La leonessa

Ci vedevamo ogni tre o quattro mesi ormai. E le nostre serate erano piene di cortesie e irritanti convenevoli. Non era più come una volta. Mi faceva stare male. Poi ho capito che le cose succedono e basta: è un ciclo, una questione biologica.

All’epoca, Samu era l’unico a essere rimasto com’era. Anche se, secondo me, nel profondo sentiva pure lui di essere cambiato; semplicemente resisteva al cambiamento. Era un judoka, era nato per resistere. Poi, è successo quel che è successo.
Quello che posso dire è di aver sentito il rumore. Non posso dire di aver visto, questo no. L’unica ad aver visto è Clara, quella ragazza. Ma io ho sentito il ruggito, il ruggito che mi sveglia ancora. Nei giorni seguenti ho letto un mucchio di stronzate sui social: che il rumore era stato lo sparo di un petardo, un calcio dato a una saracinesca. Che Samu era ubriaco e in verità non era successo niente, se non dentro la sua testa. Puttanate! Quel rumore lì era qualcosa di mai sentito. Tutta la piazza s’è girata. Ricordo di aver pensato: ecco, adesso ci sparano addosso, adesso bisogna scappare – e non sarebbe stato facile con quella calca.
Una cosa certa di quel rumore, qualunque cosa fosse – ma vi giuro che era un ruggito – è che ha evocato, in ciascuno dei presenti, la sua paura più grande. Per me: la sparatoria. Se parlate con Giorgio – avete già parlato con Giorgio? – vi dirà che credeva arrivasse il terremoto. Se chiedete a qualcun altro… non lo so.
Ma poi c’è la ferita. La ferita è la prova di tutto. Samu sanguinava dalla gamba. Aveva un polpaccio bucato. Ci ho spalmato sopra di Betadine. Mi rendo conto che è una storia senza senso, e non riesco a capire. Ma il ruggito l’ho sentito e la gamba l’ho vista. Ed ero lì, davanti alla porta di quella cantina, quando il buio l’ha inghiottito e risputato diverso. Per il resto, non so cosa pensare. Non voglio più parlarne.

