niente e mi chiusi nella mia mantella. «Rispondigli, cretino!», mi sgridò Gatto, aveva le unghie lunghe lunghe e gli occhi gialli.
«Pensavi di andare su da Lucia?», mi chiese Procione abbassandosi gli occhiali. Feci di sì con la testa e lui venne verso di me. Un po’ era alla luce di un lampo e poi quasi tutto nel buio. Mi guardai le scarpe, le avevo rattoppate e mi entrava la pioggia.
«Facciastrana, oltre a essere scemo, sei pure muto?», disse Gatto e Orso si mise a ridere.
«So parlare». E mi fecero il verso: «To pallale! To pallale!». Ma io non avevo detto così. Ho la bocca che va all’insù, come un sorriso, ma le so dire bene le cose.
«Oggi Lucia non riceve. Puoi stare fresco. Quando c’è il temporale non si affaccia mai», mi disse Gatto.
«Ma anche se si affacciasse e tu fossi l’unico, non ti farebbe salire comunque, puoi starne certo», poi Procione mi posò una mano sulla spalla. «Attenzione, non perché hai la faccia che hai e sei brutto come un orco. Questo non è un problema per lei. Solo se hai dieci monete puoi incontrala. Tu le hai dieci monete?», mi sussurrò all’orecchio. La sua lingua mi sembrò un serpente.
«Non ne ho manco una», e capii in quel momento perché non ero mai potuto salire a presentarmi. Dovevo farle un regalo, che stupido!
«Che cosa ha detto?», chiesero Orso e Gatto.
«Dice che non ha monete», rispose Procione. «Allora, ragazzuoli, che ne dite? Gli raccontiamo tutta la storia?», domandò poi ai suoi amici e strizzò l’occhio. Fecero la stessa cosa anche gli altri due, e pensai: «Che sfortunati, è entrata la pioggia in un occhio a tutti e tre», e mi sentii fortunato perché avevo la mantella col cappuccio e a me non era successo.
«È difficile da credere, ma una fattucchiera ha maledetto Lucia, molto tempo fa, e adesso è prigioniera in casa», iniziò a raccontarmi Procione, e mi venne subito in mente che non avevo mai visto Lucia camminare per le strade del villaggio.
«A quel tempo, Lucia aveva la nostra stessa età. Incanta tutti anche ora che ha più di quarant’anni, perciò pensa a quanto doveva essere bella a diciotto. Era così bella che s’innamorò di lei anche lo sposo della fattucchiera e le donò la sua fede, come pegno d’amore».
«Ma voi come sapete queste cose se nemmeno c’eravate?»
«Ci ha detto tutto quando siamo andati a trovarla. Racconta sempre questa storia».
«Sì, è così, ci siamo stati un sacco di volte», dissero Gatto e Orso facendo su e giù con la testa. Chiesi a Gatto perché sorrideva, lui mi disse che quella era la sua faccia e che non stava proprio ridendo. Mi sentii un fesso ad averglielo chiesto, anche perché pure io ho la faccia che sembra che ride.
«E poi cosa vi ha detto Lucia?», e pensai che dovessero essere davvero ricchi per esserci andati tante volte, dieci monete sono tante. Eppure avevano le scarpe rotte come le mie.
«La fattucchiera, poco prima di morire, raccolse tutto il suo potere nella propria lapide e legò l’anima di Lucia alla propria. Come lei ora è distesa per sempre sotto quella pietra, finché vivrà Lucia sarà sepolta nella propria casa. È la maledizione».
«E cosa c’entra il temporale?», chiesi a Procione a bassa voce.
«Questo non è vento di temporale, ma la fattucchiera che urla di gelosia. Lucia ha paura e si chiude dentro». Mi si alzarono i capelli per l’impressione.
Gatto scoppiò a ridere. «La cosa è seria», lo rimproverò Procione. «Sai perché vuole dieci monete?»
«Perché? Diccelo, non ce lo ricordiamo», disse Orso dando due gomitate a Gatto. Procione mi prese le mani e me le strinse forte: «Lucia desidera una cosa sola, ma nessuno ha il coraggio di fare quello che chiede, allora in cambio si fa dare dieci monete. Spera di raccoglierne talmente tante da convincere un vero uomo a portarle la fede della fattucchiera e così quando metterà anche quella sarà finalmente libera. Però l’anello è sotterrato nella tomba di quel demonio e nemmeno uno scemo accetterebbe, neppure per tutte le monete del mondo».
«Ma se per caso uno prende l’anello diventa pure il suo innamorato e fa l’amore con lei per sempre?»
«Certo».
«Ci vado io! Non m’interessa delle monete, voglio solo Lucia», avevo paura ma potevo farcela. Esultarono e Procione applaudì. «Perché mi state aiutando? Siete sempre così antipatici con me».
«L’abbiamo capito subito quando siamo passati di qua e ti abbiamo visto tutto solo e disperato. Sei l’unico in tutto il villaggio che la vorrebbe come fidanzata. Gli altri uomini non si fidanzano con una come Lucia. Ma tu sei diverso».
«Io la amo».
«Per questo vogliamo aiutarti».
«Davvero?», domandammo io, Gatto e Orso.
«Sì. Ascolta amico, noi sappiamo dov’è la lapide della fattucchiera».
«Per favore, dimmelo». Pensai a Lucia, se le avessi dato quell’anello avrei rotto la maledizione. Poteva essere mia mamma, ma per come la volevo io poteva anche essere la mia fidanzata. La immaginai nuda, tutta intera, perché sotto la pancia non l’ho mai vista, il suo balcone è fasciato di pietra. La vedevo con i capelli rossi, gli occhi verdi, le sue tettone, e poi immaginavo il suo bel culo e un pisello come il mio. Non ho mai visto il pisello a una donna, e un po’ mi dispiace.
«Tutto ha un prezzo», mi disse Procione serio, levandosi gli occhiali.
«Non lo sapevo, scusami», risposi colpendomi la testa.
«Trovaci trenta monete e te lo diremo. Ti aspettiamo qui». Tutti e tre mi tesero la mano e la strinsi a ognuno di loro.
Li salutai e mi misi a correre.

