Pietre

Le scarpette diadora, azzurre e argento, si aprivano entrambe all’altezza degli alluci, ma solo quando facevo il gesto di voler colpire la palla di testa. A ogni modo, quella sarebbe stata la loro ultima estate. Avevo dodici anni.

Il nostro campo da calcio era una elle maiuscola. I tre garage, lo chiamavamo, anche se di garage ce n’erano otto, tre su un lato, tre sull’altro, e i due agli estremi che erano le porte. Quando la palla entrava, il palazzo tremava tutto a partire dalle fondamenta e all’ultimo piano sembrava dovessero esplodere i vetri. Altrimenti, o tornava in gioco rimbalzando contro il muro, oppure usciva, volava sopra la rete di recinzione e finiva nel cantiere abbandonato là davanti. Qualcuno urlava “sta alla cava!”, e la regola diceva che quello doveva andarla a recuperare e occuparsi della rimessa.
Un’altra regola diceva che la cava era un posto da maschi. Se io ci avessi messo dentro anche solo un piede, me lo avrebbero mozzato.
Giocavamo col portiere volante, al primo che arrivava a dieci, quattro contro uno. Io, Michele il Tosto, Michele il Guercio e Michele il Pio, tutti contro Michele il Pazzo. Non che fosse il più forte, il Pazzo, ma da solo vinceva sempre; lo chiamavamo il Pazzo anche per questo. Il Tosto, invece, perché quando camminava stringeva i pugni tanto da ferirsi i palmi, e il Guercio perché aveva solo un occhio buono che copriva con un adesivo opaco sulla lente. Poi c’era il Pio, nato a sei mesi che nemmeno sembrava umano, sopravvissuto grazie al santo da cui prendeva il nome.

Nel quartiere, i maschi dai tredici anni in giù si chiamavano tutti quanti Michele in onore del Pio, il miracolato. E infatti comandava lui; era rimasto basso e tutto ossa, ma la sua fama, quel suo ghigno da prescelto, ci faceva sentire costantemente in pericolo.
In più aveva sempre una pietra tra le mani. La sua preferita era il coltellino, così la chiamava, una pietra lunga e appuntita, marrone come tutta la roba uscita dalla cava. “Mo’ caccio il coltellino”, faceva di continuo. Ne era ossessionato. Prima di mettere una nuova regola, la estraeva dalla tasca di dietro dei pantaloni e con la punta graffiava la lamiera di uno dei garage, la nostra porta, come a voler incidere le parole sul metallo.
“Solo il capitano può fare le regole, e io sono il capitano. Solo il capitano può segnare”.

Quella mattina avevamo interrotto la partita sul sette a cinque perché intanto si era fatto mezzogiorno e dal Pio pranzavano presto. Da me invece si aspettavano le due, quando tornava mio padre, ma mia madre l’avevo trovata che già stava facendo tutto a tocchetti.
Toc, toc, toc; le zucchine, le melanzane, i volantini della despar, le repliche di Don Matteo in televisione.
I colpi regolari del coltello sul tagliere si sentivano dalle scale, dove rimbombavano. E nell’appartamento raggiungevano ogni angolo; in bagno coprivano il fruscio della salopette che mi si afflosciava sui piedi, e quello degli slip contro le cosce mentre andavo a sedermi sul water.
Toc, toc, toc.