***

Mai stato il mio ragazzo, come invece dicevano i giornali. Ogni tanto mi commentava le storie, e io commentavo le sue. Ci scambiavamo due battute, se ci incontravamo in giro.
Quella sera è stata la sola in cui si siamo baciati. A volte penso che sono l’ultima ragazza che ha baciato. L’ultima che ha toccato. Mi fa stare male, come se sentissi il peso di una responsabilità immensa.
Era arrivato in piazza con i suoi amici. Era sempre uguale: canottiera, bermuda e birra in mano. Quegli altri, invece: tutti incamiciati. Dei veri damerini.
Quand’è arrivato da me, gliel’ho subito detto. Gli ho detto proprio: «non sarà ora di comprare dei vestiti da adulto?». Per scherzo naturalmente, a me piaceva il suo stile. Anch’io, come lui, me ne fregavo.
Lui sapeva stare al gioco. Mi ha risposto: «quando divento adulto ci penso», ha sorriso e ha preso un sorso di birra. Ha sempre avuto un bel sorriso, e il lampione lì sopra lo illuminava dritto e gli ha fatto scintillare l’orecchino. È stato un bel momento, infatti me lo ricordo. Una cosa insignificante, ma bella.
Siamo rimasti a chiacchierare. Le solite frasi: come va e come non va. Lui mi guardava fisso, gli occhi neri e vispi che ancora li sento addosso. Non capivo cosa volesse, perché la stava facendo lunga. Come se attendesse che mi accorgessi di qualcosa. Così, ho lanciato un’occhiata ai suoi amici e ho notato che ci guardavano. Ogni volta che mi giravo, scoppiavano a ridere. Allora ho capito che c’era qualche scommessa in ballo, qualche stronzata da ragazzi. L’ho squadrato dalla testa ai piedi, e quando ho abbassato lo sguardo me ne sono accorta: aveva l’uccello di fuori! In bella mostra! Gli sbucava dalla zip come una proboscide secca. L’aveva tenuto fuori per tutto il tempo, in mezzo a tutta quella gente.
Sono scoppiata a ridere – che dovevo fare? Ho sentito che diventavo rossa. Anche lui si è messo a ridere, senza togliermi gli occhi di dosso. Con gli occhi ti catturava lo sguardo. Per questo non mi ero accorta del suo uccello.
So che sembra uno scherzo di pessimo gusto, ma mi divertiva da morire. Perché pensavo a tutti quei figli di papà, riuniti lì con i loro drink, le schiene poggiate alle Mercedes, a parlare di soldi e di scopate con un palo ficcato nel culo. E poi lui, che gli intingeva il pisello nei bicchieri.
A un certo punto se l’è coperto con la canottiera. Non l’ha rinfilato nelle mutande, ci ha fatto cadere la canottiera sopra. È stato strano, perché dopo tutto quel teatrino sembrava provasse un’improvvisa vergogna, tanto da coprirsi il più in fretta possibile. Mi ha detto: «scusa, era una cosa da idioti». Lui era fatto così: leggero, spensierato, non era uno stronzo.
Gli ho dato un bacio. La sua lingua sapeva di zucchero e limone. Mi ha stretto a sé per i fianchi. Sentivo che s’irrigidiva sotto il nylon. Non saprei dire se fossi eccitata. Di certo lo ero, ma non solo in senso sessuale. Era più l’eccitazione di essere giovani e stupidi ancora una volta. L’ultimo momento in cui mi sono sentita così.
Tutt’intorno c’era un gran casino: la voce della gente. Ma noi ci eravamo defilati, e persi nel bacio. Il resto se n’era andato: uno schermo nero con le nostre lingue a intrecciarsi in sovrimpressione. Quando ci siamo staccati, lui ha fatto un passo indietro. Eravamo al bordo della piazza, vicino a dov’era l’edicola – o forse c’è ancora. Dietro di lui, cominciava la stradina in discesa, e in fondo c’era la porta della cantina. Ma questo l’ho scoperto dopo, perché non si vedeva niente. Laggiù non c’erano lampioni o luci accese. Era un tunnel buio stretto tra i palazzi.
Mi ha chiesto «stiamo insieme più tardi?». Io ho detto di sì e gli ho strappato la birra dalla mano. Ne ho bevuto un sorso buttando indietro la testa.
Quando ho abbassato il mento, gli occhi erano lì, alle sue spalle. Gialli, indimenticabili. Illuminavano il buio. Man mano che si avvicinavano, emergeva anche il resto del corpo. Ricordo le scapole, due spuntoni ossuti che a ogni passo si alternavano su e giù, come pistoni alla base del collo.
Quando ha mostrato i denti, la birra mi è caduta dalle mani. Mi sono mancate le forze, non ne avevo nemmeno per gridare. Lui mi ha visto impallidire, si è voltato di scatto. Appena si è girato, l’animale ha ruggito. Un rumore che ti buca le ossa e le riempie di ghiaccio. È balzato su di noi, ha spalancato la bocca. La luce del lampione ha fatto brillare gli artigli e in quell’istante ho smesso di esistere. È stato come se la vita fosse cominciata e finita tutt’insieme.
L’ha azzannato alla gamba e l’ha trascinato giù per la discesa, in un attimo, una frazione di secondo. Samu gridava come non ho mai sentito gridare nessuno, mentre il suo uccello strusciava per terra. A quel punto ho gridato anch’io. Ma la voce non era la mia, era di un’altra me che non avevo mai conosciuto.
Le persone sono accorse subito. Mi stavano tutte intorno, guardavano giù nel buio. Una ragazza mi ha chiesto: «Che è successo?». Le ho detto, continuando a gridare, che un grosso cane aveva preso il mio amico, che se lo stava mangiando. Un cane enorme, di un altro pianeta. Forse non era nemmeno un cane.
Dovevo essere davvero sconvolta, perché nessuno ha detto niente: come se la mia storia fosse la tragedia più comune al mondo. Come se avessi detto: mi hanno rubato la borsa Qualcuno dietro di me ha chiamato la polizia. Sentivo la sua voce ripetere: «Un cane. Un grosso cane», ma mentre lo ripeteva io mi convincevo sempre più del fatto che non era un cane, ma qualcosa di assurdo, che non apparteneva al nostro mondo. Solo che avevo paura di dire ciò che credevo di aver visto. Come puoi spiegarlo alla gente?
Poi, ricordo un fruscio di bicchieri spostati dal vento, un vento gelido che non c’entrava nulla, che mi ha fatto crollare.