Dove le trovavo tutte quelle monete? Era un problema. Pensai di chiederle a qualcuno, ma il villaggio era vuoto per colpa del temporale. Di aperto c’era soltanto il banco dei pegni del vecchio Calcedonio, quello non chiude mai. Qui funziona tutto il contrario che da Lucia, perché da questo posto esci con le monete, mentre da Lucia entri con le monete ed esci senza.
«Buon pomeriggio, signor Calcedonio, vorrei trenta monete per favore».
«Ci sei o ci fai? Non regalo monete. Se le vuoi, mi devi dare qualcosa in cambio».
«Non ho niente», lui mi sbirciò dal bancone e gli mostrai le mie tasche vuote. «Per questa volta me le dia, ne ho bisogno».
«Non mi seccare, vattene via, Nino», e mi voltò le spalle. Saltai il bancone e presi la cassa, dentro c’erano una pioggia di monete che non riuscivo a contarle. «Posala subito!», abbaiò saltandomi addosso. Volevo farlo stare buono, come Scudo, allora gli ho dato due botte in testa con tutta la cassa. «Stai giù. Giù!», gli ho detto, e il signor Calcedonio si è perfino steso a terra. Mi dispiace un sacco che l’ho trattato come un cane. Avevo bisogno di quelle trenta monete. Tutte le altre le lasciai lì, un mucchio per terra e un po’ su di lui. «Le mette a posto lei? Vado di fretta».
Mentre ritornavo dai ragazzi si mise a piovere ancora più forte, ma per fortuna sotto la mantella ero asciutto. Arrivai lì che il cielo era nero e a terra era tutto un soffio di vento. Procione e Orso erano sotto il balcone ad aspettarmi.
«Ecco le trenta monete!», dissi impaziente di sapere dov’era la tomba della fattucchiera.
«Dove le hai prese?», mi domandò Orso osservando quello che mi luccicava in mano.
«Non ci interessa», lo guardò arrabbiato Procione.
«Perché hai un martello e questo grosso chiodo?»
«Sono per te», mi disse Procione mettendomeli in mano, «Pianta questo chiodo sulla lapide della fattucchiera, mi raccomando, servirà a non farla risvegliare dalla tomba dopo che le ruberai l’anello».
«La lapide è quella dove c’è incisa una X, si trova in fondo al cimitero, accanto a un grande albero, da lì si vede la finestra di Lucia», mi disse Gatto. Li ringraziai e mi misi a correre. Da lontano mi voltai a guardarli per dirgli ciao. Procione stava bussando a Lucia, «Le abbiamo detto che spezzerai la maledizione, dice che non vede l’ora di conoscerti!» mi urlò.

Il cuore mi batteva fortissimo e saltai di felicità. Sentii un sacco di forza nelle gambe e volai al cimitero, stringendo martello e chiodo. Il vento fischiava come i gufi e le foglie mi sbattevano sulla faccia insieme alla pioggia, durissima. Avevo i piedi zuppi e sentivo freddo anche sotto la mantella. Camminavo alla luce dei fulmini, solo così capivo dove stavo andando. Finalmente vidi il grosso albero, un lampo lo aveva illuminato per me e mi lanciai, ma dalla fretta scivolai sul fango e rotolai giù da una collinetta fino alla tomba della fattucchiera. Vidi la X e mi misi scavare. Era bastato spostare solo un pochino di fango per trovare l’anello. Lo pulii sotto la pioggia, sembrava un quadrato ma aveva sei lati e dentro c’erano scavati tanti cerchietti. Era l’anello più strambo che avessi mai visto, anche perché era strettissimo. Per la paura sentii una spina sul petto e stavo per scappare, poi mi ricordai delle parole di Procione. Allora, tornai indietro controvento e con una martellata piantai il chiodo nella lapide, fortissimo. Una raffica mi urlò nelle orecchie e la pioggia mi finì negli occhi, un lampo spaccò il cielo e prima che potessi sentire il tuono schizzai via. Ma la fattucchiera m’acchiappò per la mantella, e quella spina di prima mi bucò il cuore. Un pezzo di me si sollevò dal mio corpo e vidi che non c’era nessuna fattucchiera, non poteva esserci. Come aveva detto Procione, il chiodo serviva a non farla svegliare e, se non fossi morto, voltandomi avrei visto la mantella incastrata fra il chiodo e la lapide.
Da allora, ogni volta che c’è il temporale, mi accovaccio su questa lapide e con l’anello tra le mani osservo la finestra gialla della mia amata e la chiamo a ogni soffio di vento: «Lucia!».
Spero che mi senta, così il temporale le fa meno paura.

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