finestre

Rimase a lungo a contemplare il sottile filo di fumo violaceo che saliva verso il soffitto.
Prima o poi quella sigaretta si sarebbe spenta.
Natsuo Kirino, In, tr. Gianluca Coci, Neri Pozza Editore, Vicenza 2019.

In balcone Lidia soffiava fuori il fumo, seduta in bilico su uno sgabello, le gambe irrefrenabili, un movimento continuo, ritmato.

I capelli si erano fatti radi, lo sguardo spento. Quando parlava, sembrava cercasse di far emergere le parole da un buco profondo, una cantina umida e inospitale. A fatica riusciva a tirarle fuori, odoravano di muffa, di stantio, di infelicità. Fingeva il quotidiano, la regolarità, i sorrisi, le cicche spente con dovizia, i saluti. Il susseguirsi di giorno e notte la stava mangiando un pezzo alla volta. Se ne era accorta, la dirimpettaia, allungando lo sguardo. Una mattina le mancava un sopracciglio, il giorno dopo aveva perso una mano. Svanire era la sua rovina.

Malessere si era impossessato della casa, si rifletteva nelle luci innaturali che allagavano la cucina, si affacciava sui balconi spogli, si posava sui mobili scuri. Non aveva nessuno con cui scambiarsi il dolore. Covava dentro, affondava radici. Un grumo di tristezza le piegava le spalle, le teneva sempre chiuse come le ante di un armadio. Se si provava a sbirciarci dentro, si leggeva paura.

Suo marito aveva voce di catrame, nera e appiccicosa. Quando urlava, tutti gli angoli, le fughe, gli interstizi erano travolti da una colata di rancore. Ai tempi Lidia aveva già perso il braccio sinistro, la bocca conservava solo il labbro superiore, l’arcata dentale aveva fatto una fine buia. Nell’oblio di bocca e denti, stava zitta, fumava in silenzio e guardava con l’unico occhio rimasto, il destro, appannato ma ancora vigile.

Il giorno che erano volate parole sbieche, la bocca di lui si era mossa senza quasi emettere suono, fino a quando la rabbia era tracimata veloce nei canali di scolo a ridosso del marciapiede. Un colpo di taglio ben assestato l’aveva fatta barcollare, perché nel frattempo aveva anche perso l’appoggio dell’anca e del piede sinistro.

Lidia era rientrata in casa a testa bassa, lui l’aveva seguita. Avevano chiuso le finestre, le serrande elettriche erano scese come una ghigliottina.

Poi era stato silenzio. Giorni e giorni di ovatta. Non si sentiva un fiato, né un pianto, né un gemito, solo un’assenza di colla nella casa sigillata.

Dopo pochi giorni, lui era uscito dal cancello con una valigia in mano. Lidia in quel breve lasso di tempo aveva smarrito seni e scapole e nei giorni a venire aveva ripreso a ritagliarsi tempo per fumare in balcone, le gambe, in parte riapparse, di nuovo incontrollabili.

Nonostante tutto, aveva continuato a svanire. A intervalli regolari, riacquistava un braccio, ma perdeva l’ombelico, ritrovava la caviglia sinistra, ma il polso destro non c’era più. E così i capelli, ancora più radi, le orbite vuote per non incontrare sguardi altrui, i gomiti sempre più stretti, nel tentativo di conservare il ventre.

1 Reply to “finestre“

  1. Bellissimo. Scrittura ricca e densa. Le parole, affilate come coltelli, cesellano il personaggio con grazia feroce e definitiva..

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