***

La chiamata è arrivata verso mezzanotte e mezzo. Credevo fosse uno scherzo, ma mi hanno detto di andare. A mezzanotte e quaranta eravamo là: mai vista una cosa del genere. Un migliaio di persone schiacciate a un angolo della piazza. Guardavano tutti in direzione del vicolo cieco. Io e la mia collega ci siamo fatti spazio tra la folla.
Quando abbiamo raggiunto la fine dell’assembramento, la ragazza era in stato di shock. Era seduta a terra e tremava, batteva i denti. Vicino a lei c’erano due ragazzi più agitati degli altri. Uno mi dice «C’è un nostro amico lì sotto» e mi indica il buio. La mia collega è rimasta in cima alla salita, per cercare di tranquillizzarli. Io ho estratto torcia e pistola, e sono sceso.
Il fascio di luce illuminava fino in fondo al vicolo. C’era una porta. La porta di una cantina: stava lì da sempre – da piccoli ci incidevamo sopra i nomi delle ragazze che ci piacevano, con i coltellini svizzeri.
Non l’avevo mai vista aperta. Quella volta era aperta, ma la luce non riusciva a entrare. Sembrava molto profonda. Dalla cantina usciva aria fredda, una brezza innaturale. Non era vento, ma qualcosa di più denso, che mi dava la nausea.
Arrivato sull’uscio, ho sentito la paura più vera che abbia mai provato. Ho abbassato la torcia, esponendomi al pericolo. Il fatto è che non avevo il coraggio di guardare.
Poi ho fatto un respiro profondo, ho rialzato torcia e pistola insieme. La luce ha colpito il ragazzo in faccia. Era lì, a meno di due metri da me, dove prima non c’era. Si era materializzato in quel breve lasso di tempo. La sua faccia non era umana. Era allungata, scavata, grigia. La faccia di uno che non dorme da anni. Ero pietrificato.
Il ragazzo avanzava lentamente, malconcio come dopo una rissa brutale. Mi ha gettato un’occhiata che non riesco a dimenticare. L’ho seguito con la luce, senza muovermi e senza dire nulla, perché non ci riuscivo. Lui mi ha superato e ha proseguito in silenzio verso la folla. Allora, mi sono accorto che perdeva sangue da una gamba. Aveva una brutta ferita e il sangue gli era colato sulla scarpa e gli aveva impregnato la suola, e a ogni passo lasciava un’impronta rossa sull’asfalto, l’impronta del piede sinistro. Eppure, si reggeva in piedi e camminava, zoppicante ma deciso.
Ho gridato alla mia collega di andargli incontro, di chiamare un’ambulanza. La porta della cantina cigolava. Si muoveva di qualche centimetro in avanti attorno al perno, poi tornava indietro. Rimbalzava sul muro e ricominciava. Con il piede ho fermato la porta – quel cigolio mi stava torturando. Ho contato fino a tre e sono entrato.
Il resto lo conoscete già. L’ho ripetuto in tutti i modi. La cantina era vuota, solo polvere e ragnatele.
Ero un bagno di sudore. Uscendo ho sentito le ginocchia cedere; ho dovuto reggermi con le mani. Ho sbattuto la porta della cantina, per rinchiudere quel vuoto per sempre. Sono corso su, verso il ragazzo.
La folla si era aperta in due al suo passaggio. Ho chiesto alla mia collega se avesse parlato, ma lei mi ha detto che non aveva pronunciato parola. I suoi amici continuavano a chiamarlo: «Samu, Samu».
L’ho afferrato per le spalle. Gli ho detto di non preoccuparsi, che stava arrivando l’ambulanza. Lui non sembrava preoccupato, rapito piuttosto. Si è divincolato e ha continuato a camminare. L’ho fermato di nuovo, l’ho dovuto bloccare con la forza. Gli ho chiesto cosa fosse successo. Ha risposto: «Devo andare a casa, devo vedere i miei genitori». Per fortuna, in quel momento è arrivata l’ambulanza.
Gli infermieri l’hanno avvolto nella coperta termica e solamente quando sono partiti verso l’ospedale mi sono accorto dell’altro ragazzo. Era seduto dalla parte opposta della piazza, osservava in disparte. Ho chiesto agli altri chi fosse, se lo conoscessero. Uno degli amici del ragazzo mi ha detto che non ricordava il suo vero nome, ma che tutti lo chiamavano Crusoe.