Sapevo già delle mestruazioni, anche se al tempo si chiamavano le cose. Pure mia cugina, quando me ne aveva parlato la prima volta, l’aveva messa in questi termini.
Mi aveva chiesto “ma tu sai che sono quelle pubblicità della lines?”, e dando per scontato che non lo sapessi, e infatti non lo sapevo, aveva continuato “sono i fazzoletti che le donne si appiccicano in mezzo alle gambe quando hanno le loro cose”.
“Le loro cose”, avevo ripetuto imbambolata.
“Le cose sono il sangue che le donne perdono da lì una volta al mese. Me lo ha detto Luisa”.
“Mia madre non lo perde”.
“Lo perdono tutte. Se tua madre compra i lines, significa che lo perde anche lei”.
E li comprava, ovvio. Non li avevo mai notati, eppure il mobile sotto al lavandino del bagno ne era pieno come gli scaffali dei supermercati. Come il mobile sotto al lavandino del bagno d’altri, le farmacie, alcuni distributori, i cestini dell’immondizia nei cessi dell’autogrill, del centro commerciale, e le discariche.
Mia cugina sosteneva ci fosse un assorbente nascosto nella tasca interna di ogni borsa da donna. Lo perdono tutte, pensavo, eroine romantiche… Mi domandavo: chissà se quella sta sanguinando proprio in questo momento; e mi sporgevo a guardarle il culo in cerca del segno dell’assorbente.
Io, voglio dire, per me avevo bisogno di una traccia, anche minima. Mi sarei accontentata di una piccolissima goccia di sangue. Ma le mie prime cose non erano niente. Non valevano niente.
“È normale”, aveva detto mia madre a voce bassa. “All’inizio sono così”.
“Se non sono nemmeno rosse!”, avevo risposto andandole sopra. “Che senso ha”, le avevo urlato contro, “se non sono nemmeno rosse?”
Guardavo le mie perdite, due macchie secche e scure come le pietre della cava viste dall’alto. E poi guardavo mia madre, beige come le piastrelle sullo sfondo, ma senza contorni.
“Mettiti questi”, mi aveva detto passandomi gli slip puliti e un assorbente da giorno, con ali, ripiegato in un rettangolino di plastica viola. Me lo sarei dovuto portare in giro, avevo realizzato, stretto tra le cosce, proprio come faceva il Pio col suo pisello.

Una volta il Pio mi aveva chiesto “lo vuoi vedere?”
C’eravamo solamente io e lui, stavamo seduti sulle scalette che portavano ai tre garage. In un attimo me l’ero ritrovato davanti, col bacino sulla mia faccia e le sue ossa che mi tenevano a tiro come spunzoni. I pantaloni gli stavano così larghi, ricordo, che nemmeno se li era dovuti sbottonare. Con una mano si menava il cazzo moscio, con l’altra mi reggeva la fronte per costringermi a guardarlo.

Toc, toc, toc.

Intorno alle cinque, gli slip appesi alla corda del bucato erano diventati di marmo. Dalla finestra del soggiorno, vedevo la loro ombra allungarsi sui tre garage che mi stavano sotto, e infine chiudersi come un indice rivolto verso la cava che mi stava davanti. E anche della cava, riuscivo a vedere ogni dettaglio; gli altri, là dentro, al lavoro già da un’ora.
Il Pazzo, al centro, raccoglieva le pietre affondando le braccia in una montagna di detriti. Alcune le gettava via, altre le passava al Tosto e al Guercio che poi andavano a scaricarle in un recinto di blocchi di cemento forato. Ma le prescelte erano identiche alle pietre scartate, così mi sembrava. Frastagliate ai bordi; marroni per via della terra; grandi, tutte, poco meno di un palmo.
I loro suoni arrivavano dritti alla mia finestra perché non c’erano impedimenti, tutti si muovevano in silenzio, nessuno fiatava. Toc, toc, toc. A parte il Pio, che dirigeva i lavori dal sellino della sua bicicletta, nessuno sembrava divertirsi.
Eppure una logica doveva esserci. Come ogni pomeriggio, li spiavo impalata tra la tenda e il vetro, ma in più pensavo, facciamo che adesso conto fino a tre e trattengo il fiato. “Uno, due e tre”, facevo, mi sollevavo sulle punte e mi lasciavo andare.
“Adesso scendi”, dicevo, e mi concentravo sul sangue. Spingevo la pancia contro il davanzale e pensavo che tutte, prima di me, avevano ripetuto quelle parole, esattamente gli stessi gesti, per poter diventare donne.
L’assorbente mi faceva sentire strana. Spinto dal cavallo dei pantaloni, lo percepivo esposto, tutto in avanti. Se lo avessi tirato fuori, se avessi slacciato la salopette e abbassato gli slip quel tanto che bastava, si sarebbe spiegato dalla mia fica zuppo solo di sudore. Flaccido e molle, come il cazzo del Pio. “Lo so che ti piace”.