***

Lo chiamavamo Crusoe perché era sopravvissuto. A sedici anni si era buttato dal tetto della scuola, senza morire. Era rimasto in coma un paio di mesi. La notizia aveva girato parecchio. Avevano persino aperto un’inchiesta sulla pressione psicologica a cui ci sottoponevano i professori, sulla severità di alcuni di loro. Ma la scuola non c’entrava niente. I mostri erano nati nella sua testa senza motivo.
Ero anche andato a trovarlo in ospedale, con i miei genitori. C’era andata praticamente tutta la città. Gli lasciavamo disegni e peluche, come testimonianza dell’affetto della comunità, se mai si fosse risvegliato.
Quella sera, l’ho visto solo quando il poliziotto me l’ha indicato. Stava sempre in disparte. Non parlava mai con nessuno, non si faceva notare. Vestito allo stesso modo dal giorno in cui era uscito dall’ospedale: maglietta rossa e jeans di cinque taglie troppo grandi, tanto lunghi che c’inciampava.
Da quando era scampato alla morte, Crusoe non apparteneva più a questo mondo. Aveva sempre un sorriso ebete sulle labbra, come se ogni turbamento l’avesse abbandonato per sempre. Ma gli occhi erano intelligenti, vivissimi. A volte, spaventati.
Quella sera, però, c’era davvero qualcosa di strano. Osservava la scena dagli scalini del Dempsey’s, il bar al di là della piazza. Era l’unico a cui non sembrava importare nulla di quello che stava succedendo.
Quando l’ho visto, ho sentito una rabbia crescermi dentro. Avrei voluto correre a picchiarlo, come se in cuor mio sapessi che era colpevole di tutto. Ma ho lasciato fare alla polizia.
Samu non mi aveva mai nominato Crusoe in vita sua. Sapeva chi era, come lo sapevano tutti, ma non hanno mai avuto niente a che fare. Questo, fino a due mesi dopo l’incidente – l’ho sempre chiamato così, l’“incidente”, anche se non mi sembra il termine adatto.
Durante quei mesi non ha mai parlato, mai aperto bocca, almeno con me. Andavamo a trovarlo tutti i giorni, noi amici stretti. Ci apriva sua madre, poveretta. Non sapeva più che fare. Aveva chiamato gli esperti di tutto il Paese, veterinari e zoologi. Chiedeva come fosse possibile una cosa del genere. Nessuno le ha mai dato una risposta. Quando non chiamava, rispondeva alle telefonate dei curiosi e dei giornalisti come voi. Non le hanno dato pace.
Samu stava sempre chiuso in camera sua. Giocava con dei vecchi soldatini di plastica. Altre volte, ci raccontava sua mamma, passava ore davanti allo specchio del bagno. Si studiava la faccia, l’attaccatura dei capelli. Era fissato con i suoi capelli, andava nel panico credendo di perderli. Credendo che stesse diventando pelato. Si prendeva a pugni la testa come un posseduto.
Era chiaro che non sarebbe più tornato. Non sorrideva più, e spesso piangeva. Non l’avevo mai visto piangere, prima.
A volte i genitori ci permettevano di medicarlo. Era l’unico modo utile per stare con lui. Gli spalmavamo il Betadine sulla ferita: i dottori avevano confermato che la causa doveva essere un morso, il morso di un grande animale. Aveva due buchi nel polpaccio larghi come tappi di barattoli.
A volte, provavo a chiedergli di quella sera. Di cosa fosse successo in quella cantina. Ma non ha mai detto niente.

Poi, un pomeriggio, tenevo la sua gamba tra le mani e la spennellavo di medicina. Lui era steso sul letto e scrutava fuori dalla finestra, con la bocca semiaperta. Non riuscivo a guardarlo, perché non sopportavo di non riconoscerlo più.
Il sole, attraversando la finestra, aveva disegnato quattro quadrati di luce sul pavimento. E io ho avuto un déjà-vu, una sensazione fortissima: eravamo bambini, ero seduto su quello stesso letto e guardavo quelle stesse identiche figure di luce disegnate sul pavimento. Mi sono sentito così triste, così solo. Guardavo quei quadrati e pensavo a tutto il tempo che era passato. Al pulviscolo illuminato dal sole che fluttua impassibile nelle camere degli adolescenti, che predice il nostro futuro. All’improvviso, ho sentito Samuele borbottare qualcosa.
«Come?» gli ho chiesto. Ero sbigottito. Mi sono reso conto di essermi spalmato il Betadine sui pantaloni – non sono ancora riuscito a smacchiarli.
«Crusoe» ha ripetuto lui, scandendo al meglio la parola e guardandomi negli occhi. Sembrava una richiesta. Poco dopo, si è addormentato.

***

La cosa più importante è togliere di mezzo gli specchi. Se non ci sono specchi non ci sono problemi, sei salvo. Perché spesso lei emerge dal riflesso.
Bisogna evitare anche le vetrine dei negozi e i finestrini delle auto, se ne incontri lungo la strada. Non guardare mai la propria immagine, dimenticarsela. Bisogna dimenticare tutto quanto, il passato soprattutto. Perché è così che dimentichi il futuro.
Gliel’ho detto. È stata la prima cosa che gli ho detto quando sono entrato in camera sua: «Butta via tutti gli specchi». E tutte le fotografie. Ce n’erano a decine in quella camera. Non andava bene. Le immagini la attirano.
Cosa volete sapere? Volete conoscere la verità? Siate onesti: non volete conoscere la verità, e questo solo perché la verità vi sembra assurda. Impossibile.
Il fatto è che la gente non vuole credere. Vuole dare una spiegazione alle cose che accadono. Ma quella è un’altra storia: la versione consolante in cui si raccoglie quel che si semina.
Se vuoi davvero evitare la verità, bè in quel caso devi gettare le foto e gli specchi. Sbarazzarti delle immagini. Forse lui ne aveva troppe intorno, e nella testa. Le immagini ti fanno fare paragoni: tra te e gli altri, tra quello che potevi diventare e chi sei diventato. Tra il passato e il futuro. L’odore del rimpianto è come l’odore del sangue per lei. La attira.
Gliel’ho detto: niente più passato e niente più futuro. Solo così puoi tenerla lontana. Altrimenti ritorna.
Cercavo di spiegargli tutte queste cose, quando lui mi ha chiesto come avessi fatto, io, a dirlo alla gente. Ma con me è stato diverso, perché mi ha preso di notte, quand’ero da solo. Dunque, ho evitato il polverone.
Mi ha chiesto anche di mostrargli la ferita. Teneva la sua in bella mostra, ed è un’altra cosa che non bisogna fare. Gli ho detto di coprirla subito, di portare soltanto pantaloni lunghi per il resto della vita. Medicarla non serve, perché ormai sei avvelenato. Comunque, ho arrotolato i pantaloni fino al ginocchio e gli ho fatto vedere la cicatrice. Identica alla sua: due zanne nel polpaccio.
Stavo per andarmene, quando mi fa: «Non voglio morire». Mi sono messo a ridere. Chi ha parlato di volere? Una volta che ti ha morso, non puoi più volere o non volere qualcosa. Puoi solo gettare via gli specchi e incrociare le dita.
Ho tagliato corto, perché so che se ne parli a lungo lei ti sente. È sempre acquattata nell’erba alta, dietro di te, con gli artigli ad assaggiare la terra. A misurare la lunghezza del prossimo balzo.
Infatti, la sera stessa, i suoi occhi sono tornati a farmi visita. Prima arriva sempre il rumore: un ringhio basso e costante, che ti paralizza. Ero inchiodato al letto e mi sono pisciato addosso, come la prima volta. Me la sono ritrovata sopra. Il suo muso davanti alla faccia, che sbuffava l’alito freddo della verità. Ha mostrato le fauci. Un filo di bava densa mi è caduto sulla fronte.
«Non voglio morire», l’ho pregata. Ma non c’è da preoccuparsi: lei non viene ad ammazzarti.