Quando il Pio parlava, gli si vedevano pure le gengive: prese in pieno dal sole sulla cava, sembravano sanguinare anche loro, alla faccia mia. Inveivano e davano ordini. Stavano strillando “fermatelo!”
Mentre scappava, il Pazzo era scivolato su qualcosa cadendo di schiena. Il Tosto aveva riso, l’aveva preso dalle gambe, aveva fatto cenno al Guercio di afferrargli le braccia, e insieme lo avevano lanciato ai piedi del Pio.
“Che hai preso?”, questo gli aveva chiesto allora. Una pietra… avevo mosso le labbra io, che altro poteva essere… Se n’era fregata una; dalla mano che la teneva stretta gli usciva come una specie di bagliore.
“Lasciala!”, gli diceva. “Lasciala subito!”, e intanto lo prendeva a calci sui fianchi, sulla pancia, sui reni, ma lui non la mollava.
“Guarda che lo caccio! Caccio il coltellino!”
Solo quando gli si era messo sopra pronto a segnargli la faccia, il Pazzo si era deciso a liberare la pietra. Ma non gliel’aveva semplicemente data; l’aveva scagliata.
Toc.
Vedendola atterrare, mi era sembrata altro. Un pezzo di vetro modellato dal mare, avevo pensato. O la scheggia di un pianeta lontano, semitrasparente, magnetica, infuocata. Riluceva, rossa e tragica in mezzo alla lotta. Toc. Una fitta al bassoventre. Una piccolissima goccia di sangue.

La cava, vista dall’interno, era materia viva. Toc, toc, toc, pulsava, e io ero l’unica a poterlo avvertire. Gli altri erano andati via, era rimasto solo il Pio, ma lui non si accorgeva di niente. Avevo sbattuto il portone di casa e poi quello del palazzo, sceso le scalette per i tre garage due alla volta e scavalcato la recinzione finendo nella cava con un salto. Lui nemmeno mi aveva sentita entrare. Si era reso conto della mia presenza quando ormai gli ero alle spalle.
“Che cazzo!”, aveva fatto girandosi, e vedendomi aveva detto “tu”. Solo tu.
Intanto aveva recuperato la pietra, in quel momento ci stava giocando passandosela da una mano all’altra.
“Dammela”, gli avevo detto indicandola.
“Ah”, mi aveva risposto, “vuoi questa? E allora vieni a prenderla!”
Il Pio mi sventolava la pietra sotto al mento e rideva come un coglione. Quando mi allungavo, si ritraeva per nasconderla dietro la schiena.
“Dammela!”, urlavo io, e i nostri piedi pestavano la terra facendola vibrare. Toc, toc, toc. La polvere mi arrivava fino in gola mentre strillavo “dammela, stronzo! Pezzo di merda! Nano di merda! Figlio di puttana! Dammela!”
“Puttana a chi?”, aveva chiesto lui. Si era fermato. “Adesso vediamo chi è la puttana”, aveva detto, e mi aveva tirata dalle bretelle della salopette per spingermi a terra. Con le unghie mi bloccava le spalle tenendomi in ginocchio. “Se la vuoi così tanto, succhiamelo”.
Toc. L’utero, stringendosi di scatto, mi aveva fatto chiudere gli occhi; quando li avevo riaperti, il cazzo del Pio era a pochi centimetri dalla mia bocca.
E allora toc, toc, toc, continuava a contrarsi. Guardavo il Pio, le gambe scheletriche, il pisello moscio e toc, gli occhi incavati, toc, il cazzo, la bocca serrata, ancora il cazzo, ancora gli occhi e toc, toc, toc. Eccolo, avevo pensato. Il mio potere.
Lo tenevo stretto dalle cosce col braccio sinistro, mentre col destro andavo a cercare l’altra pietra, il coltellino, nella tasca di dietro dei suoi pantaloni. Sapevo che sarebbe stata abbastanza appuntita. Che l’avrei impugnata in due secondi netti.
Toc. Una coltellata secca, e poi un altro toc. Lui non aveva neanche urlato. Solo, prima che il cazzo gli si staccasse del tutto, aveva aperto le mani rivolgendole al cielo.
La pietra era caduta nella pozza di sangue che intanto ci si allargava tutta intorno. Quanto ti sarà costato, avevo pensato, lasciarla andare. Si vedeva da come ci si era aggrappato un attimo prima della resa. Da come l’aveva stretta fino a renderla incandescente.
Toc, toc, toc. L’assorbente bagnato, l’addome in tensione.
Il mio utero scandiva il ritmo di ogni colpo, mentre il sole scendeva piano dietro al palazzo sui tre garage. Dopo qualche minuto, la cava era in ombra.

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