***

Avevo nascosto forbici, rasoi e coltelli. Per paura, ma anche perché continuava a tagliarsi i capelli. E quando non poteva più tagliarseli se il strappava via. Gridava: «Sto diventando calvo, mamma», e bestemmiava con la bava alla bocca. Non sapevo più chi fosse. È stato orribile.
Aveva ciuffi lunghi e ritti che gli spuntavano qua e là, che rendevano il tutto ancora meno sopportabile.
Le cose erano un po’ cambiate dopo la visita di quel ragazzo, quello strano. La mattina seguente, Samuele aveva portato in cucina un grosso sacco della spazzatura, pieno di fotografie e ricordi d’infanzia, e di tutti i pantaloni corti che aveva. «Buttali via», mi aveva detto. Io avevo subito pensato: ecco, ci risiamo.
Poi abbiamo scoperto che in bagno mancava lo specchio. Mio marito era andato a lavarsi i denti e non c’era più. L’aveva buttato giù dalla finestra – per fortuna sotto non passava nessuno.
«Bisogna togliere tutti gli specchi» ripeteva.
I giorni successivi, però, sono stati diversi. Mi ha chiesto di aggiustargli i capelli, con un tono gentile a cui non ero più abituata. Sembrava più calmo. Mi ha detto che voleva farsi una doccia, così l’ho aspettato seduta fuori dalla porta del bagno. Abbiamo pranzato insieme e lui ha detto: «c’è il sole». Allo stesso modo in cui, la sera, ha detto: «c’è la luna».
Mi ha permesso di entrare in camera sua. Sono rimasta lì finché si è addormentato, e anche dopo. Gli ho raccontato una favola mentre dormiva, solo per il gusto di rivivere certi momenti. Sembrava tornato bambino, con i capelli così corti. E mentre lo guardavo, mi ha preso una nostalgia terribile. Sentivo che non c’era niente di giusto al mondo, e che anche le fortune più grandi ti fanno solo sperare in qualcosa che poi si dissolve.
Dormiva già da un paio d’ore, quando sono tornata in cucina e ho aperto il sacco dell’immondizia. Ho cercato le foto di quand’era piccolo. Ne ho trovata una che mi piaceva tanto. Eravamo insieme allo zoo, io lui e suo padre. Per tutto il giorno ci aveva trascinati da una gabbia all’altra. Era fissato con gli animali e voleva vederli tutti – ce n’erano centinaia. Una mascotte vestita da coccodrillo scattava polaroid per pochi spicci. Al momento dello scatto, Samuele aveva spalancato la bocca in un sorriso di stupore che soltanto i bambini. Mi pareva di ricordare ci fosse stato un rumore, qualcosa che l’aveva fatto trasalire di meraviglia. In bocca aveva più buchi che denti. E gli occhi così pieni di vita. Non si può convivere con l’idea che la felicità arrivi e se ne vada in quel modo. Io stessa, a volte, non capisco come riesco a farcela. Me ne devo dimenticare.
Ho stretto la foto tra le mani e ho ricordato, presa alla gola dalla gioia e dal dolore. Ma soprattutto dal dolore. Era notte fonda, in casa c’era un tale silenzio che sentivo il ronzio della lampadina dell’abat-jour, accesa sulla credenza. Diventava sempre più forte, ha finito per circondarmi.
È stato allora che l’ho vista. È apparsa lì, dov’era sempre stata. In tutti quegli anni non me n’ero mai accorta. Mi è mancata la forza. La foto mi è scivolata dalle dita. È caduta. Il vetro si è rotto. Era in un angolo, in basso a sinistra. Acquattata sullo sfondo, dietro alle sbarre della gabbia. Gli occhi gialli puntavano l’obiettivo. Le fauci spalancate sul nostro futuro.

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